La nostra priorità è l’integrazione
Abdellah Redouane
Nostra intervista al segretario generale del Centro culturale islamico d’Italia che gestisce la Grande Moschea di Roma. Insieme al rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni è stato il protagonista dell’incontro svoltosi, lo scorso 13 marzo, proprio alla Moschea di Monte Antenne. La replica a breve, in sinagoga.
Domanda d’obbligo: il suo giudizio su questo primo ed inedito incontro diretto tra un rappresentante dell’islam e uno dell’ebraismo della capitale. Tante volte ebrei e musulmani hanno partecipato a incontri interreligiosi più ampi, con esponenti di altre comunità di fede. Questa volta è stato un «faccia a faccia».
È un passo significativo, che segna una svolta di qualità nelle relazioni tra la minoranza ebraica e quella islamica presenti in Italia. Questo rapporto esisteva da anni; questa volta lo abbiamo realizzato nel contesto di Roma. È l’inizio di un processo nel quale le due comunità si assumono la responsabilità di affrontare temi sui quali le loro posizioni possono anche essere differenti. Ma la cosa più importante è confrontarsi su quello che può essere utile all’una e all’altra comunità nell’ambito di una società sempre più multietnica e multiculturale quale è l’Italia. In questo senso pensiamo che la visita in moschea del rabbino capo di Roma proponga un modello. Non a caso sono stato invitato a parlare di questa esperienza a Parigi, dove sembra che la possibilità di un incontro analogo sia ancora molto lontana.
Come è nata l’idea di questa visita?
Da tempo vi erano dei contatti, anche costanti ma in altre sedi. L’idea di un incontro in moschea è nata dopo lo scandalo delle vignette sul profeta Muhammad, e questa è stata formalmente la ragione dell’incontro: la comunità ebraica romana ha voluto esprimere la sua solidarietà nei confronti della comunità islamica. E noi abbiamo colto l’occasione di questo primo passo.
In generale la visita è stata giudicata con grande favore. E all’interno dell’islam italiano? Per esempio qual è stato il giudizio dell’ Unione delle Comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii) con la quale talvolta la Grande moschea ha polemizzato?
Molti di loro hanno apprezzato anche se il segretario generale dell’Ucoii, Hamza Piccardo, ha espresso una valutazione bilanciata. Comunque in arabo c’è un proverbio: «Il silenzio è la prova del consenso», «chi tace acconsente», come si dice in italiano.
Spesso le relazioni tra musulmani ed ebrei sono pesantemente e negativamente condizionate dal conflitto israeliano palestinese. Come avete affrontato questo indubbio ostacolo?
Il tema della situazione in Medio Oriente è stato al centro della trattativa preparatoria dell’incontro. Alla fine abbiamo convenuto che la situazione della regione impone una soluzione negoziata e di mediazione. Il punto forte del nostro ragionamento che abbiamo condiviso è che noi, minoranze religiose in Italia, dobbiamo favorire la ricerca di una soluzione equilibrata e giusta. La pace è un obiettivo che sta nel cuore di tutti e tutti devono adoperarsi per trovare una soluzione giusta. Quando si dice pace si deve pensare anche alla giustizia. Una pace subìta non è solida ed il Medio oriente ha bisogno di una pace duratura. Occorre un compromesso accettato da tutte e due le parti. Una soluzione unilaterale non sarà mai risolutiva.
Ma il dialogo che la Grande moschea ha avviato con gli ebrei romani non pregiudica il dialogo «intrareligioso» con altri settori della comunità islamica?
Ci sono delle priorità da stabilire. Il tema della soluzione politica del conflitto mediorientale deve essere affrontato in altre sedi, diverse dagli incontri tra due comunità di fede come quella ebraica e quella islamica. È un tema che spetta all’Onu, alle conferenze internazionali. Non può essere un tema di discordia tra comunità di credenti. Sbaglia chi si fa più palestinese dei palestinesi. Pensiamo all’origine e alla natura della comunità islamica presente in Italia: è cresciuta a causa di un flusso migratorio in gran parte determinato dalle disuguaglianze tra Nord e Sud del mondo. Per noi la priorità è l’integrazione. La questione palestinese potremo discuterla e lo facciamo: prendiamo atto, ad esempio, del fatto che ci sono delle novità; che ora c’è un governo democraticamente eletto, così come delle divergenze che ci sono all’interno della società palestinese; così come rileviamo le novità che si esprimono nel campo israeliano. Insomma prendiamo atto che ci sono dei cambiamenti. Ma al tempo stesso sappiamo di non poter agire direttamente su quella situazione. E allora – lo ripeto – bisogna essere modesti; sono gli attori sul terreno che hanno la responsabilità di indicare una soluzione alla crisi.
Qual è la sua valutazione della «Consulta per l’islam» istituita dal ministro Pisanu?
Sin dall’inizio abbiamo appoggiato la sua costituzione, ma non è detto che la formula attuale sia la migliore e che non sia criticabile. Né possiamo sottovalutare il fatto che sia stata varata a fine legislatura, in un momento politico nel quale è difficile prendere iniziative e avviare politiche che hanno bisogno di molto tempo. Si è sempre detto che era un organismo consultivo, istituito sotto l’autorità del ministro dell’Interno. Bene, ma per essere efficace la Consulta dovrebbe intervenire su temi importanti come il lavoro, la scuola, la casa. Nella sua forma attuale, però, non può che limitarsi a indicare delle intenzioni. Pensiamo alla scuola: come potrà essere operativa se al suo interno non vi è una rappresentanza del Ministero dell’Istruzione? Se fosse stata costituita all’inizio della legislatura, forse, avrebbe potuto avere ben altra efficacia.
Le critiche sembrano prevalere sugli aspetti positivi.
Un dato indubbiamente positivo c’è ed è il fatto che per anni si è detto che mancava una rappresentanza istituzionale dell’islam in Italia. Ora c’è.
Descrivendo le dinamiche interne alla Consulta islamica, si è parlato di uno scontro tra «islam laico» da una parte e «islam radicale» dall’altra. Come si colloca la Grande moschea?
Bisognerebbe riconoscere anche una terza anima, capace di individuare una linea di equilibrio tra le altre due. Credo che comunque il problema sia a monte, nelle procedure utilizzate per costituire la consulta. Non si possono individuare prima le persone e poi discutere i contenuti. L’idea della Consulta è in sé buona ma ci sono delle cose da migliorare.
Qual è il tema che indica come priorità per la Consulta e per la comunità islamica in Italia?
A volte ci si perde su questioni secondarie, ad esempio quando si parla della scuola. Per me la priorità è una scuola che garantisca la migliore integrazione dei giovani musulmani nella società italiana.
(intervista a cura di Paolo Naso)
← Israele scommette sul centro | Sul dialogo siamo ancora all’inizio →