«La fiction rubata»
intervista a Graziano Diana
Nostra intervista al regista di «La vita rubata», la fiction televisiva recentemente sospesa perché si riferiva ad una vicenda su cui era in corso un processo alla Corte d’assise di appello di Messina.
Il 23 novembre scorso usciva la notizia della sospensione della fiction televisiva La vita rubata sull’assassinio di Graziella Campagna, la cui messa in onda era prevista per il 27 novembre. La Direzione generale della Rai accoglieva così la richiesta del presidente della Corte di appello di Messina che, attraverso l’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella, segnalava come la messa in onda della fiction avrebbe potuto turbare la serenità dei giudici della Corte d’assise di appello per l’udienza del 13 dicembre. Fino ad oggi la fiction non è ancora stata trasmessa. Abbiamo chiesto al regista, Graziano Diana, alcune impressioni su questa strana vicenda.
Diana, il caso ha investito addirittura il ministro della Giustizia…
Per noi il rinvio della messa in onda è stata una sorpresa assoluta, la sceneggiatura era stata scritta tenendo conto che di lì a poco si sarebbe tenuto il processo d’appello. La sceneggiatura era stata scritta in pieno accordo con l’ufficio legale della Rai ed erano stati inseriti alcuni accorgimenti, proprio per evitare spiacevoli sorprese. Nel film non si vede la mafia uccidere, niente dati oggettivi, non si vedono gli assassini sparare, questo proprio perché non si è giunti ad un giudicato ufficiale. Questa cosa, d’altro canto, l’avrei evitata comunque; il mio è sempre stato un punto di vista soggettivo, ed è quello che ho sempre evidenziato nelle storie che ho scritto e raccontato.
La scelta è quella di partire dalle vittime piuttosto che dai carnefici. Non dico che non si debbano toccare i tiranni o che non si debba raccontare il male nella sua oggettività e tutta l’amarezza che questo lascia. Molto cinema parte proprio da questo dato. Il mio interesse si è sempre rivolto alle persone che vivono a stretto contatto con l’universo mafioso. Come feci quando scrissi nel 1993 la sceneggiatura del film La scorta, proprio a ridosso delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, o per Ultimo, film del 1998 che racconta le indagini per la cattura del boss Totò Riina, o per Donne di mafia, la storia di una donna che si trova ad avere a che fare con la mafia perché, sposata a un uomo per amore, scopre in seguito la vera natura del marito. Nella fiction La vita rubata racconto la triste vicenda di una ragazza, Graziella Campagna, che scomparve a Villafranca Tirrena dopo essere uscita dalla lavanderia dove lavorava la sera del 12 dicembre 1985. Il negozio era frequentato da due clienti: l’ingegner Toni Cannata e il geometra Gianni Lombardo, di Palermo. In realtà i due sono Gerlando Alberti junior (nipote di Gerlando Alberti senior, soprannominato ‘u paccarè, il furbo, braccio destro di Pippo Calò) e Giovanni Sutera, pericolosi latitanti ricercati per associazione mafiosa e traffico di droga. Il destino fa incrociare i mafiosi con quella ragazza dai grandi occhi scuri: sarà uccisa perché trova in una camicia lasciata a lavare alcuni documenti, forse un’agendina. La sera del 14 dicembre Graziella non sale sulla corriera che dovrebbe riportarla a casa. Due giorni dopo, il cadavere viene trovato a Forte Campone, un luogo isolato, che fa paura: uccisa con cinque colpi di lupara, uno sparato in pieno viso. Il medico legale cerca invano di fermare il fratello carabiniere, Pietro (interpretato da Beppe Fiorello), che corre verso il corpo della sorella. La ragazza è sfigurata, con un braccio alzato come per difendersi. Il fratello cerca ancora oggi la verità per la morte della sorella.
Per quale motivo, a suo avviso, questa fiction è stata rinviata? Non era mai accaduto un fatto come questo e tante altre fiction o programmi di approfondimento hanno toccato temi legati a procedimenti giudiziari in corso. Che idea si è fatto?
Mi ha proprio sorpreso, perché tantissima narrativa – e fiction e cinema – è stata fatta in corso d’opera dei processi, anzi direi che è quasi la norma. Se fosse stata applicata sempre questa regola, con la modalità del rinvio, non sarei l’unico a raccontarlo. Anche al film I cento passi, ad esempio, sarebbe toccata la stessa sorte, in quanto a carico di Badalamenti non si era arrivati neanche ad un giudicato di primo grado, non c’era neanche una sentenza. L’elenco sarebbe lungo: Salvatore Giuliano, Il caso Mattei, Falcone, Un uomo per bene. Le dirò di più: è la prima volta nella storia della Rai che un film viene rinviato su richiesta fatta dal ministro di Grazia e giustizia, il quale sostiene di aver fatto solamente il «postino». In una intervista rilasciata ad alcuni giornalisti ha sostenuto di essersi limitato a trasmettere la richiesta fatta dai giudici della Corte d’appello di Messina, aggiungendo che lo stesso si sarebbe dovuto fare anche per la fiction Il capo dei capi, cosa che come sappiamo non è avvenuta, in tal modo ha certamente contribuito a confondere le acque. Il suo gesto ha inoltre amplificato il rumore sulla vicenda in quanto la comunicazione è passata al Csm, alla Commissione di vigilanza Rai e alla direzione stessa della Rai. La solerzia di questo postino è stata davvero singolare.
La messa in onda era prevista per il 27 novembre. La Corte d’assise di appello doveva incontrarsi il 13 dicembre 2007…
Non sono uno sprovveduto, da molti anni svolgo questo mestiere e avevo previsto tutto, cambiando i nomi dei cattivi, cambiando le circostanze, facendo tesoro di quello che era il concetto di continenza che uno deve esercitare quando ha a che fare con un giudicato ancora parziale, mi sono informato bene, ho fatto leggere la sceneggiatura, ho fatto tutto nel modo più ragionevole. In passato non ho mai avuto problemi di questo genere. Soprattutto quando i fatti erano inerenti alla realtà come per il caso Barillà con L’uomo sbagliato, la storia di un clamoroso errore giudiziario. Insomma, lo sapevo che il 13 dicembre ci sarebbe stata una delle udienze. L’altra cosa singolare è che le difese hanno richiesto lo spostamento del processo in un’altra città per «legittima suspicione», cioè per interferenze ambientali gravi. Sinceramente non capisco quali possano essere. Si è detto che in questo caso erano gli articoli apparsi sui giornali in occasione del rinvio della fiction. Non mi sembra che per altri casi come quello di Garlasco, Erba, o in tutti i teatri di gravi fatti accaduti, sia avvenuta una cosa analoga a questa. Dico solamente che per ogni trasmissione di «Porta a porta» forse si sarebbe dovuto spostare un processo.
Quali sono state le reazioni della famiglia Campagna?
La famiglia è amareggiata ed è stata colpita ancora una volta dall’ingiustizia. Le reazioni del fratello Pietro sono state dure. Ha parlato in modo esplicito con commenti aspri ricordando come il ministro Mastella solo un anno prima non aveva avuto niente da eccepire sul fatto che per il ritardato deposito della sentenza di primo grado i condannati fossero stati scarcerati («mi chiedo dov’era il ministro della Giustizia Mastella quando il giudice della Corte d’assise di Messina ha ritardato il deposito della sentenza di condanna di Gerlando Alberti, accusato della morte di mia sorella, consentendo in questo modo la sua scarcerazione»).
Arriviamo alla sorte della sua fiction: ci sono stati sviluppi positivi?
La direzione generale della Rai ha disposto la messa in onda per il 14 febbraio. Vedremo.
Un’ultima domanda. Quali sensazioni ha provato durante le riprese, la popolazione siciliana vi è stata vicina? Qualcosa sta cambiando?
Il clima è stato di grande interesse umano e di grande partecipazione perché nei paesi dove abbiamo girato, Letojanni e Savoca, la gente, forse anche per la parentela con Beppe Fiorello, ha partecipato interpretando piccoli ruoli o come comparse. Era forte il sentimento di orgoglio per un paese meraviglioso come la Sicilia e forte anche il dispiacere di condividerla con la mafia. Un sentimento ambivalente che io comprendo. Mi diceva Beppe Fiorello: «Che vuoi, noi siciliani soffriamo per l’identificazione che si ha della Sicilia con la mafia, però la mafia c’è e noi facciamo bene a raccontarla e a non dimenticare».
(intervista a cura di Gian Mario Gillio)
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