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La pace nelle mani di Sharon?

Intervista a Henry Siegman

«Gli israeliani non sono tenuti ad amare i palestinesi. Ma devono capire che non ci può essere una democrazia se continuano a tenere permanentemente sotto pressione una popolazione che è numerosa all’incirca quanto la loro. La domanda è: lo capiscono? E lo capiscono così bene da essere pronti ad agire di conseguenza?».

Scrittore e politologo, Siegman è stato vicepresidente dell’American Jewish Congress e senior fellow sul Medio Oriente al Council on Foreign Relations di New York.

Cosa pensa del ritiro israeliano da Gaza? E’ una buona mossa? Sta andando nella giusta direzione?

Il ritiro da Gaza è importante perché, se avviene, se non viene rimandato per qualsiasi ragione, probabilmente distruggerà un certo tabù nella società israeliana, che è politicamente impossibile sfidare i coloni, smantellare gli insediamenti e ritirarsi dalla Cisgiordania. Se succede, e io credo che probabilmente succederà, rompere quel tabù è una cosa molto buona, perché può anche portare a cose migliori. In se stessa, se cioè è solo un ritiro da Gaza e non porta a niente di più costruttivo che segni un rinnovamento nel processo di pace, possibilmente a seri negoziati di pace, allora è inutile.

Pensa che ci sia da parte israeliana una volontà politica di andare oltre un ritiro da Gaza, o si tratta di una mossa tattica per bloccare ogni pretesa di ritiro dalla Cisgiordania?

Purtroppo Sharon non ha nessuna seria intenzione di giungere a una situazione in cui potrebbero avere luogo veri negoziati di pace sulla Cisgiordania; nonostante abbia annunciato più volte che sostiene la visione di Bush di due Stati che vivono vicini, penso che la sua intenzione sia opposta: vuole usare il ritiro da Gaza come un pagamento, allo scopo di non fare le cose che dovrebbe fare, cioè fondamentalmente permettere uno Stato palestinese con continuità territoriale.

Durante il suo primo mandato Bush ha sostenuto la politica di Sharon. Crede che nel suo secondo mandato la sua posizione possa cambiare? Crede che Bush sia sincero quando critica l’occupazione israeliana o in realtà finge solo di criticarla?

È difficile rispondere. Certamente, sul piano della retorica, lui ha detto che Sharon deve smettere di costruire colonie, ma la costruzione sta andando avanti, le colonie si stanno ancora espandendo. Bush ha detto che bisogna smantellare i cosiddetti avamposti illegali (anche se tutti gli insediamenti sono illegali). Sul piano della retorica, Bush ha voluto dire, su quanto il governo israeliano sta facendo, cose più critiche che in passato. Ma la domanda è giusta: lo sta facendo solo per accontentare il Quartetto e il mondo arabo (data la situazione dell’Iraq e della guerra al terrore), e non ha alcuna seria intenzione di usare il suo capitale politico, o lo dice veramente? Io penso che bisogna essere un ottimista sfrenato per credere che lui lo dica veramente, che sia serio, che voglia mettere quel tipo di pressione che è nella posizione di mettere. È l’unica persona al mondo che può fare pressione su Sharon, perché Sharon dà un valore molto alto al sostegno di Bush. Sharon sa che la risorsa strategica più importante di Israele è l’amicizia e il sostegno degli Usa, quindi non vorrebbe mai perdere questa relazione privilegiata.

Pensa che Bush e gli Stati Uniti siano gli unici in grado di esercitare una pressione adeguata? Cosa pensa del ruolo dell’Europa e delle Nazioni Unite?

L’Europa potrebbe alzare la voce su alcune delle cose che stanno succedendo, come la continua espansione delle colonie, o il Piano E1, annunciato dal governo Sharon (costruire tra Ma’aleh Adumim e Gerusalemme, in modo da impedire a Gerusalemme ogni possibilità di diventare capitale della Palestina). L’Europa l’ha criticato, ma non ha un’autorità tale da far sì che Sharon cambi la sua politica. Israele non si fida dell’Europa. Non credo che sia giusto dire che l’Europa è sbilanciata in senso filopalestinese: sono sicuro che questo è quanto dice Sharon, forse lo pensa (molti in Israele lo pensano), ma penso che sia una valutazione assolutamente scorretta. Penso che l’Europa provi ad essere corretta e giusta con entrambe le parti. Gli Stati Uniti invece sono troppo sbilanciati verso Israele e hanno sostenuto praticamente senza riserve la politica di Israele, qualunque essa fosse.

Pensa che la «Road map» sia definitivamente morta o c’è ancora qualche possibilità?

Al momento la «Road map» è morta. La domanda è: è possibile farla rinascere? È come avere un cadavere e cercare di farlo tornare in vita. Io credo che sia possibile, ma dipende interamente dal presidente Bush, non dalla Russia e nemmeno dall’Unione europea.

Non dipende anche dai leader delle due parti? Se al posto di Sharon andassero al potere i laburisti?

Primo, questo non è probabile. Secondo, se Sharon non fosse rieletto alle prossime elezioni (alla fine del 2006), il suo più probabile successore sarebbe Bibi Netanyahu (già premier, anch’egli del Likud), il che peggiorerebbe ulteriormente la situazione.

Pensa che la società civile, in Israele e in Palestina, e le organizzazioni pacifiste possano aiutare il processo di pace?

Ora in Palestina c’è un governo guidato da Abu Mazen, che punta alle riforme, a sconfiggere la corruzione, a opporsi all’intifada violenta e a far capire che potranno raggiungere i loro obiettivi solo usando la diplomazia, la politica, e guadagnandosi l’amicizia degli Stati Uniti. Sa che non può sconfiggere Sharon sul campo di battaglia, questo è un confronto senza speranze per i palestinesi. Pensa che può sfidare il monopolio, che adesso ha Sharon, della simpatia del presidente Bush. Ma questo solo se ci sono le riforme, se la violenza si ferma. Ha corso con questo programma e più del 60% dei palestinesi ha votato per lui. È chiaro che la società palestinese sostiene questo approccio, ma possono disilludersi molto velocemente, e lui può perdere il sostegno dell’opinione pubblica molto facilmente, se il suo approccio non produce risultati. Quindi la domanda è: cosa sta facendo Sharon per far sì che l’approccio non violento di Abu Mazen, la sua opposizione al terrorismo, faccia presa sulla società palestinese? Cosa sta facendo per convincere i palestinesi che la sua insistenza sulla riforme e sulla democrazia alla fine paga, che è una buona strategia per i palestinesi? È tutto nelle mani di Sharon: può fare di Abu Mazen un successo, e conseguentemente avviare un processo di pace che faccia iniziare a credere ai palestinesi che possono avere un loro Stato, o può trasformarlo in un grande fallimento.

Cosa sta facendo adesso?

Ora sta facendo di tutto per farne un fallimento, perché non ha mantenuto praticamente nessuna delle promesse che ha fatto; le cose che dovrebbe fare non solo per far sembrare Abu Mazen uno che ha ragione, ma anche per rendere la vita più facile per i palestinesi, che vivono in condizioni terribili. Ha detto che avrebbe rimosso la maggior parte dei checkpoint e non lo ha fatto, stanno tutti al loro posto; ha detto che i palestinesi avrebbero potuto far circolare liberamente persone e merci all’interno della Cisgiordania e non succede; sta continuando a costruire insediamenti e il muro; ha detto che avrebbe restituito ai palestinesi il controllo di cinque città, ma ne ha restituite solo due; ha detto che avrebbe liberato almeno 1000 prigionieri (cifra che i palestinesi hanno detto non essere sufficiente), ma ne ha liberati 400. Per questo io direi che Sharon vuole che Abu Mazen fallisca, non che abbia successo.

Gli israeliani sembrano sostenere Sharon, il che non è un segno di riconciliazione verso i palestinesi. Lo stesso accade dall’altra parte, che ne pensa?

Penso che il problema non sia tanto cosa le popolazioni pensino l’una dell’altra. Il problema è, parlando degli israeliani, che qualsiasi cosa pensino dei palestinesi, capiscano che tenerli sotto occupazione è la ricetta per il disastro. Non sono tenuti ad amare i palestinesi. Ma devono capire che non ci può essere una democrazia se continuano a tenere permanentemente sotto pressione una popolazione che è numerosa all’incirca quanto la loro. La domanda è: lo capiscono? E lo capiscono così bene da essere pronti ad agire di conseguenza? I sondaggi mostrano che il 60% è favorevole a smantellare gli insediamenti e restituire la Cisgiordania ai palestinesi. Ma quella stessa maggioranza non è preoccupata delle conseguenze di un’occupazione continua. Sharon correrà di nuovo e non c’è dubbio che avrà la maggioranza, anche se il suo stesso partito pare voglia sbarazzarsi di lui. È molto poco probabile che gli israeliani lo mandino via, non c’è un’alternativa in termini di leadership politica.

Se non c’è accordo su un ritiro da Gaza, quando pensa che verranno affrontati i veri problemi, come Gerusalemme, i confini, l’acqua, i profughi?

Per quanto riguarda i profughi, è chiaro che nessun governo israeliano potrà mai essere disponibile a farli tornare, perché ciò significherebbe cambiare il carattere dello Stato ebraico. Penso che anche i palestinesi lo capiscano, ma non vogliono togliere questa questione dal tavolo prima che cominci il negoziato. Penso che, se ci saranno dei negoziati, i palestinesi non insisteranno sul diritto dei profughi al ritorno. È una questione di tattica: loro hanno il diritto di sollevare il problema, ma vogliono scambiarlo con altre concessioni. Per questo non diranno mai esplicitamente «noi ritiriamo la questione dei rifugiati, accettiamo un compromesso», anche se sanno che non la risolveranno mai, perché vogliono usarla contro la questione dei confini, dell’acqua ecc. E non accetteranno nessun compromesso su Gerusalemme, insisteranno, nessun governo palestinese accetterà un trattato di pace che esclude completamente Gerusalemme est. Se Sharon rende impossibile, come dice che farà, che ci sia mai una capitale palestinese a Gerusalemme est, non lo considereranno mai.

I palestinesi sono completamente senza potere, né politico né tanto meno militare. Ma hanno una grande arma che è la demografia. In un arco di tempo molto breve gli arabi saranno la maggioranza e questa è una vera minaccia per l’esistenza di uno stato ebraico. Ritirandosi da Gaza, si perdono immediatamente 1,2 milioni di palestinesi di Gaza, il che ritarda un po’ la bomba a orologeria demografica.

Quindi è necessario costruire due Stati il prima possibile?

È nell’interesse di Israele, per la sua sopravvivenza come Stato ebraico e come democrazia. Se gli ebrei diventano una minoranza, allora tutta l’idea sionista che ha portato alla fondazione di Israele perde senso. Questo solleciterebbe i cittadini arabi a porre fine ai 50 anni di esperimento sionista, lo dissolverebbe. Ed è chiaro che se la maggioranza dei cittadini di Israele fosse non ebrea, e qui specificatamente araba, con diverse appartenenze e culture nazionali, questo segnerebbe la fine di Israele come Stato ebraico. Quindi per salvarsi Israele ha bisogno di uno Stato palestinese, altrimenti commetterebbe un suicido.

Cinque anni fa a Camp David israeliani e palestinesi hanno perso l’ultima grande occasione per la pace. Come interpreta il fallimento del vertice?

Senza dubbio Arafat commise uno sbaglio terribile, ma non poteva accettare le proposte di Barak; aveva tutte le ragioni per dire «è un enorme passo avanti, ma dobbiamo andare avanti con i negoziati, molto intensamente»; Arafat non disse questo e da questo punto di vista ha commesso un terribile errore. Ma Barak è ugualmente responsabile perché andò al vertice nella peggior maniera politica possibile, e dopo Camp David ha anche fatto danni maggiori al processo di pace, perché disse «ho strappato la maschera di Arafat e ora tutti sappiamo che non vuole uno Stato palestinese, vuole solo distruggere Israele», e questo ha distrutto il processo di pace in Israele.

intervista a cura di Elisabetta Rovis

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