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«La situazione oggi? Peggio di Tangentopoli»

intervista a Giacomo Marramao

Marramao insegna Filosofia teoretica e Filosofia politica all’Università di Roma Tre ed è direttore scientifico della Fondazione Basso. Tra i suoi libri più recenti, ricordiamo «Dopo il Leviatano. Individuo e comunità», «Potere e secolarizzazione», «Passaggio a Occidente. Filosofia e globalizzazione» e «La passione del presente» (Bollati Boringhieri).

Professor Marramao, ha ancora senso oggi parlare di etica nella politica?

La modernità ha sicuramente determinato un’autonomizzazione della sfera della politica da quella dell’etica. Ma autonomizzazione non significa assolutamente – neanche in Machiavelli – separazione. La famosa «autonomia del politico» machiavelliana sta soltanto a significare che la grammatica della politica segue delle logiche e degli itinerari che sono diversi dalla grammatica della morale, ma non vuol dire assolutamente che la politica non abbia un retroterra morale e che – soprattutto per Machiavelli – non abbia anche degli effetti molto rilevanti dal punto di vista etico. Machiavelli diceva unicamente che non sempre il politico efficace è colui che si presenta come un individuo moralmente lineare e trasparente, perché spesso le persone che agiscono sulla base di una pura etica della convinzione – e non anche di un’etica del progetto, della razionalità strategica e della responsabilità – determinano effetti perversi. Troppe volte la storia ci ha dimostrato che le migliori intenzioni possono a volte produrre incalcolabili disastri. L’etica e la politica sono dunque autonome nei loro rispettivi ambiti; e potrebbe essere anche una forma di totalitarismo pensare a un’eticizzazione della politica (soprattutto a uno «Stato etico»). Ma ciò non vuol dire che tra i due campi ci sia una separazione, una scissione: vi è piuttosto un legame costitutivo, dal momento che ogni forma di agire politico degno di questo nome presuppone sempre e comunque un’etica.

L’esperienza di Tangentopoli è servita almeno a insegnarci qualcosa?

Se passiamo dalla considerazione generale al caso italiano, naturalmente le cose cambiano enormemente. Prima il collante della politica (al di là della buona fede di molti dei militanti dei partiti della cosiddetta prima repubblica) era in larga parte ideologico e non attinente alla dimensione propriamente etica, nel senso dei principi condivisi. Venute meno le ideologie, si è determinata una sorta di anomia, un’assenza di punti di riferimento. Ritengo che questi punti di riferimento non possano essere ripristinati nei termini di una ricostruzione ideologica, ma vadano invece ridefiniti dal punto di vista etico, cioè interrogandoci sul perché non esista in Italia quella che (con un termine abbastanza problematico) viene chiamata «religione civile»: un collante di principi condivisi che devono poi rappresentare il punto di partenza delle rispettive prese di posizione dei partiti.
La vicenda di Tangentopoli è in larga misura esemplare, perché ha fatto emergere un elemento patologico della vita politica italiana che era stato coperto appunto dalle ideologie. Fino a vent’anni fa nessuno, neanche tra i cittadini più illuminati, si chiedeva quali fossero le fonti di finanziamento della politica: è divenuto un problema cruciale solo dopo che sono state scoperchiate delle situazioni a dir poco imbarazzanti di corruzione. Ma oggi, per molti versi, ci ritroviamo in una situazione anche più grave di Tangentopoli. Dopo quella stagione, alcuni soggetti politici – qualcuno nuovo, come la Lega, qualcuno non nuovo ma presentatosi come tale, come Berlusconi – hanno approfittato del vuoto che si era determinato per occupare lo spazio centrale del sistema politico italiano, reperendo così un consenso ampio. Ma non hanno fatto nulla per interpretare il senso di quella frattura e il sistema si è riprodotto in forme a mio parere aggravate, accentuato – e qui faccio un discorso forse controcorrente e impopolare – con la pratica del cosiddetto federalismo, delle autonomie, che hanno determinato una proliferazione di fattori patogeni della politica italiana, quali una sorta di imbarbarimento delle pratiche amministrative, che sono divenute immediatamente pratiche di negoziazione con i potentati economici. Probabilmente oggi abbiamo un rovesciamento dei rapporti tra politica ed economia: nell’epoca di Tangentopoli l’economia e gli imprenditori erano sotto il tallone dei politici e degli amministratori, mentre oggi avviene il contrario. Anche perché gli amministratori non svolgono il proprio mestiere sulla base di regole e principi inflessibili, mentre le amministrazioni avrebbero il dovere di porre dei confini molto netti tra ciò che è negoziabile e ciò che non lo è, considerando la propria autonomia vincolata al bene comune.

Che giudizio dà del Partito democratico?

Io mi colloco in modo critico nei confronti del Pd: nel senso che ritengo che dovrebbe farsi carico di istanze più radicali, sia dal punto di vista sociale che da quello ideale e culturale. Lo trovo troppo sbiadito, moderato e… anfibio, nel senso dell’espressione «né carne né pesce». Anche il termine «riformista» è ambiguo: attende da sempre di essere declinato, specificato nei suoi contenuti determinati e nei suoi obiettivi concreti. Riformare che cosa? E in che direzione? Penso che la leadership del Partito democratico farebbe un grave errore se non prendesse le mosse, per una seria riflessione autocritica, da un dato di fatto: una delle ragioni del declino di popolarità è dovuta essenzialmente alla sua «indiscernibilità» rispetto al Popolo della libertà. Il Pd era partito con l’idea di fare breccia nel campo avversario e di acquisire il consenso – come si diceva all’epoca del Pci di Berlinguer – degli italiani onesti, ma in realtà è apparso anche agli occhi del proprio stesso elettorato come un partito indistinguibile dal centro-destra. Dalla visuale dell’elettore medio, i responsabili del Partito democratico – siano essi provenienti dai Ds o dalla Margherita, la cosa non cambia molto – appaiono immischiati nelle pratiche affaristiche o perlomeno affetti dallo stesso cinismo modernizzatore (e, aggiungerei, sciattamente decisionistico) in maniera non diversa da quelli del centro-destra. Una nota differente è stata suonata per un verso dalla Lega e per un altro verso da Di Pietro. A fronte di tutto ciò, la cosiddetta sinistra radicale non ha trovato di meglio che lasciarsi irretire nei più deleteri e autolesionistici personalismi, con uno scadimento del dibattito in forme talora caricaturali di idiosincrasia e demonizzazione reciproca.

Per il Pd farei la considerazione che feci a suo tempo sulla svolta di Occhetto. Allora fui favorevole alla svolta perché si trattava di sgomberare il campo da un equivoco: l’assimilazione del termine «comunista» con una realtà (quella dei paesi dell’Est) che era in patente contraddizione con quello che larga parte dei militanti intendeva per comunismo. Avrei voluto che il Pds di allora e poi i Ds sfruttassero quell’occasione per aprirsi davvero al nuovo, intensificare i rapporti con la società e i movimenti reali, svecchiare l’apparato valorizzando le nuove soggettività e stabilendo un rapporto dinamico con i saperi e le pratiche di una società in rapida trasformazione. Questo non è stato fatto: la svolta – soprattutto dopo Occhetto – è stata interpretata come «via libera» a una modernizzazione molto banale, come l’autorizzazione a istituire pratiche estremamente semplificate di cooptazione e di decisioni prese dall’alto. Al punto che, osservando gli esiti della svolta, più volte mi è venuto di esclamare, come l’Alfred Prufrock di Eliot: «No, non questo intendevo, non questo…». Una cosa analoga sta avvenendo oggi con il Pd. Speravo, soprattutto visto l’inizio della campagna elettorale di Veltroni, che questo partito cogliesse l’occasione per aprirsi a una serie di nuove realtà, ma così non è stato. Nonostante tutto, ritengo che l’Italia sia un paese estremamente vitale: accanto a fenomeni orrendi come il razzismo, la corruzione e la criminalità organizzata, la nostra società continua a produrre delle cose straordinarie malgrado i politici. Non voglio fare il qualunquista. Ma la politica politicante oggi ha mortificato un’idea nobile della politica come prassi del cambiamento, che pure continua a persistere in vari ambiti: dal volontariato alle molteplici e varie forme di associazionismo, dall’ambito della ricerca scientifica all’ambito artistico e letterario. Ci si è mai chiesti come mai, visto dall’estero, il nostro paese ha un’immagine culturale di gran lunga superiore alla reputazione della sua politica?

Che ruolo possono svolgere gli intellettuali in direzione di un rinnovamento della politica?

In genere i politici, sia a destra che a sinistra, non ritengono necessario consultare gli intellettuali, si limitano a cooptarne alcuni che poi cambiano mestiere e diventano dei politici a tempo pieno. Le leadership politiche concordano tutte sull’assioma che non si debba «disturbare il manovratore». A dispetto di ogni apparenza di apertura e di cordiale disponibilità, sono letteralmente intolleranti: non tollerano di esser messe in discussione. E ciò per una semplice ma decisiva ragione: temono le «turbative» che potrebbero scaturire da un franco e libero (e non preconfezionato) confronto con la realtà dei saperi e delle pratiche, con la dinamica del mutamento socioculturale e con i soggetti e i linguaggi che li rappresentano.

intervista a cura di Adriano Gizzi

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