Israele scommette sul centro
Mossi Raz
«Lo scenario migliore sarebbe quello di un governo che in tre o quattro anni conduca a un consistente ritiro dai Territori». La pace è lontana. Nostra intervista a Mossi Raz, ex parlamentare israeliano, oggi direttore di una radio israeliano-palestinese.
All’indomani delle elezioni politiche in Israele, abbiamo incontrato Mossi Raz, di passaggio a Roma per una conferenza sul tema della riconciliazione, per avere da lui una valutazione a caldo dei risultati. Già membro della Knesset (il parlamento israeliano), Mossi Raz è stato attivo nel movimento pacifista israeliano e, in particolare, in Peace Now. Dopo aver svolto un mandato parlamentare alla Knesset nelle file del partito «pacifista» Meretz, ha diretto il Centro Givat Haviva, un luogo di incontro e di formazione alla pace. Attualmente è condirettore di una radio israeliano-palestinese, «All for Peace» (www.allforpeace.org), che si rivolge a un pubblico di palestinesi e israeliani con trasmissioni in arabo ed ebraico.
Cominciamo da questo suo nuovo impegno radiofonico. Quale tipo di stazione è «All for Peace»?
La nostra stazione radiofonica ha uno staff composto metà da palestinesi e metà da israeliani. Lo scopo è quello di promuovere la conoscenza reciproca dei due gruppi, della cultura, delle sofferenze e delle ragioni di entrambi, spiegate da chi le vive in prima persona. Siccome una delle barriere tra i due popoli è anche linguistica (la maggioranza degli israeliani non parla arabo e viceversa), la nostra stazione radiofonica è bilingue, con questa particolarità: le trasmissioni che trattano di Israele e che vedono interventi di esponenti politici, religiosi o del mondo culturale israeliano sono in arabo, mentre quelle che presentano il punto di vista palestinese sono in ebraico. È un modo efficace affinché le due comunità si parlino e si comprendano reciprocamente. Forse, se fossimo una radio con trasmissioni in un’unica lingua avremmo un pubblico maggiore, anche se comunque la nostra audience è in aumento e la fascia di ascolto numericamente più ampia è quella che va dai 20 ai 40 anni, quindi relativamente giovane.
Come racconta la vostra emittente le recenti elezioni politiche israeliane?
La nostra radio non esprime alcuna opinione editoriale. Compito della nostra redazione non è formulare delle opinioni, ma favorire il dialogo; quindi, moderare e rendere noti i punti di vista delle due comunità, considerando anche la pluralità di opinioni esistenti nell’una e nell’altra parte. Chi interviene nei nostri programmi ha come scopo il rendere comprensibile la propria posizione agli israeliani, se è un palestinese, o ai palestinesi, se è un israeliano. Con queste modalità abbiamo raccontato le elezioni palestinesi e così raccontiamo ora quelle di Israele, curando anche di dare maggior spazio a quelle voci che i media nazionali tendono a ignorare o a interpellare solo marginalmente. Per esempio, nella nostra radio c’è sicuramente più spazio per i rappresentanti dei partiti arabi che sono entrati nella Knesset.
Qual è la sua opinione sui risultati elettorali?
Ho letto i primi risultati con una certa preoccupazione perché, in base alla suddivisione dei seggi, i partiti di centro-sinistra – Kadima, Laburisti, Meretz e Pensionati – non raggiungevano la maggioranza parlamentare. La situazione è cambiata con il voto dei soldati, il cui spoglio è avvenuto successivamente, i quali hanno aggiunto al centro-sinistra quei seggi per raggiungere la maggioranza minima di 61. Questo è un dato positivo, perché il voto dei militari avrebbe potuto peggiorare la situazione. Certo, rimane il problema di un parlamento frastagliato come non mai, in cui sarà necessaria una coalizione di 5 o 6 partiti per governare. Allo stesso modo, se non di più, mi preoccupa il fatto che solo una minoranza di questo parlamento, identificabile con i laburisti e Meretz, vuole una trattativa con i palestinesi. Kadima, pur sostenendo il ritiro dai territori, vuole che esso avvenga unilateralmente, senza accordi con i palestinesi.
Quali pensa siano le ragioni della frammentazione del voto?
Sicuramente chi ha votato per Kadima, Laburisti o Likud lo ha fatto pensando alle posizioni di questi partiti rispetto alla questione palestinese. Tuttavia, la campagna elettorale si è anche combattuta su questioni sociali non secondarie, come le pensioni, gli assegni familiari o il salario minimo garantito. Il Likud ha certamente perso anche per la politica neo liberista di Netanyahu, oltre che per l’intransigenza sulla questione palestinese. Gli israeliani non vogliono una politica economica e sociale di destra e lo hanno espresso attraverso i consensi a partiti come quello dei pensionati, che ha raggiunto i 7 seggi ed è determinante per la composizione di un qualsiasi governo. Allo stesso modo, i partiti orientati etnicamente, quelli arabi o Yisrael Beitenu (ebrei di origine russa) di Lieberman, hanno intercettato il voto di specifici gruppi di popolazione. Per tutti questi partiti la coalizione a cui aderire è quella che sostiene i propri punti d’interesse, rendendo così possibile un governo, ma anche potenzialmente indebolendolo nelle scelte più coraggiose.
Capisco che noi italiani non dovremmo stupirci, ma è sempre sorprendente che un partito come Kadima, creato pochi mesi fa, sia diventato il partito di maggioranza relativa. Come spiega la sua vittoria?
Sicuramente Kadima è stata la grande novità di queste elezioni. Sharon ha visto giusto nel creare un nuovo partito perché evidentemente era quello di cui una gran parte di elettori tradizionalmente di centro-destra aspettava. Molti degli elettori del Likud non potevano più votare il loro partito perché, sulla questione dei Territori, hanno seguito l’evoluzione del governo Sharon che in tre anni ha chiaramente cambiato idea e posizione: dall’intransigenza alla necessità del ritiro e allo smantellamento degli insediamenti dei coloni israeliani. L’attuale posizione del Likud su questo tema ha allontanato una grandissima fetta di suoi tradizionali elettori. La politica economica di destra di Netanyahu ha fatto il resto e causato una grave emorragia di consensi. I voti a Kadima sono venuti anche dallo Shinui (una sorta di «partito radicale», ndr), di cui ha assorbito la quasi totalità dei consensi. C’è una gran voglia di centro in una consistente fetta di elettori israeliani; una tendenza che però, a mio giudizio, è anche un modo per «scappare» dai problemi e dai conflitti, attutendo le soluzioni radicali di destra e sinistra, e cercando rifugio in una formazione di centro.
Cosa si aspetta al meglio e cosa teme al peggio dal nuovo parlamento?
Lo scenario migliore sarebbe quello di un governo che in tre o quattro anni conduca a un consistente ritiro dai Territori, in cui prevalga la necessità di azioni non unilaterali ma condivise con i palestinesi che pongano le basi per la costituzione di due stati indipendenti con confini decisi da negoziati tra le due parti. Al peggio, mi posso immaginare un governo che, per la frammentazione del parlamento, non riesca a far progredire un processo di pace che sarà ancora lungo e richiederà coraggio e determinazione.
(intervista a cura di Luca Baratto)
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