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Iran. Paese islamico complesso, custode di culture varie

Note di viaggio alla scoperta di gente molto accogliente verso gli stranieri, del suo tenore di vita, delle bellezze naturali del paese e delle sue antichità. Ma anche delle sue forti contraddizioni. Incontri con la piccola minoranza cristiana, nella quale prevalgono i fedeli della Chiesa apostolica armena, e gli armeni uniti a Roma.

Per diciannove giorni, da metà agosto ad inizio di settembre, con mia moglie e mio fratello sono stato in Iran. Nessuna difficoltà ad avere il visto ed a farsi prenotare il volo dall’Italia, due voli interni e tre alberghi nelle principali città. Per il resto autogestione senza alcun problema di sicurezza e trovando dovunque buone strutture recettive. Turisti, non iraniani, quasi inesistenti. Per avere notizie sulle questioni politiche bisognava avere Le Monde Diplomatique o altre fonti occidentali, perché in Iran è arduo capire quanto accade nel paese, ancor più non sapendo il parsi (un’antica lingua indoeuropea, scritta con caratteri arabi). I giornali in inglese, il Teheran Times ed il Daily News, sono filogovernativi e si trovano solo nella capitale. Dunque, questa mia rapida cronaca non pretende di dare notizie esaustive sul paese, ma solo alcune impressioni, con informazioni un poco più precise sulla minoranza cristiana disseminata nella «Repubblica islamica dell’Iran».

Qualche flash sulle città, sulla gente, sul tenore di vita
L’Iran non è un paese arabo, lo si capisce a prima vista. Il tenore di vita è nettamente superiore a quello che si può trovare nei paesi confinanti (li ho visitati tutti, salvo l’Iraq). Non esistono bidonvilles e neppure le forme tradizionali del degrado urbano (accattonaggio, sporcizia, dissesto urbanistico). Il traffico nelle città, soprattutto a Teheran, è terribile; le auto sono moderne; un litro di benzina costa un dodicesimo di euro.

Le norme sull’abbigliamento femminile permettono di tenere scoperte solo le mani, i piedi ed il volto (la violazione di questa legge permette alla polizia di portare le contravventrici in commissariato dove – mi hanno detto – verrebbero pestate). Tuttavia, negli alberghi e nelle vie centrali questa norma viene «interpretata» da molte donne in modo da permettere comunque la manifestazione delle grazie femminili (foulards di diversi colori, pantaloni, borsette…). Nei bazar ed un po’ ovunque si vedono invece donne vestite solo di grandi mantelli neri. Anche le turiste (mia moglie non ha fatto eccezione) debbono subire l’obbligo del foulard e di vestiti lunghi. In tutto l’Iran non ho visto una donna che derogasse a tali norme. Sui mezzi pubblici uomini e donne devono stare separati.

Non si vedono in giro molti poliziotti (ma, ho sentito dire, sono tanti, però in borghese) né molti imam. Le moschee che abbiamo visitato sono ormai dei musei visibili a pagamento, salvo quella di Yadz. La lingua parsi, indoeuropea, è del tutto diversa dall’arabo ed ha una grande ed antica tradizione letteraria; l’inglese è parlato da pochi e, spesso, male. Ovunque, anche in piccole cittadine, ci sono spazi verdi, aree con fiori, fontane, parchi: e sono molto puliti. Il sistema idraulico è efficiente perché l’acqua è preziosa (in Iran le statistiche dicono che la piovosità è, mediamente, scarsa). Ci sono in Iran i qanat, canali sotterranei, alti un metro e larghi mezzo, scavati nei secoli alla profondità di cinque-dieci metri che trasportano l’acqua per decine di chilometri.

L’islam sciita, praticato dal 90% della popolazione, non è comprensibile, al viaggiatore, nelle sue differenze da quello sunnita. Vino e birra alcolica, ufficialmente, non ci sono (ma si trovano al mercato nero). Il rapporto di cambio tra euro e rial, la moneta locale, è molto favorevole per noi: il costo della vita per un turista è un quarto di quello che c’è in Italia (una corsa in metrò a Teheran costa un sedicesimo di euro!). Le carte di credito non esistono (suppongo per il boicottaggio da parte del sistema bancario internazionale). Non si vedono banconote superiori a 20.000 rial – un euro e mezzo circa – per cui bisogna sempre avere in tasca grandi pacchi di carta moneta.

L’età media della popolazione è giovanissima, grazie alla politica demografica successiva alla rivoluzione islamica iniziata nel 1979 con l’avvento dell’ayatollah Khomeini, politica che ora è stata rimessa in discussione. In Iran ci sono tante etnie, i persiani sono poco più della metà, altre sono diffuse soprattutto al nord (nella grande città di Tabriz sono azeri).

La straordinaria simpatia della gente verso i visitatori
Nonostante la difficoltà di comunicazione, ci ha sorpreso la straordinaria accoglienza: ovunque e per tutto il periodo del nostro soggiorno, siamo stati avvicinati ed «aiutati», nelle strade, nelle visite, nei negozi… Quante di foto di gruppo abbiamo fatto, quante offerte di dolci abbiamo avuto, quanti tentativi di parlarci, sia pure in un inglese molto stentato! E sempre grandi effusioni quando sapevano che eravamo italiani. Avendo viaggiato molto in quell’area, posso dire che forse solo in Turchia (e non con la stessa intensità) ho trovato una situazione simile. Una giovane guida che parlava italiano mi ha detto che i meglio accolti ed «amati» sono gli italiani, i meno amati i tedeschi. Impressionato da questa capacità di comunicazione degli iraniani, ho interrogato conoscenti che erano stati in Iran: tutti mi hanno confermato di avere avuto la stessa bella sensazione. Anzi, una nostra amica iraniana che vive a Roma mi ha detto che questa spontanea ospitalità avviene anche nei confronti dei viaggiatori del turismo interno.

Particolare è stato poi l’approccio da parte delle donne. Nonostante le loro bardature, che sembrerebbero limitare la comunicazione, spesso sono state loro a fermarci e a cercare di parlare: con mia moglie con particolari effusioni (baci ed abbracci); con me e mio fratello sono state ovviamente più frenate, di solito non dando la mano, ma sempre gentili. Insomma mi sono convinto che questa accoglienza sia un fatto di cultura e di costume. Comunque, è una cosa che fa molto piacere, ma spinge anche a porsi delle domande. Mi sono reso conto una volta ancora di quanto sia utile la conoscenza diretta (quasi stabilendo una specie di comunicazione dal basso tra i popoli soprattutto nel momento delle massime difficoltà politiche come quelle attuali) ma, anche, di quale distanza ci sia tra la realtà che abbiamo visto rispetto ad un regime duro che, per esempio, è secondo solo alla Cina quanto a esecuzioni capitali: tornato in Italia ho letto che nella deliziosa Shiraz, dove ero stato una settimana prima, avevano eseguito due condanne a morte in piazza!

Le bellezze di un paese dalla storia millenaria
Dell’Iran abbiamo visto il grande altopiano (sui mille metri di altitudine) con ovunque sullo sfondo i monti Zagros o, tra Teheran ed il Caspio, la catena degli Elburz. Queste montagne in estate sono gialle, non c’è vegetazione. Probabilmente in primavera saranno verdi. L’altopiano ha grandi aree desertiche intervallate da zone, anche ampie, fertili. Le coltivazioni sono simili alle nostre. L’Iran ha una grande storia; conoscendola si può capire quali e quanti siano i suoi tesori di arte, e quale sia la tradizione letteraria e la diffusa passione per la poesia.

Nel Sud, vicino a Shirat, c’è Persepoli, la fastosa capitale dei persiani di Dario e Serse, quelli che realizzarono il più grande impero del primo millennio avanti Cristo, e che poi furono sconfitti dai greci a Maratona e a Salamina e poi dominati da Alessandro Magno nel 330 a.C. Quanto si vede ora è suggestivo ed emozionante quasi quanto il foro romano o l’acropoli di Atene. Questo impero persiano era fondato sulla religione zoroastriana, la prima religione monoteista del paese.

Nelle tre città gioiello (Shiraz, Yadz, e Isfahan, l’antica capitale) ci sono le cose più belle: le torri del vento, la più grande piazza del mondo (dopo quella di Tien An Men, a Pechino) la Naqsh-e Jahan di Isfahan di 83.000 metri quadri, le moschee, i minareti, i bazar e tanto altro. Teheran è interessante perché è la capitale ma è città molto recente, con uno sviluppo enorme, e troppo inquinata.

La vita e i problemi della minoranza cristiana
Una caratteristica del nostro viaggio in Iran (analogamente ai due viaggi in Cina nel 1994 e nel 2000, sui quali riferii su Confronti) è stato quello di cercare di conoscere quanto, ancora, c’è di cristiano, o quanto è rimasto dopo la rivoluzione khomeinista del 1979. L’art. 13 della Costituzione riconosce tre minoranze religiose: nell’ordine, la zoroastriana, l’ebraica e la cristiana «che, nei limiti della legge, sono libere di svolgere i loro riti e le loro cerimonie e di agire secondo le loro proprie norme nelle questioni che riguardano le persone e l’educazione religiosa». Questa norma è rispettata ma, ci sembra di avere capito, negli ultimi tempi, con la presidenza di Ahmadinejad, ne viene data un’interpretazione sempre più restrittiva. L’unica religione espressamente discriminata è quella bahà’i, ritenuta un’eresia dell’islam.

Dai contatti avuti abbiamo capito che la provenienza famigliare determina in modo assoluto la religione di una persona. Se un musulmano entra in una chiesa cristiana rischia molto; ugualmente i cristiani devono ben guardarsi dall’accettare al proprio interno, nelle chiese o in altre attività, un musulmano. La conversione del musulmano ad altra religione, se viene conosciuta e denunciata, porta all’emarginazione dalla famiglia, alla perdita dell’eredità ed anche peggio. Ma questa, con alcune varianti, è una situazione comune a tutto il Medio Oriente.

In Iran non si può celebrare l’eucaristia in parsi perché ciò indicherebbe che si vuole fare proselitismo; perciò bisogna celebrarla in armeno o in altre lingue. Non si può fare propaganda di alcun tipo né c’è, per i cristiani, accesso ai media. Su una popolazione di settanta milioni, i cristiani sono alcune decine di migliaia, e sono soprattutto armeni: i più, legati alla Chiesa apostolica armena (i «gregoriani»), e una minoranza – circa diecimila persone – uniti a Roma. A Teheran, nel quartiere armeno, c’è una grande cattedrale, quella di Sarkis (San Sergio), situata all’interno di un ampio spazio recintato; è stata costruita ai tempi dello Scià. Abbiamo assistito alla lunga eucaristia e parlato poi con uno dei responsabili dei loro problemi. In particolare ci hanno raccontato dei molti interscambi che hanno con i cristiani del Libano e della Siria. Prima della guerra iniziata nel 2003 con l’attacco anglo-americano a Baghdad, l’Iraq era il loro retroterra cristiano, come il Libano lo era per i cristiani di Siria. Ora la situazione è difficile; i cristiani che possono se ne vanno. C’è un’organizzazione, di cui non hanno saputo dirci il nome, che facilita anche economicamente queste partenze (forse fa capo agli ambienti della destra fondamentalista americana). Chi parte va prima in Austria e successivamente negli Stati Uniti, soprattutto a Los Angeles. Un’organizzazione, Emanuelle (di tipo evangelical, se ho ben capito), cerca di fare proselitismo.

Gli armeni hanno un quartiere anche a Tabriz con la bellissima ed antichissima chiesa di S. Maria, visitata anche da Marco Polo, e poi a Isfahan una bella cattedrale, uno splendido museo ed un memorial del genocidio (subìto sotto l’impero ottomano, nel 1915-17). Un ambiente gradevolissimo, una specie di isola con dipinti figurativi di Madonna e santi. C’è poi un’«isola» cristiana ad Orumiyeh, nel nordovest, dove, per motivi storici, il trenta per cento della gente è cristiana; lì ci sono anche un vescovo cattolico e quattro preti.

La Chiesa cattolica aveva importanti strutture, un grande istituto di educazione dei salesiani a Teheran, idem a Tabriz e ad Isfahan e in altri posti. Dopo la rivoluzione, sono stati tutti requisiti. Ora ci sono quattro piccole parrocchie cattoliche dei riti armeno e assiro-caldeo. I cattolici di rito latino sono i lavoratori stranieri (molti italiani), in continua diminuzione e, poi, quelli del consolato e dell’ambasciata italiana. Per essi c’è una piccola chiesa a lato dell’ambasciata presso la quale incontriamo il vescovo italiano di rito latino per tutto l’Iran, un salesiano italiano di grande cordialità che ci informa su molte cose. Tra l’altro ci conferma le differenze fortemente vissute tra i fedeli dei vari riti, un disagio – pur simile agli altri paesi del Medio Oriente – che, visto da qui, è assai poco comprensibile, soprattutto tenendo conto delle difficoltà che hanno già, in tutti quei paesi, i cristiani. I rapporti tra cattolici ed armeni non cattolici sono ovunque buoni.

Abbiamo visitato la chiesa di Isfahan. Si trova in un complesso, in pieno centro (non facile da trovare), con un grande spazio con un pensionato per ragazze, e una scuola, però sequestrata. La libanese suor Marcelle, della congregazione di San Vincenzo de’ Paoli, ci accoglie con calore. Un prete francese fa la spola tra qui e Tabriz, a 500 chilometri di distanza. A Tabriz situazione simile: difficoltà a trovare la chiesa, essa pure recintata, in pieno centro con un ampio spazio semiabbandonato; ma l’edificio è grande e bello; l’eucaristia viene celebrata raramente. Presso Tabriz c’è un ospedale dei lebbrosi Baba Bagi. Da decenni là lavorano da infermiere tre suore, sempre vincenziane: una libanese, un’austriaca ed un’italiana (umbra). Ci accolgono con evidente amicizia, e ci spiegano che danno testimonianza di presenza cristiana, ma senza fare proselitismo. Analoga è la situazione di due fratelli di Charles di Foucauld, che vivono là stabilmente. Ogni anno hanno necessità del visto pur essendo lì da decenni. Quest’anno le suore l’hanno ottenuto con grande fatica: sono preoccupate di ciò.

A Natale gli armeni «gregoriani» vanno alla messa nella chiesa cattolica di Tabriz; all’Epifania i cattolici, a partire dalle tre suore, partecipano all’Eucaristia nella chiesa armena. Lo fanno, silenziosamente, consapevoli di «trasgredire». Che bello sapere di questo ecumenismo dal basso, lontano da Roma, con cui terminiamo, l’ultimo giorno del nostro viaggio, i nostri contatti con le sorelle ed i fratelli cristiani in Iran!

Vittorio Bellavite

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