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La crisi dei sessant’anni

Quanti cittadini israeliani hanno davvero voglia di festeggiare questo sessantesimo anniversario? L’autrice vive dal 1994 nel kibbutz Baram, nel nord di Israele.

La facoltà di sociologia del College universitario della Valle del Giordano ha pubblicato poche settimane fa i risultati di una sua indagine su cosa pensa il pubblico israeliano dei festeggiamenti in corso, e di quelli previsti, per i sessant’anni dello Stato di Israele. Il 75% degli intervistati ha risposto che preferirebbe utilizzare i fondi astronomici che il governo ha stanziato per l’evento principale, che si terrà il giorno dell’Indipendenza in tutte le città del paese, per altri scopi più importanti. Gli abitanti di Sderot e dintorni aspettano da anni, e continueranno ad aspettare ancora per molto, che il governo stanzi i fondi per costruire rifugi e stanze protette negli edifici pubblici e nelle case private. La povertà nel paese raggiunge livelli estremi che ricordano gli Stati Uniti, ma il welfare israeliano riceve ogni anno, bilancio dopo bilancio, un nuovo duro colpo. Le scuole sono allo sfascio e gli insegnanti degli istituti superiori, dopo uno sciopero ininterrotto per quasi tre mesi lo scorso autunno, hanno ottenuto solo la promessa del Ministero di diminuire il numero massimo di alunni per classe dagli attuali 40 a 35 entro i prossimi cinque anni. Il governo in tutti questi casi di emergenze sociali sostiene che Israele non può permettersi tali spese.

Cosa c’è da festeggiare?

Da quando, più di vent’anni fa, alcuni storici cominciarono a mettere in dubbio certezze e miti della storia israeliana, la corrente che è stata chiamata allora con disprezzo post-sioni4smo è uscita fuori dalle aule universitarie e si muove per le strade senza troppi timori. Per molti, forse la maggioranza, sentirsi accusati di post-sionismo è tuttora un insulto, ma per molti altri è una nuova prospettiva entro cui valutare la propria vita attuale e la propria storia. Il post-sionismo propone una narrazione storica basata sulla presenza dei palestinesi in tutte le fasi del sionismo ed analizza i rapporti di forza fra i gruppi nel corso della storia, con particolare attenzione agli eventi del 1948. Ma non solo. Princìpi di multiculturalismo sostituiscono le tesi delle correnti educative separate, anche se per adesso vengono realizzati solamente in poche scuole private fondate da gruppi di genitori che non vogliono che i loro figli crescano solamente tra ebrei laici, o ebrei religiosi, o tra soli arabi e via dicendo. Così, la parte della popolazione che tuttora sostiene l’ethos sionista si guarda intorno sconsolata, considerando come un segno di decadenza morale e ideologica la scarsa voglia dei giovani di arruolarsi nell’esercito, che si traduce in mille trucchi per farsi esonerare senza neanche tirar fuori la scusante di una grave malattia come avveniva in passato. Non pensa quindi che ci sia molto da festeggiare. Quelli tra loro che sentono come un pericolo l’eventualità di ulteriori smantellamenti di insediamenti nei territori occupati vivono in una situazione di incertezza difficile da sopportare.

L’altra parte degli israeliani non vuole festeggiare uno Stato che non solo non è in grado di guardare al suo passato in modo critico, ma continua a perpetuare una situazione di ingiustizia in nome di principi ritenuti oramai irrilevanti. Sembra che in questi due grandi gruppi rientrino quasi tutti gli ebrei israeliani, esclusi i membri del governo disposti a spendere cifre astronomiche per offrire qualche ora di divertimento al popolo nel giorno dell’Indipendenza. Ma essi hanno un problema da risolvere: la maggioranza dei giovani cantanti, che gli organizzatori dei festeggiamenti pubblici vorrebbero far esibire nelle piazze delle grandi città per attirare la folla, non hanno fatto il servizio militare e quindi costituiscono un modello negativo per il pubblico giovanile.

Muoversi sulle sabbie mobili

L’atmosfera è cupa, a volte mi sembra che Israele sia stata fondata su sabbie mobili, che tanto più fanno affondare quanto più si cerca di tirarsi fuori e di salvarsi. È sconfortante pensare quanti danni e quanto dolore, per i palestinesi ma anche per gli israeliani, sono derivati dall’accordo di Oslo tra Rabin e Arafat. Tuttavia sembra che una parte di coloro che quindici o venti anni fa cercavano una soluzione pacifica hanno imparato qualcosa dai loro tragici errori. Gli accordi virtuali – informali ma molto più accurati di quelli firmati in grande stile sul prato della Casa Bianca nel 1994 – come ad esempio l’accordo di Ginevra, presentano al pubblico israeliano e palestinese quella che sarà, più o meno, la soluzione che alla fine i due governi dovranno adottare.

La domanda è quando i rappresentanti dei due popoli si decideranno ad agire presso i loro rispettivi elettori per portare avanti il progetto della pace, invece di perdere tempo a stigmatizzare quello che fanno gli avversari. Senza dubbio la grande sfida degli israeliani è la questione dello smantellamento delle colonie in Cisgiordania; si tratta di un processo complicato e doloroso dal punto di vista economico, logistico e sociale.

Sessant’anni dello Stato, trenta di Peace Now

In questi giorni, Peace Now celebra i trent’anni dalla sua fondazione. Senza ombra di dubbio, si tratta di un’organizzazione che ha contribuito in modo fondamentale al cambiamento di alcuni punti di vista molto radicati e diffusi tra il pubblico israeliano, come l’urgenza di una visione pacifista e anti-militarista, e di una soluzione di compromesso come unica soluzione possibile al conflitto arabo-israeliano. Contributo importante, ma non sufficiente. Se alla loro prima apparizione, nel 1978, gli uomini e le donne di Peace Now sono riusciti a trasmettere al primo ministro Begin la sensazione che doveva assolutamente tornare da Camp David con un accordo frutto di un compromesso, a distanza di trent’anni sembra chiaro che il movimento pacifista israeliano è condizionato da un beffardo destino. Infatti i vari governi adottano parzialmente certe sue posizioni solamente quando non hanno altra scelta, e con un tale ritardo da trasformare tali decisioni in atti poco o per niente decisivi.

Si può chiamarlo ottimismo?

Non so in quanti la pensino come me, ma io preferisco una Israele in crisi, che guarda criticamente a se stessa come avviene oggi, piuttosto che l’Israele euforica di quarant’anni fa dopo la guerra dei Sei Giorni, e persino lo stato di cieca euforia dopo gli accordi di Oslo. Questa atmosfera di disagio è più adatta, a mio avviso, ad affrontare i drammatici problemi, e ancora più adatta a suggerire soluzioni possibili.

Ruth Garribba

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