Introduzione
Negli Atti degli Apostoli si legge, a proposito di Gesù, che «in nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (At 4,12). La Lettera agli Efesini, di rimando, in uno splendido inno afferma di lui che «Dio l’ha esaltato/ e gli ha dato il nome/ che è al di sopra di ogni altro nome;/ perché nel nome di Gesù/ ogni ginocchio si pieghi/ nei cieli, sulla terra e sotto terra» (Ef 2,9-10).
Già, ma qual è il vero nome di Gesù? La risposta è meno semplice di quanto non appaia in prima battuta: tanto più che, nell’antico mondo semitico, il nome non è un semplice orpello, o una risposta ad una pur legittima necessità giuridico-anagrafica, bensì un auspicio e un destino insieme, una speranza e un compito da espletare.
Mille volti
La nuova sensibilità verso le radici ebraiche del cristianesimo, ad esempio, ci ha resi edotti che il suo nome familiare era - con ogni probabilità – Yehoshua (che rimanda all’idea di Dio come salvatore) ben Yossef. La poderosa rilettura islamica ne ha fatto un profeta escatologico-apocalittico chiamato Isa. Ma non si può dimenticare che, già a livello del Nuovo Testamento, ben diversa risulta la prospettiva cristologica di Paolo rispetto a quella di Giovanni, o dei Vangeli sinottici. Se poi vogliamo tentare un elenco, più o meno completo, dei titoli di Gesù presenti nei libri neotestamentari, ecco cosa se ne ottiene (oltre, ovviamente, allo stesso Cristo): Colui che viene, Re davidico, Profeta, Giusto e Santo, Via Verità e Vita, Buon pastore, Porta e Strada, Luce del mondo, Sposo, Testa del corpo, Capo o Autore, Vigna, Pane di vita, Pietra, Salvatore, Redentore, Servo, Agnello, Espiazione, Gran Sacerdote, Paraclito, Mediatore, Risurrezione, Figlio dell’Uomo, Primogenito, Ultimo Adamo, Alfa e Omega, Giudice, Figlio di Dio, Signore, Logos, Potenza e Sapienza di Dio, Immagine del Dio invisibile, Effigie della sua sostanza, Splendore della sua gloria, Dio, Amen… Una varietà davvero impressionante - come nota Armido Rizzi nel suo Gesù e la salvezza – se si tiene conto che il Nuovo Testamento è fatto appena di qualche centinaio di pagine!
Basterebbe fermarsi qui, per cogliere la curvatura del titolo che abbiamo voluto per questo secondo numero speciale di fine estate di Confronti, «Nei nomi di Gesù». Perché se Gesù, storicamente, è stato uno e uno solo, innumerevoli si sono affollate (lungo i secoli, in Occidente ma anche in Oriente, nel nord della terra ma anche nel suo sud) le sue reinterpretazioni, le sue riletture, le sue facce. Riletture che ancor oggi proseguono, e che anzi tendono ad aumentare a dismisura fino a scuotere dalle fondamenta l’equilibrio delle cristologie sorte nell’orizzonte culturale e filosofico del vecchio continente; riletture su cui, certo solo parzialmente ma speriamo non inutilmente, ci soffermeremo nelle pagine che seguono. Trovando conferme, ma anche spiazzamenti; certezze, così come ancora parecchi dubbi. Ascoltando voci talora consonanti e vicine, ma pure dissonanti, e rapsodiche: di cristiane e cristiani di diverse confessioni, di ebrei, musulmani, buddhisti, e non solo italiani. Tutte e tutti - in ogni caso – pensanti, secondo la ripartizione proposta da Carlo Maria Martini al posto di quella, tanto classica quanto obsoleta e inservibile, di credenti/non credenti.
Sia chiaro: nessuna pretesa di fornire una linea, ma di aprire sentieri per ulteriori letture e riflessioni. Ci auguriamo che accada…
La riscoperta di Gesù
D’accordo, non è facile riprendere il discorso su Gesù. Anzi, per certi versi, è abbastanza da incoscienti: in particolare se si possiede l’illusione beata (ma non è il nostro caso!) di poter scrivere qualcosa di nuovo attorno ad una figura su cui, apparentemente, è stato detto tutto. Un rapidissimo riscontro lo si ha avventurandosi su Google e inserendo la parola Gesù (in italiano) nel rinomato motore di ricerca di Internet, che fornisce un risultato destinato a tramortirci, più che a spingerci a proseguire il cammino… E c’è chi ha sottolineato opportunamente come, nel momento in cui le grandi cristologie si fanno sempre più rare, l’interesse per la figura di Gesù (la sua «riscoperta», come titolava un numero di Concilium del 1997) si faccia sempre più esuberante, fino a rileggerlo quale decisivo «grande codice» dell’arte, del cinema, della letteratura, del fumetto: di un’autentica «inquietudine cristologica», per il «secolo breve», era giunto a parlare Geno Pampaloni.
Credo non sia un caso se, in una stagione mondiale caratterizzata da un revival bulimico e quasi selvaggio del sacro, da un accentuato processo di multireligiosità in tanti paesi (fra cui il nostro) che convive peraltro con estesissime sacche di secolarizzazione ormai consolidate, e dalla pretesa forsennata di convocare i volti peggiori delle religioni in un’improbabile «guerra di civiltà», la persona e il messaggio di Gesù stiano tornando ad affascinare, a far discutere, a dare scandalo, a provocare. Anche in forme dichiaratamente forzate, o addirittura patologiche, si badi: dal controverso film di Mel Gibson, The Passion, all’onnipresente thriller teologico di Dan Brown, Il Codice Da Vinci, fino alla recente «operazione-Vangelo di Giuda», per citare appena alcuni prodotti culturali che nei mesi scorsi hanno internazionalmente imperversato. Segnalando, ad ogni modo, un bisogno irrisolto, pur se qui malamente espresso, e strizzando palesemente l’cchiolino al boom dell’apocalittica che negli ultimi anni - tra la fine del millennio e l’attacco alle due torri a New York – sta impazzando nella cultura popolare statunitense fino a dare l’assalto al vecchio continente, e poi agli altri.
Un uomo vivo…
Come coglieva bene lo storico Alberto Melloni nel suo incisivo Chiesa madre, chiesa matrigna un paio d’anni fa, il fatto è che Gesù, a due millenni dalla sua comparsa sulla terra, resta il nervo scoperto delle Chiese cristiane: ed è su di lui, in realtà, che si gioca l’essenziale, la partita decisiva, tanto per capire il cristianesimo nella sua storia e nel suo assetto, quanto per (cercare di) viverlo. Nel cuore di ogni possibile incontro ecumenico, ma anche nei tormenti delle attuali teologie del pluralismo religioso così discusse eppure in qualche modo ineludibili, c’è in primo luogo la questione-Gesù. Il senso della sua mediazione unica e definitiva. Il suo rapporto col Logos cui accenna enigmaticamente il quarto Vangelo. Il filo sospeso fra il ricorrere a lui dei dannati della terra dal sud del pianeta con la sua giovane e multiforme terza chiesa (P. Jenkins), e l’abuso del suo nome per giustificare il mantenimento dello status quo, se non – addirittura – la legittimità del già citato scontro fra le civiltà. Il Cristo di volta in volta antenato e guaritore degli africani, liberatore dall’oppressione dei latinoamericani, sensibile alle istanze di genere del pensiero femminista, battagliero e cupo dei teocon, appeso ad una forca del lager nel dopo-Auschwitz, «ebreo per sempre» negli intricati sentieri del dialogo all’esaurirsi dell’insegnamento del disprezzo, riciclato a prezzi di saldo dal consumismo della pubblicità e dal supermarket del sacro, destinato a possedere «questo diadema splendente e prezioso che è l’India» del movimento neo-hinduista, fratello di latte di Lao-Tzu della teologia coreana novecentesca, o del Buddha, stando a Romano Guardini… e si potrebbe seguitare!
Per rendere culto al totem cristiano dell’Occidente, come ben sanno gli improbabili cantori di un cattolicesimo tutto religione civile di casa nostra scrive Melloni per confessare Gesù nella fede serve un’esperienza cristiana concreta, una chiesa; e serve anche la consapevolezza che quell’esperienza concreta, la chiesa della storia, non può che depauperare la trasmissione di colui che la eccede. In quel Gesù frequentato, pregato e raccontato dai suoi, in quell’«ebreo marginale» (J.P. Maier) della Third Quest, ci sono il miracolo e il dolore, ma anche l’amicizia e l’osservanza, la chiamata e la solitudine, la conversione e la relazione, lo sdegno e la sofferenza, il giudizio e la preghiera, il digiuno e il banchetto, il silenzio. C’è una vita: e di tutto questo le Chiese non possono fare a meno, onorando la ricerca sulla sua identità complessa in una fedeltà creativa, sempre da rielaborare nel rapporto con la storia.
Chiudo con un paio di suggestioni. Quella del saggista Thomas Cahill, secondo cui «Gesù Cristo è l’unica personalità che ha rivoluzionato per sempre il mondo… a prescindere dal fatto che lo si consideri o meno il Messia, egli aveva ragione nel dire che il suo arrivo coincide con la fase finale e compiuta dell’esistenza: i valori che esistevano allora sono cambiati per sempre e sono divenuti quelli con cui ci confrontiamo oggi». E quella di un nostro cantautore intelligente, Vinicio Capossela, che nell’ultimo suo cd, Ovunque proteggi, dedica un brano a Gesù, che, una volta di più, ci spiazza e ci incuriosisce. Senza cedere alle mode, e riallacciandosi piuttosto ad una dimensione etnologica che sembrava scomparsa dalle nostre tabelle di marcia. Il titolo è L’uomo vivo, ed è caratterizzato da una musica tipicamente bandistica, a rivestire una processione pagana che fa tanto Mistero buffo: con la popolazione che fa a gara per salutare un Cristo «che ha lasciato il Calvario e il sudario/ ha lasciato la croce e la pena», e per portarlo a spalla dove lui «barcolla e traballa sul dorso della folla», ma è «pazzo di gioia» e finisce per essere condotto dalla gente del posto a mangiare, a ballare, a vedere il mare.
Finché «esplode la notte in un battimano/ per il Cristo di legno/ che Cristo com’era è tornato cristiano». Un uomo vivo, dunque, su cui una volta di più interrogarci e indagare, da cui lasciarci intrigare e mettere in discussione.
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