Karol e Joseph: chi è il più moderno?
Come già Giovanni Paolo II, anche Benedetto XVI è un avversario della modernità e della società liberale, ma ha una maggiore consapevolezza del carattere minoritario della Chiesa cattolica nell’Europa pluralistica e secolarizzata.
Agli occhi di un osservatore fortemente laico, e proprio per questo interessato alle ricadute civili e culturali dei fatti religiosi, la successione di Joseph Ratzinger a Karol Wojtyla può apparire molto interessante benché poco promettente.
Giovanni Paolo II è apparso a quelli come noi, prima ancora che un dichiarato avversario di molte delle conquiste storiche della modernità liberale e democratica, come un vero e proprio alieno. Tanto nei suoi punti di riferimento filosofici e culturali quanto nel suo modo di rapportarsi alla società, si avvertiva una distanza insormontabile, determinata da una formazione culturale e da un’esperienza di vita profondamente lontane da quelle di chi, nato in Occidente, si era formato al di fuori della sua Chiesa.
Un altro linguaggio
A chi, come il sottoscritto, proviene da un’area di confine un tempo asburgica, quel pontefice poteva ricordare da vicino quanto appreso a proposito dei vescovi e degli uomini di chiesa cattolici di quest’area, formatisi nel periodo austroungarico, e combattuti fra il forte radicamento nei valori della propria nazione culturale e il dover-essere sovranazionale e multinazionale della loro Chiesa e di un Impero sottomesso alla maestà «reale imperiale e apostolica» dell’Imperatore. Personalità che, pur accettando l’autorità del magistrato civile loro successivamente impostosi, e pur venendo quindi ben volentieri a patti anche con il nuovo potere autoritario del fascismo, avevano spesso difeso con qualche successo i diritti della propria Chiesa e perfino, nella limitata misura possibile, diritti linguistici e tradizionali minoritari; finendo poi per operare un po’ larvatamente contro il nazifascismo durante il conflitto e contro il comunismo di guerra e rivoluzionario al suo indomani.
Un potere, però, del tutto «altro», culturalmente e storicamente proveniente da un’altra epoca, capace anche, in situazioni estreme, di opporsi alle più intollerabili violazioni dei diritti umani, ma con il quale, anche al di là dei contingenti motivi di scontro politico, non sembravano poter esistere in tempi normali altro che rapporti di coesistenza fra estranei. Tanto che lo stesso ripudio definitivo di ogni implicito residuo, anche epidermico, di antisemitismo e antigiudaismo – il più indiscutibilmente positivo anche dal nostro punto di vista fra i lasciti civili di Karol Wojtyla – aveva forse più a che fare con la diretta esperienza di vita giovanile del futuro pontefice, a contatto con i numerosi coetanei ebrei del suo paese e quindi ancor più direttamente e personalmente toccato dall’abominio della Shoah, che con scelte etico-politiche di carattere generale e astratto.
Prima ancora che dagli scontri sulle tradizionali e sulle nuove materie di conflitto fra «laici e cattolici», fra «società liberale e radicale» e tradizione romana, questa estraneità si manifestava nell’apparente assenza di inquietudine in ogni atto e in ogni presa di posizione di quel pontefice. In questo, prima di tutto, egli appariva a molti laici e non credenti come un alieno, culturalmente meno interessante di quella buona parte della cultura teologica del Novecento (per la verità più protestante che cattolica) che è da molti decenni intrinsecamente coinvolta nel dibattito culturale e filosofico contemporaneo. Prima ancora di osteggiarlo, quel pontefice appariva invece estraneo all’Occidente moderno e alla sua cultura civile: incapace di comprenderne le ragioni e i valori anche, e forse soprattutto, quando, dopo il crollo del comunismo, si sarebbero affacciati, nel bene e nel male, nella sua Polonia.
Neppure la sua personale estraneità alle vicende e alle beghe della politica italiana si era tradotta in un atteggiamento più rispettoso dell’autonomia delle istituzioni civili, dato che sotto il suo pontificato la materia era stata pressoché interamente e anche formalmente delegata con il nuovo Concordato alle cure della Cei e all’intenso ed efficacissimo interventismo di carattere sempre più apertamente «lobbistico» del suo presidente (cardinale Camillo Ruini). Al contrario, sull’onda del suo protagonismo mediatico, Giovanni Paolo II si era spesso riservato il ruolo di punta di lancia negli scontri che lo avevano visto opporsi, in Italia come in altri paesi democratici, a tutti i governi che disobbedissero ai suoi desideri e alle sue ingiunzioni: ruolo singolarmente contraddittorio con le massicce dosi di prudenza diplomatica adottate invece nei rapporti con i regimi più dispotici e realmente repressivi nei confronti delle attività della sua stessa Chiesa.
Il relativismo
Benché altrettanto esplicito avversario della modernità liberale, democratica e «relativistica» (quest’ultimo termine naturalmente meriterebbe infinite precisazioni per poter essere utilizzato senza fraintendimenti), il nuovo pontefice è invece, con ogni evidenza, uno di noi. Un uomo che compartecipa pienamente da decenni della cultura civile dell’Occidente europeo, fino ad avere percorso nella sua vita tappe analoghe a quelle di tanti intellettuali suoi contemporanei, da un giovanile «progressismo» all’aperta svolta conservatrice dopo il fatidico ‘68. Molto chiaro nel disegno di avversare, come il suo predecessore (e beatificatore di Pio IX), tutte le manifestazioni della nostra modernità politica, liberalismo esplicitamente incluso fin dal discorso «programmatico» di apertura del conclave, nella sua visione del mondo contemporaneo si apre però un’interessante contraddizione. Da un lato egli appare ben più acutamente e angosciosamente consapevole del carattere minoritario – e definitivamente minoritario – della sua Chiesa nell’Europa pluralistica e secolarizzata; dall’altro persegue però con la stessa determinazione del predecessore il disegno di apporre autoritativamente un sigillo identitario «cristiano» all’intera società europea.
Cattolicesimo e liberalismo
Non sarà probabilmente Benedetto XVI a sciogliere, e forse neppure ad affrontare, gli snodi di maggiore contrasto fra cultura cattolica ufficiale e «società liberale e radicale», come almeno fa prevedere l’intera sua opera pluridecennale di prefetto dell’ex Sant’Uffizio, ma almeno l’inquietudine tipica della nostra modernità non sarà occultata dietro gli eventi e l’identità mediatica e carismatica di un’icona personale. Gli amici di Confronti mi perdoneranno se non mi rammaricherò molto per l’ulteriore più che probabile stasi che si prospetta in campo ecumenico, se la Dominus Iesus ha un senso: quelli come me sono portati ad apprezzare un vivace pluralismo sociale più di qualunque uniformità ottenuta smussando angoli e raggiungendo compromessi inevitabilmente diplomatici. È piuttosto l’inquadramento culturale che Ratzinger darà alle prese di posizione ufficiali della sua Chiesa che potrebbe aprire discussioni molto più interessanti di quelle cui siamo stati costretti fin qui, se si dimostrerà che davvero aveva ragione Pietro Scoppola a far notare tempo fa al pubblico non specializzato (Repubblica, 9/8/04) l’apparente superamento, in una delle ultime lettere ai vescovi del prefetto Ratzinger, dell’ossessivo richiamo al diritto e all’ordine «naturali», da interpretarsi secondo le direttive della Chiesa romana, in favore di una prospettiva essenzialmente fondata sull’ermeneutica biblica. Ma questa nuova prospettiva come potrà coesistere con la condanna sociale e culturale della «dittatura del relativismo»? Potrebbe trattarsi di un dibattito ben più interessante e meno scontato di quello cui abbiamo partecipato fin qui.
Felice Mill Colorni