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Iran. Alla ricerca delle religioni di un antico grande paese

Nella Repubblica islamica abbiamo incontrato, a Yazd, Isfahan e Teheran, rappresentanti delle comunità zoroastriane, ebraiche, armene e cattoliche che – tra speranze e problemi – vivono nel paese ove sono radicate da secoli; e, nella città santa di Qom, teologi sciiti esponenti dell’islam assolutamente maggioritario.

Un paese pericoloso? Incomprensibile? È la domanda che ci veniva posta da chi sapeva del nostro viaggio in Iran. È ben evidente che in otto giorni avremmo potuto intravvedere solo un minimo spicchio di un territorio popolato da oltre settanta milioni di abitanti, e vasto 1.648.000 kmq, un’estensione pari ad Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Belgio, Olanda, Svizzera ed Austria insieme. Vastità e varietà morfologica (amplissimi e stupefacenti deserti nell’altipiano iranico, ogni tanto costellati da oasi; zone verdissime; ampie spiagge sul Mar Caspio; montagne che, come il Damavand, raggiungono i 5.610 metri), naturalmente; ma, soprattutto, complessità storica, culturale, religiosa e geopolitica. Chi non conosce, tanto per dire, l’importanza della cultura e dell’arte persiana dei secoli VI e V a. C., che ancor oggi stupisce per la sua grandiosità e raffinatezza?

Scopo del nostro viaggio era incontrare, sia pure fugacemente, esponenti delle varie religioni, anche minoritarie, presenti in Iran. Incontri che, però, non avvenivano sotto vuoto, ma nel contesto ineliminabile di problemi nazionali ed internazionali: l’attuale situazione concreta della Repubblica islamica (che nella sua bandiera porta scritto in grande, in arabo, Allah, e poi per ventidue volte, in piccolo, Allah o akbar – Dio è grande); la difficile situazione economica del paese (dove le masse popolari non hanno visto il benessere promesso dal regime); l’aspro dissidio dei suoi leader con gli Stati Uniti d’America; le sanzioni della comunità internazionale contro l’Iran; le minacce del presidente Mahmoud Ahmadinejad contro lo Stato d’Israele; il complesso rapporto dell’Iran con l’Iraq (a maggioranza sciita) occupato e controllato dagli anglo-americani; la crescente alleanza militare dell’Iran con la Russia; la potenza petrolifera del paese; le accuse occidentali contro il regime di Teheran (che le smentisce) di stare costruendo una centrale nucleare non già per i dichiarati scopi civili ma per preparare la bomba atomica. Questi problemi, anche se quasi mai direttamente evocati, incombevano, e vanno tenuti presenti per situare alcune affermazioni dei nostri interlocutori.

Il sacro fuoco di Zoroastro

A Yazd – 700 chilometri a sud della capitale – visitiamo un tempio del fuoco. Gli zoroastriani (vedi scheda) non adorano il fuoco ma lo ritengono elemento fondante dell’universo, insieme alla terra, all’acqua e all’aria. Esso è luce ed energia che purifica ciò che brucia, e dunque è un simbolo che rinvia al Creatore. Nei templi zoroastriani il fuoco non deve mai essere spento: un apposito inserviente, o sacerdote («mobed»), veglia giorno e notte perché la fiamma non si estingua, e dunque provvede a mettere legna o (come vedremo ad Isfahan) a controllare la fiamma alimentata dal gas – ma se questo si interrompesse, è sempre pronta la legna da ardere. Quello del tempio che visitiamo è stato acceso – come fiamma da fiamma – da un fuoco che, lungo i secoli trasportato in vari templi e in varie città, e infine a Yazd, arde ininterrottamente, ci dicono, dall’anno 470 dell’era volgare.

Sul frontone del tempio sbalza il Farvahar, il mitico uccello, dal volto umano, con le ali a tre ampie file di piume, che invitano a ricordare le tre affermazioni del principio decisivo di Zoroastro: «Pensare bene, parlare bene, agire bene». Ci spiegherà poi ad Isfahan un mobed, tutto vestito di bianco, con una cordicella ai fianchi: «Noi siamo monoteisti; crediamo in un Dio onnipotente, creatore dell’universo». E, con riferimento all’accusa agli zoroastriani di essere dualisti, spiega: «Vi è un solo Dio. Ma nella mente e nel cuore di ciascuno di noi vi sono due forze, il bene e il male, quasi un angelo e un demonio, sempre in lotta. Naturalmente, in questa battaglia dovremmo far vincere il bene». Sulla diffusione della sua religione, il mobed precisa: «In Iran – dove per secoli lo Zoroastrismo è stata la religione del paese! – siamo in cinquantamila; altri nel confinante Afghanistan, ma i più numerosi vivono nell’India del nord, dove abbiamo anche un’alta scuola teologica. E ci siamo anche in Occidente, soprattutto negli Stati Uniti d’America [là esiste addirittura un Council of Iranian Mobeds of North America, nda]. Oltre a Zoroastro, rispettiamo tutti i profeti, da Buddha a Gesù a Mohammad. Non facciamo proselitismo, ma ci farebbe piacere se tutti agissero alla luce dei princìpi del nostro profeta, che ci sembrano avere valore universale: “pensare bene, parlare bene, agire bene”».

Il mobed ci illustra poi come avviene quello che, forse, si potrebbe considerare l’ingresso ufficiale di una persona nella comunità: verso i sette anni si fa una cerimonia durante la quale si consegna al bambino una cordicella, da mettere ai fianchi. Magari può essere sotto il vestito, per cui la gente non la vede; ma sempre la portano, gli zoroastriani. Essi, riguardo alle regole di vita, consigliano caldamente (non obbligano) di essere vegetariani, o comunque di mangiare pochissima carne, perché questa viene trovata con la violenza, uccidendo animali; insistono sull’indissolubilità del matrimonio, che però può essere spezzato se i coniugi [non abbiamo capito bene se l’uomo, o la donna] sono sterili.

A Yazd abbiamo visitato le Torri del silenzio: all’entrata della città, su alcune colline, vi sono dei torrioni che culminano con uno spiazzo sul quale, sopra delle pietre (per non inquinare la terra) veniva posto, avvolto in un lenzuolo, il cadavere, che diventava preda degli avvoltoi. In tal modo il corpo della persona defunta entrava nel ciclo della vita senza profanare, decomponendosi, la terra. Quest’usanza antichissima è rimasta in vigore fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, quando lo scià l’abolì; e testimone ne è il signor Sharir, oggi arzillo 84enne, l’ultimo zoroastriano che allora, come lavoro, sistemava appunto i cadaveri sulle torri: «Era un lavoro come un altro – ci dice – ma non mi dispiace che abbiano proibito quell’usanza. Adesso seppelliamo i nostri morti in quel cimitero [dista duecento metri]: però non poniamo i cadaveri nella nuda terra, ma li chiudiamo in una specie di bara di cemento, proprio perché la terra non sia contaminata». «Signor Sharir, le è mai venuta la tentazione di farsi musulmano?». «Mai». «Pensa che andrà in paradiso?». «Chi lo sa? Solo l’Altissimo lo sa», e con una mano indica il cielo.

«Rosh ha-Shanah» ad Isfahan

L’appuntamento con esponenti della comunità ebraica era fissato per il 2 ottobre. E così siamo entrati nella sinagoga principale di Isfahan la mattina del giorno in cui gli ebrei festeggiano Rosh ha-Shanah, il capodanno – quest’anno il 5.769 dalla creazione del mondo (secondo il computo simbolico rabbinico). Per entrare nella sinagoga ci si deve togliere le scarpe, un uso singolare, forse adottato dalla tradizione islamica: infatti, né a Gerusalemme né, in generale, nella diaspora, esso è prescritto. La sinagoga è stracolma di gente: sopra, nel loggiato, le donne; sotto gli uomini, tutti con il talled, il manto bianco con striscioline azzurre, della preghiera. Mentre prosegue il rito, conversiamo con il presidente della comunità, Sion Mahgerfteh. «Noi ebrei abbiamo una lunga storia, in questo paese. I nostri padri erano qui già tremila anni fa… Oggi, in tutto l’Iran, siamo circa ventimila; duemila ad Isfahan, dove abbiamo diverse sinagoghe. Prima della rivoluzione del 1979 eravamo molti di più ma, in seguito a quell’evento, circa quindicimila hanno lasciato il paese».

Ci interrompiamo perché è il momento solenne nel quale vengono aperti i rotoli della legge, e mostrati, torno a torno, ai presenti: molti quasi accarezzano i rotoli, altri li baciano, mentre tutti cantano invocando Adonai, il Signore Altissimo, perché protegga il popolo d’Israele e disperda i suoi nemici. Poi, siccome in un punto il rotolo (di pelle) si era come raggrinzito, viene svolto completamente e poi pazientemente riavvolto.

Riprendiamo la nostra conversazione con il presidente della comunità. Ci dice che gli ebrei in Iran sono impegnati, ovviamente, in varie professioni; molti nel commercio dei tappeti; lui, personalmente, si occupa di materiale anti-incendi.

Ci spiega poi che i matrimoni celebrati secondo la tradizione ebraica sono riconosciuti validi dallo Stato. Come le altre minoranze del paese, anche gli ebrei hanno un loro deputato (da essi eletto) al Majlis, il parlamento.

Non parliamo di politica, né delle minacce della leadership di Teheran allo Stato di Israele, o dell’ipotesi di alcuni generali israeliani di bombardare le centrali nucleari iraniane. Chiediamo tuttavia al nostro interlocutore di esprimerci i suoi più grandi desideri: «Vorrei che ci fosse la pace nel mondo; che scomparisse il razzismo, e che nessuno, in nessun paese, dovesse soffrire a causa della sua religione».

L’antica Persia è molto cara agli ebrei – e a tutti coloro che vogliono conoscere le terre bibliche – perché di essa parla il Primo Testamento, e nel suo territorio colloca eventi importanti, come la storia di Ester; la tomba del profeta Daniele si trova a Susa, attuale Iran; e così Ecbatana, citata dal libro di Tobia. Ma, soprattutto, importantissimo è che in Isaia (nei capitoli 44 e 45 del deutero Isaia!) il Signore definisca Ciro «mio pastore», «mio eletto». Ciro II, il Grande, re della Media e della Persia, nel 539 conquista Babilonia ponendo fine all’impero dei caldei; e, l’anno successivo, emette il famoso editto con il quale permette il ritorno in patria agli ebrei deportati a Babilonia sotto Nabu Kudur Usur (Nabucodonosor) che nel 587 aveva distrutto il tempio di Gerusalemme. Infine, per quanto riguarda il Nuovo Testamento, gli Atti degli Apostoli, cap. II, citano anche i Parti (abitanti della Persia) tra quanti ascoltano Pietro dopo la Pentecoste.

Gli armeni, la prima minoranza del paese

La presenza cristiana nella Persia risale probabilmente già al primo secolo; si rafforzò quando in quella zona, come nell’attuale Iraq, si svilupparono i nestoriani, avversari di Costantinopoli, e contrari al dogma del Concilio di Efeso che nel 431 definì la Madonna Theotokos, Madre di Dio: una Chiesa che partendo proprio dalla Persia evangelizzò l’Asia centrale, lambendo la Cina. Un’impresa straordinaria che sparì quando tutte quelle popolazioni, dal VII al XI secolo, divennero musulmane. Oggi i nestoriani (Chiesa assira dell’Est) in Iran sono rarissimi.

Si stanziarono in Persia anche armeni, popolo convertito al cristianesimo nel 301 da san Gregorio l’Illuminatore. Oggi, pur diminuiti, essi rimangono la più numerosa minoranza del paese. La gran parte di essi appartiene al catholicosato (patriarcato) di Cilicia, che attualmente ha sede ad Antélias, presso Beirut; esso è l’erede di quello di Sis, nell’Anatolia centrale che, dopo che nel 1915 i Giovani turchi avviarono il genocidio contro gli armeni, fu appunto trasferito in Libano, mantenendo il titolo di Cilicia (regione sud-orientale della Turchia); alcuni sono legati al catholicosato più importante, quello di Etchmiadzin, in Armenia. Vi è poi una minoranza di armeni cattolici legati al patriarcato che ha sede a Bzommar, Beirut; ed alcune piccole comunità evangeliche. Non solo in Iran, ma in tutto il mondo permangono due obbedienze dei «gregoriani», dipendenti da Etchmiadzin o da Antélias: nella diaspora, dove vivono forse più armeni di quanti (3,4 milioni) non ve ne siano in patria, ci sono insomma due gerarchie parallele, anche se dal punto di vista della fede sono un’unica Chiesa.

Ad Isfahan incontriamo il vescovo Papken Sharian, che guida la diocesi da quattro anni; proviene da Antélias, e dunque ha passaporto libanese. «Oltre a questa, noi del catholicosato di Cilicia oggi abbiamo in Iran altre due diocesi: Teheran e Tabriz (al nord). Nell’insieme, i nostri fedeli sono circa ottantamila; diecimila qui. Come vedete, siamo ben organizzati in questo complesso [ampio e molto agibile, con cattedrale – bellissimi i dipinti! – alto campanile, episcopio, scuole, edifici vari, museo; il tutto circondato da alte mura, così che sembra una cittadella]. La nostra scuola, dove si insegna sia in persiano che in armeno, va dalle elementari al liceo; abbiamo quattrocento alunni; è privata ma riconosciuta dallo Stato [un’altra fonte ci preciserà, poi, che il direttore della scuola è imposto dal Ministero dell’Istruzione; e che gli alunni debbono obbligatoriamente seguire anche le ore di religione islamica. Non abbiamo potuto verificare tali notizie]».

La presenza cattolica

Nella capitale iraniana rendiamo visita al nunzio, il francese monsignor Jean-Paul Gobel, e all’arcivescovo di Isfahan dei latini, il salesiano italiano monsignor Ignazio Bedini, che risiede a Teheran. Il prelato ci spiega che la sua arcidiocesi fu creata nel 1629: allora la città era un crocevia di molte genti, ed Urbano VIII ritenne necessario provvedere ai molti cattolici europei che, per ragioni di commercio o altre, là vivevano o transitavano per percorrere la «via della seta» battuta anche da Marco Polo. Attualmente i cattolici latini nell’intero Iran sono ben pochi (settemila?); i preti dell’arcidiocesi sono cinque; con essi collaborano quindici suore. La liturgia viene celebrata in varie lingue; a Teheran vi sono quattro chiese. Dopo la rivoluzione khomeinista diversi istituti religiosi cattolici hanno dovuto abbandonare le scuole – assai frequentate, soprattutto da musulmani – che dirigevano.
Oltre all’arcidiocesi dei latini, l’organizzazione ecclesiastica cattolica in Iran è costituita dalla diocesi armena di Isfahan, con diecimila fedeli, e dalle diocesi caldee di Urmya, Salmas, Teheran e Ahwaz, con complessivi cinquemila fedeli (prima del 1979 erano sette volte tanto).

Primo papa a toccare l’Iran, Paolo VI, in viaggio verso Asia orientale, Australia ed Oceania, il 26 novembre 1970 fece scalo all’aeroporto di Teheran, là accolto dallo scià Reza Pahlevi. Nel suo discorso lodò «le grandi opere realizzate da Vostra Maestà per il benessere del suo popolo»; ed aggiunse: «A tutti i cittadini di Teheran venuti a riceverci, noi diciamo la nostra riconoscenza per l’accoglienza così fervida e amichevole. Invitiamo tutti i credenti a unirsi con noi, per pregare Dio onnipotente di benedire questa grande e antica città, così ricca di storia, e di accordare pace e benessere a tutto il popolo iraniano».

La parola a teologi sciiti

Abbiamo fin qui ascoltato esponenti di religioni minoritarie, ma che in Iran risalgono a ben prima dell’arrivo dell’islam. Diamo ora la parola ad esponenti della religione maggioritaria, incontrati a Qom (120 chilometri a sud di Teheran), città considerata santa dagli sciiti perché in essa si trova la tomba di santa Masuma (così viene chiamata), figlia del settimo e sorella dell’ottavo dei dodici primi imam, ritenuta persona piissima ed irreprensibile. Il suo santuario, di solito, è chiuso ai non musulmani.

Per inquadrare quel che sentiremo, è necessario un cenno ad un’aspra questione storico-teologica. Fin dalle origini dell’islam si pose una questione cruciale: chi doveva guidare la umma, la comunità musulmana, dopo la morte del profeta? I sunniti (sunna = tradizione) affermano che Mohammad lasciò alla comunità il compito di eleggere il suo successore. Gli sciiti (=prendere partito per) sostengono invece che, ancora vivente, il profeta decise che la sua successione sarebbe stata per discendenza familiare: il cugino Ali, a cui aveva dato in sposa sua figlia Fatima, e poi i loro figli Hassan ed Hussein. Tra i due gruppi sorsero aspre dispute, e Hussein nel 680 fu ucciso (martirizzato, dicono gli Sciiti) dagli avversari a Kerbala, nell’attuale Iraq. Oggi, la gran maggioranza dell’1,3 miliardi di musulmani sparsi nel mondo è sunnita; gli sciiti sono tra il 12 e il 15%.

Gli sciiti iraniani ritengono che spetti all’imam (la suprema guida) il potere politico e religioso nella comunità; e credono che il dodicesimo discendente di Ali e Fatima, il dodicesimo imam Mohammad al-Mahdi, nell’874 si sia nascosto; egli tornerà un giorno per instaurare sulla terra un regno di giustizia. L’attuale gerarchia teologica sciita – ai cui vertici vi sono gli ayatollah e, tra essi, il Rahbar – è in qualche modo la voce che annuncia, per quando Allah vorrà, il ritorno, o la manifestazione pubblica e gloriosa, del Valiasr, l’imam nascosto.

«Da quattordici secoli noi sciiti siamo vittime di una congiura di palazzo organizzata a nostro danno»: ce lo dice, a Qom, il teologo Mostafa Milani (malgrado le apparenze, il cognome è iraniano!). I suoi genitori, commercianti in tappeti, avevano un negozio in Lombardia, dove egli, pur nato in Iran, ha trascorso l’infanzia e la giovinezza. Nella conversazione, lasciata la storia del passato, si viene subito all’attualità. Milani critica il discorso a Ratisbona di Benedetto XVI, ove questi, due anni fa, fece praticamente suo il giudizio di un imperatore bizantino contro l’islam e il Corano, condannati in blocco come violenti (vedi Confronti 11/2006): «Un giudizio fondato purtroppo su una non sufficiente conoscenza dell’islam. Spiace che il papa abbia pronunciato quelle parole, senza prima documentarsi». Analoghe osservazioni critiche ci farà, poi, l’ayatollah Salehi.

Milani tocca anche la questione teologica capitale che differenzia islam e cristianesimo, la divinità di Cristo: «Come può l’Adorato essere l’adorante – e Gesù pregava Dio; o il Nutriente essere il nutrito? Io sono pronto a sacrificarmi per Gesù, che il Corano considera profeta, e che noi sciiti attendiamo alla fine dei tempi, insieme all’imam nascosto; ma non posso credere che Gesù sia anche Dio». Malgrado tale differenza sostanziale, il teologo ritiene utile e importante il dialogo tra musulmani e cristiani, «purché fondato su amore, ragione e sincerità».

Sempre a Qom ci riceve un altro dottore sciita, Mohammad Legenhausen, la cui storia è singolare: nato da una famiglia cattolica negli Stati Uniti, ha poi abbracciato l’islam secondo la tradizione sciita, e da anni insegna filosofia al (nella dicitura inglese) Imam Khomeini education and research Institute di Qom. Nella conversazione, gli poniamo una domanda inevitabile: «Perché, in generale, nei paesi musulmani viene bene accolto chi da cristiano si fa musulmano, e invece viene severissimamente punito, o emarginato, chi facesse il cammino inverso?». «Problema reale e complesso. Un hadith (detto) di Mohammad – la pace sia su di lui – racconta che un giorno un uomo si recò da lui per dirgli che i suoi due figli, musulmani, si erano fatti cristiani. “Che debbo fare?”. “Lasciali tranquilli, che seguano la loro coscienza”, rispose il profeta. Altre tradizioni sembrano dire diversamente. Mi pare che le nostre fonti non diano una risposta sicura e chiara al problema. Attualmente, tra l’intellighenzia iraniana vi è qualcuno che ritiene normativo anche per l’oggi l’hadith di Mohammad, ma ci vorranno generazioni prima che questa tesi diventi sentire comune».

Il santuario di Qom rifulge di ori, luci, marmi, specchi all’interno, mentre migliaia e migliaia di persone, donne e uomini, ossequiano e baciano la tomba di santa Masuma. All’esterno, i cortili sono strapieni di gente che va e che viene: gruppi di donne tutte coperte dal velo nero, dignitari musulmani con i turbanti bianchi o neri. Al sole, brillano come gemme le cupole dorate del santuario. Il traffico, nelle vie adiacenti, è intensissimo: colonne interminabili di pellegrini si avviano verso un luogo sacro che rappresenta un caposaldo per il mondo sciita.

Le speranze delle donne

È impossibile ridurre ad unità, o ad un giudizio bianco/nero, quanto siamo venuti raccontando nei nostri veloci flash. Qualche altra pennellata darà ulteriormente il senso del «provvisorio». La libertà religiosa, ad esempio: che esista la libertà di culto, in Iran, per chi non sia musulmano, è evidente dall’esistenza di templi zoroastriani, sinagoghe, chiese in attività. Ma – ci fa notare a Teheran un diplomatico latinoamericano – «attenzione: la libertà di culto è sottoposta a due condizioni ferree: non criticare apertamente il regime, ed evitare ogni pur minimo proselitismo. In particolare, un musulmano che si facesse cristiano dovrebbe affrontare gravissime difficoltà. In altri termini: non esiste libertà religiosa nel senso e nell’ampiezza che ad essa dà l’Occidente. Tuttavia, se si paragona la situazione della Repubblica islamica, di solito condannata dall’Occidente, con quella di un paese mediorientale coccolato soprattutto da Washington, l’Arabia saudita, dove è proibito ogni luogo di culto non islamico, e perfino possedere una Bibbia può essere reato, la differenza è grandissima».

Anche altri dettagli dimostrano come, rispetto all’Arabia saudita, l’Iran sia più aperto: in questo le donne possono avere la patente per guidare la macchina (e lo fanno, e come!), il che è invece vietato nell’altro; e – particolare curioso – in Iran, dove gli alcolici sono proibitissimi, i cristiani ottennero da Khomeini il permesso, sempre valido, di coltivare viti per produrre il vino da messa, un’ipotesi del tutto esclusa in Arabia saudita. Ma, per mettere in luce differenze più importanti, il nostro interlocutore rileva poi che cinque dei 290 deputati del Majlis rappresentano le minoranze religiose [sopra citate] e sono da esse eletti: un fatto impensabile a Riyadh.

È anche vero, aggiunge, che il parlamento conta poco: «È una democrazia ben fragile, perché ogni sua legge può essere cancellata dal Rahbar, la guida suprema che, autonomamente e insindacabilmente, decide in campo religioso e politico. Anche il presidente della repubblica, che è nel contempo capo del governo, infine dipende da lui».

Una cosa impressiona subito, in Iran: la grandissima cordialità della gente verso gli stranieri. Sono perciò possibili scampoli di dialogo (con la lingua inglese, quando possibile). «Sono convinto che in Iran molti, come me, sono zoroastriani nel cuore», ci dice un giovane commesso in un bazar, «anche se io, come tanti altri, formalmente sono musulmano». Un’altra cosa ci ha colpito: constatare – per quel poco che abbiamo visto! – come a molte donne la severissima normativa ufficiale, che impone sempre il velo in pubblico, non sia tanto gradita, almeno alle generazioni sotto i trent’anni, e almeno nelle grandi città (ma non sappiamo nelle campagne dell’Iran profondo!). Insomma, ci è sembrato che i sentimenti espressi dall’iraniana Marjane Satrapi in Persepolis – libro e poi film che hanno suscitato vasta eco in Occidente – non siano rari. E che molte donne si riconoscano in Shirin Ebadi, l’avvocatessa iraniana, premio Nobel per la pace 2003, per il suo impegno per la democrazia e, in particolare, per i diritti delle donne. A proposito di religione, spesso ella ha dichiarato che, correttamente interpretato, il Corano non è assolutamente contro la democrazia ed i diritti umani.

Ad Isfahan, nella vastissima piazza centrale, proprio di fronte alla grandiosa e bellissima moschea dell’imam, incontriamo per caso un gruppo di universitarie; intrecciamo una conversazione amabile, senza però evitare temi difficili. Ad una nostra domanda, una di loro ci dice: «Certo che sono musulmana, ma non vado quasi mai in moschea: mi basta pregare a casa mia. Allah mi vede lo stesso». E un’altra: «L’Iran ha bisogno di moltissime riforme: a poco a poco, senza scosse traumatiche, ma vere e profonde: esse urgono davvero, soprattutto per noi donne». «Qual è, secondo voi, il problema più grande dell’Iran?». Un momento di silenzio e poi, in coro, ci rispondono: «La libertà». In quel momento da un minareto il muezzin lancia il suo invito per la preghiera della sera: «Allah o akbar». Si sta intanto avvicinando un «guardiano della rivoluzione» per vedere di che cosa, da venti minuti, parlano le ragazze con degli stranieri; e il gruppo, in gran fretta, si scioglie, mentre su Isfahan scende una notte stellata.

Gianni Novelli e Luigi Sandri

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