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La Birmania da non ri-dimenticare

L’aumento dei prezzi ad agosto ha esasperato un popolo già allo stremo, spingendolo a scendere in piazza. Hanno fatto il giro del mondo le immagini dei monaci buddhisti che, scalzi e disarmati, sfidano la violenza della giunta militare. L’autrice è responsabile per l’Asia del Dipartimento politiche internazionali della Cisl ed è autrice del libro «Il pavone e i generali. Birmania: storie da un paese in gabbia», Baldini Castoldi Dalai.

Quindici agosto 2007. La giunta militare birmana decide di aumentare i prezzi della benzina del 70 %, del diesel del 100 % e del gas compresso da cucina e per gli autobus del 500%. Decisione che ha scatenato immediatamente una serie di altri aumenti a catena delle materie prime, tra cui il riso e ovviamente il raddoppio del costo dei biglietti degli autobus e dei trasporti. Nei giorni seguenti cominciano le manifestazioni, prima di piccoli gruppi poi di migliaia di persone. Il mondo comincia a svegliarsi e ad osservare distrattamente quello che sta succedendo. E con le manifestazioni iniziarono gli arresti. Oltre un centinaio tra cui 13 leader delle organizzazioni sindacali e democratiche, compreso il leader degli studenti del 1988, Min Ko Naing, che era stato liberato alcuni mesi fa dopo 16 anni di carcere duro. Altri come Ko Ko Gyi, Htay Win Aung, Min Zeya, Mya Aye e Kyaw Min Yu che fanno parte del gruppo «generazione degli studenti dell’88» finirono allo stesso modo: chiusi nelle celle delle famose prigioni birmane. Tutti rischiano almeno 20 anni di carcere per attacco alla sicurezza nazionale e tradimento. Nomi che alla quasi totalità dei media non dicono assolutamente nulla, ma per chi segue da anni le vicende birmane questi sono nomi di giovani che hanno saputo sfidare la giunta militare ripetutamente, mettendo a rischio non solo la propria libertà ma anche la propria vita. Ex giovani che hanno pagato questo con anni di carcere durissimo, con torture, umiliazioni, percosse e assenza di cure mediche.

Molti gli attivisti del lavoro come Su Su Nway, la giovane sindacalista che lo scorso anno era riuscita a far condannare al carcere le autorità locali, per l’utilizzo del lavoro forzato, e che per questo «oltraggio» era stata successivamente condannata a 9 mesi di prigione per diffamazione delle autorità. Lei, immortalata da alcune foto mentre, in una delle manifestazioni al mercato di Rangoon, viene strattonata pesantemente dai rappresentanti dei servizi segreti che vogliono arrestarla, ora è costretta a nascondersi perché «wanted». Wanted come Htay Kywe, Mie Mie e Aung Thu che sono stati arrestati il 14 ottobre dopo una caccia all’uomo che durava dal 21 agosto scorso. Dopo le prime manifestazioni, finalmente cominciano a circolare le immagini delle proteste, che in un paese con una dittatura durissima come quella birmana sono il segno di qualcosa di grosso che bolle in pentola.

E infatti così è stato. Nessuno pensi quindi che la rivolta non violenta fosse un avvenimento estemporaneo. Questo era in gestazione da tempo. Da molto tempo.

Alla frontiera tra Thailandia e Birmania. In una cittadina squallida con casupole e negozi approssimativi che vendono cose da poco, per pochi bath, l’opposizione birmana tesse le fila della riorganizzazione interna da alcuni anni, senza una lira e senza grandi strumenti. Ci voleva solo il momento proficuo per riemergere dall’ombra. Così l’aumento dei prezzi che a catena ha innescato una spirale di altri aumenti insopportabili per un popolo allo stremo e alla fame aveva acceso la scintilla, dando luogo ad una spirale di reazioni e di proteste altrettanto potente. Le gravissime condizioni economiche delle famiglie si sono ripercosse anche sui monaci, che con il rito della questua quotidiana mantengono uno stretto contatto con questa disperazione e ne subiscono anche le conseguenze. Per questo, dopo gli arresti degli organizzatori delle prime manifestazioni, arresti che avrebbero potuto decapitare il movimento nascente, ecco la nuova carta che scompiglia il gioco della giunta: i monaci buddhisti. Da sempre vicini alla gente e contro lo strapotere prima degli inglesi, poi dei militari, decidono di proteggere il proprio popolo scendendo in piazza e sfidando loro, scalzi e senza averi, la giunta. Immagini potenti che hanno fatto il giro del mondo e che hanno finalmente aperto gli occhi di tutti sulla drammatica situazione birmana. Fino ad un mese fa molti erano a non conoscere neanche dove si trovasse questo paese sulla cartina geografica.

La Birmania è stato fino ad agosto un paese dimenticato, dal popolo della pace, come per altro il Sudan, lo Zimbabwe, la Cecenia, ma non dai giochi politici. Un paese dimenticato ma strategico per Cina, Russia e India. Gas, minerali, legname, pietre preziose e poi uranio potrebbero trasformare questo paese in una punta di diamante dell’economia asiatica. Ciononostante, da decenni la Birmania è scivolata tra i paesi meno avanzati. Lavoro forzato, bambini soldato, stupri, uccisioni, deportazioni forzate, deforestazione, oppio e metanfetamine sono i record di questa dittatura. Per la brutalità della giunta militare l’opposizione democratica di questo paese, sostenuta da sindacati e organizzazioni non governative, ha chiesto invano decisioni efficaci e sanzioni economiche. Decisioni che non sono mai arrivate e sanzioni che ancora oggi arrivano dimezzate, nonostante un mese di brutali repressioni e di morti, cancellate dai forni in cui sono stati fatti sparire i cadaveri.

All’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) la Birmania è stata denunciata ripetutamente dal sindacato per il lavoro forzato ormai da oltre 10 anni e solo nel 2000 si è riuscita ad ottenere l’approvazione di una Risoluzione che chiede ai governi e alle imprese di modificare i loro rapporti economici e commerciali con questo paese, perché non possa alimentare il lavoro forzato. Da allora ad oggi, però, tale Risoluzione è rimasta quasi lettera morta. Oltre 20 Risoluzioni dell’Assemblea generale dell’Onu e non so quante altre del Consiglio per i diritti umani. Tutto in un quadro in cui gli affari con questo paese sono continuati a crescere, così come è cresciuto il lavoro forzato, il traffico di metanfetamine, per cui i generali hanno raggiunto il primato mondiale, e di oppio, di cui detengono dopo l’Afghanistan il secondo posto.

Quello della Birmania può rappresentare veramente un caso di specie. Ciò che dovrebbe far indignare il mondo non è solo la brutalità della giunta, ma l’incapacità delle istituzioni internazionali di assumere decisioni prima che arrivino i massacri. Il caso Birmania mostra come i governi non siano ancora oggi capaci di strategie di politica internazionale coerenti e organiche in grado di anteporre il bene comune, la difesa dei diritti umani e del lavoro, della democrazia agli interessi geopolitici ed economici. Si è lasciato crescere e prosperare per oltre 45 anni una dittatura sanguinosa e si è preferito non disturbare la Cina e poi l’India e la Russia per evitare di avere contraccolpi nelle relazioni commerciali. Si sono adottate risoluzioni di carta, che come è noto non hanno mai cambiato nulla. Sanzioni economiche fasulle e irrilevanti, per di più non attuate, che hanno permesso a molti diplomatici di teorizzare, dall’alto delle loro ambasciate dorate, che le sanzioni economiche non hanno funzionato. E per di più non si è instaurato neanche uno straccio di negoziato diplomatico con le potenze protettrici di quei satrapi di generali birmani. E ora, solo ora, per lo straordinario effetto mediatico delle migliaia di coraggiosi monaci birmani, scalzi sotto la pioggia, si cerca di correre maldestramente ai ripari, sperando di avere la bacchetta magica per fare quello che non si è fatto negli ultimi anni, né tantomeno negli ultimi mesi, dopo che Cina e Russia avevano posto il veto ad una Risoluzione vincolante del Consiglio di sicurezza. Quello che il popolo birmano chiedeva era un’azione coerente e robusta della comunità internazionale che intrecciasse una forte azione diplomatica e negoziale nei confronti dei paesi protettori, che includesse anche dei «trade off» magari sul piano commerciale e forti sanzioni economiche mirate ai settori cruciali come gas, legname, minerali, pietre preziose, che strangolassero la giunta sul piano economico, garantendo un segnale politico forte di dissenso profondo. Nulla di tutto ciò è stato fatto. I diplomatici hanno continuato a muoversi con imbarazzo e scarsa convinzione, l’Onu ha mandato un proprio rappresentante molto debole e inefficace, l’Europa ha atteso il peggio per decidere uno straccio di sanzioni economiche, ritagliate in modo tale da non intaccare gli interessi francesi.

Eppure sarebbe bastata e basterebbe ora solo una buona dose di coerenza per dare la spallata finale e costringere la giunta ad un tavolo negoziale per la transizione. Da anni il sindacato birmano chiedeva alle compagnie assicurative del mondo di non assicurare le attività economiche birmane. Nessuno gli ha dato ascolto sino a quando, a ottobre, la compagnia aerea nazionale birmana ha improvvisamente dovuto lasciare a terra i propri aerei interrompendo i voli. Motivo per cui l’assicurazione inglese ha deciso di interrompere l’assicurazione delle linee aeree birmane sino al ritorno della democrazia. Un bel colpo per la giunta. Se ci fosse stata una diversa coerenza, almeno in Europa, forse non saremmo a questo punto. Il mondo si è svegliato tardi e male. Ora l’opposizione birmana continua a ripetere che non torneranno a casa. Sarà ascoltata? Ci dimenticheremo dello straordinario coraggio di questo popolo, dei suoi lavoratori, dei suoi studenti e dei suoi monaci con le tuniche color zafferano? Quanto ci vorrà perché tutto torni come prima? Oppure saremo in grado di un diverso sguardo verso questo paese dimenticato dal popolo della pace ma non dagli affari, né dagli interessi politici. Saremo in grado di riflettere su quanto non si sta facendo per le varie Birmanie del mondo, magari perché non ci sono americani direttamente coinvolti con cui prendersela? Saremo in grado di mantenere un’attenzione e coinvolgimento anche minimo, ma che per quel popolo in gabbia può rappresentare un forte segno di speranza e di futuro.

Cecilia Brighi

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