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La rabbia di periferia non è musulmana

Franck Fregosi

«Quello che avviene oggi è l’espressione violenta di un processo di esclusione sociale». La soluzione? Una rivoluzione simbolica. A partire dai curriculum vitae anonimi.

Fregosi è sociologo, islamologo e ricercatore del Cnrs.

Le violenze avvenute tra fine ottobre e inizio novembre in trecento periferie delle città francesi hanno conquistato le prime pagine dei giornali e delle televisioni di tutto il mondo. Le immagini notturne di auto e cassonetti incendiati, scontri tra forze dell’ordine e bande di giovani e giovanissimi figli di immigrati, molotov e manganelli hanno attratto l’attenzione dei media per giorni. Ciononostante, i disordini delle banlieues (scoppiati a Cliché-sous-Bois, in regione parigina, e poi estesi rapidamente a quasi tutti i dipartimenti dell’esagono francese, da Lilla a Montpellier, da Strasburgo a Bordeaux) non sono facili da decifrare. A partire dai protagonisti delle violenze: «L’effetto del contagio è evidente, ma ci sono casi molto diversi, maggiorenni e minorenni, multirecidivi e persone alla loro prima delinquenza», ha commentato il ministro della Giustizia, Pascal Clement, tentando di tracciare un quadro penale dei ragazzi in rivolta. Dietro di loro «non c’è una mano invisibile», ha concluso. Il sociologo Franck Fregosi, islamologo e ricercatore del prestigioso Cnrs presso l’Institut d’Etudes Politiques di Aix-en-Provence, ci offre le chiavi di lettura per decrittare questo complesso fenomeno.

Le violenze scoppiate nelle banlieues francesi sono la dimostrazione che il modello d’integrazione francese è in crisi?

Sì, ciò che vediamo oggi attraverso gli avvenimenti in banlieue è il fatto che la concezione di una nazione completamente omogenea non corrisponde più alla realtà. Quello che avviene oggi è l’espressione violenta di un processo di esclusione sociale che riguarda principalmente la popolazione di origine immigrata. Le generazioni precedenti avevano trovato, bene o male, il loro posto nella società, tra i salariati, ma le giovani generazioni non hanno neppure avuto accesso al mondo del lavoro. C’è la crisi di un modello politico di integrazione, ma soprattutto il riflusso di un’esclusione sociale.

Qual è stato il ruolo della classe politica in questa situazione?

La crisi delle banlieues è innanzitutto la crisi della nostra classe politica, che non è stata capace di prendere la misura delle questioni in gioco. Non è solo un problema della destra, anche la sinistra, quando era al governo e ha creato la «politica della città», non ha dato i risultati sperati. C’è poi un’altra questione: l’impressione della popolazione (immigrata) è che non è né ascoltata né rappresentata dalla classe politica. Quanti rappresentanti di questa popolazione ci sono in politica? Un numero insignificante! Anche tra i giovani c’è un lavoro di coscienza politica da fare. Se questi giovani (di periferia) fossero politicamente coscienti sarebbero consapevoli che la migliore arma possibile è l’impegno politico, il voto, e che i loro gesti violenti sono solo un segno di disperazione.

Perché la violenza nelle periferie francesi è scoppiata ora?

Quando si sono accumulati molti problemi, basta una scintilla per far esplodere la situazione. In questo caso ci sono stati gli eventi di Clichy-sous-Bois (dove tre ragazzi il 27 ottobre si sono illegalmente infiltrati in una centrale elettrica, sembra per sfuggire ai controlli della polizia; due di loro sono rimasti folgorati; la loro morte ha scatenato gli scontri tra bande e polizia, che si è poi propagata al resto della Francia, ndr). Questi fatti, inoltre, sono stati iper-mediatizzati. A questo si aggiunga che il ministro dell’Interno, Nicolas Sarkozy, si è lanciato in una politica di gesticolazione mediatica (definendo i ragazzi delle periferie «racaille», feccia, ndr). Questi ragazzi si sono resi conto che c’era un formidabile effetto di cassa di risonanza. Inoltre tra di loro c’è stata anche solidarietà: dato che condividiamo gli stessi problemi, si sono detti, rivoltiamoci insieme.

L’islam è al centro di queste violenze?

No, nessuno può affermare con certezza che ci sia stata manipolazione islamica dietro questi eventi. Certo, quando si parla di integrazione e di banlieues c’è anche il problema dell’islam, ma non è un elemento determinante. Anzi, le organizzazioni musulmane sinora hanno dato prova di grande responsabilità. Faccio due esempi. Una delle maggiori organizzazioni, l’Uoif, ha emesso una fatwa, con la quale ha chiarito che i musulmani non possono rendersi colpevoli di violenze del genere. Un sito islamico, www.oumma.com, ha criticato questa fatwa, sostenendo che faceva sorgere il sospetto che chi ha compiuto le violenze delle periferie fosse musulmano. Un altro problema è quello della moschea di Clichy-sous-Bois, che è stata colpita da un lacrimogeno lanciato dalla polizia (dalla prime indagini sembra si sia trattato di un lancio accidentale, ndr). Alcuni ragazzi hanno trovato un argomento in più per protestare. Tanto più che la società francese soffre di un’indignazione selettiva: non c’è stata la stessa mobilitazione che se fosse stata colpita una sinagoga. Mentre per me bisogna protestare allo stesso modo quando viene attaccata una scuola, un luogo di culto o un ospedale.

Come risolvere, allora, i veri problemi delle «banlieues»?

Non basta stanziare soldi per rinnovare i muri e ridipingere gli edifici senza tenere in considerazione le persone che ci vivono dentro. C’è da affrontare una questione simbolica. Il problema, in Francia, è l’ipocrisia di dire che non ci sono minoranze, mentre le minoranze ci sono ed è evidente. La questione è allora condurre la Francia a diventare cosciente della sua pluralità, traducendola ad esempio a livello politico ed economico. Bisogna generalizzare i dispositivi per permettere a queste minoranze di accedere alle varie posizioni. Un esempio? Il curriculum vitae anonimo e senza foto, in modo che se Mohammed, che abita a Clichy-sous-Bois, ha le stesse competenze di Ludovic, non venga discriminato quando cerca un lavoro. I ragazzi (di origine immigrata) vogliono esattamente quello che vogliono gli altri ragazzi: trovare lavoro. Se non possono averlo nasce in loro una tale frustrazione che attaccano tutti i simboli della società.

(intervista a cura di Iacopo Scaramuzzi)

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