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Immigrati oggi, cittadini domani?

Il numero di immigrati presenti in Italia è più che triplicato in un decennio. Il fenomeno non viene governato in maniera adeguata e il malcontento degli italiani cresce. Gli immigrati sono visti come un problema di ordine pubblico e – soprattutto ultimamente – come una minaccia all’identità culturale del nostro paese.

L’Italia, in poco più di 30 anni, da paese di emigrazione è diventato un paese di immigrazione. Il numero degli immigrati, inizialmente contenuto, ha subìto negli ultimi anni una crescita esponenziale. Secondo dati della Caritas, gli immigrati sono passati da 990 mila nel 1995 a 3 milioni nel 2005, con una crescita pari al 203% in soli 10 anni. Questo ingente flusso migratorio verso la penisola ha colto impreparate le istituzioni che non sono riuscite a governare in maniera adeguata il fenomeno, generando malcontento tra gli italiani, molti dei quali vedono negli immigrati una minaccia alla propria sicurezza e alla propria identità culturale. Le leggi in materia d’immigrazione prodotte dai governi succedutisi in questi 10 anni non sono riuscite a regolamentare in modo efficace questo fenomeno. Ancora oggi l’Italia non è riuscita ad elaborare un suo modello d’integrazione, anzi lo sforzo legislativo è stato concentrato nell’emanare norme che mirano ad arginare e a reprimere l’immigrazione; sullo sfondo ha sempre prevalso un approccio ideologico che attribuisce al migrante uno statuto differenziato e all’immigrazione una valenza sempre problematica. Poco è stato fatto sul versante dell’integrazione: diritti civili, sociali, politici e via dicendo. Oggi il 40 % degli immigrati di seconda generazione non si sentono italiani. La concentrazione degli immigrati in ghetti etnici, come per i cinesi a Via Sarpi a Milano o all’Esquilino a Roma, e i conflitti sociali che essi generano ci inducono a pensare che siamo di fronte ad un’emergenza immigrazione che va affrontata con un approccio nuovo: l’immigrazione è un fenomeno irreversibile, strutturale alla società italiana; va certo programmata e controllata, ma va inclusa nel tessuto sociale attraverso norme eque che fanno sentire l’immigrato come membro a pieno titolo della collettività e quindi corresponsabile nel difendere i valori del bene comune, della legalità, della libertà e della democrazia in una società plurale come quella italiana.

La Amato-Ferrero vuole modificare la Bossi-Fini

Un passo avanti in questa direzione sembra compierlo la proposta di riforma in materia di immigrazione, che il Consiglio dei ministri ha approvato nel mese di aprile. La Amato-Ferrero – così è stato battezzato il disegno di legge delega – sembra migliorare la condizione materiale e giuridica dei migranti e contribuire a correggere le rappresentazioni sociali dello straniero. Le proposte più importanti sono: il voto amministrativo per gli immigrati; l’abolizione del contratto di soggiorno; il raddoppio dei termini di validità dei permessi di soggiorno e la semplificazione delle procedure per il loro rilascio (si parla di un passaggio di competenze ai Comuni); il riconoscimento dei titoli professionali conseguiti all’estero; una programmazione dei flussi flessibile con la diversificazione dei canali d’ingresso regolare e la reintroduzione dello «sponsorship» per ricerca di lavoro; l’abolizione del reato penale, previsto dall’attuale legge, ai danni dei clandestini.

L’attuale normativa sull’immigrazione, la Bossi-Fini, è stata varata dal parlamento nel luglio 2002, a poco più di un anno dall’insediamento del governo di centrodestra, e giudicata da molti come una legge molto restrittiva e repressiva nei confronti degli immigrati che, alla fine, ha aggravato il problema della clandestinità, che si era prefissata di sradicare.

La presidente della commissione Cultura e immigrazione dell’Assemblea parlamentare euro-mediterranea, Tana De Zulueta, sulla Bossi-Fini ha dichiarato: «La ritengo una legge nata con un intento un po’ demagogico e l’esperienza ha dimostrato che è “disfunzionale”, nel senso che è stata messa a punto su presupposti di controllo più rigido e più efficace, ma ha generato moltissima irregolarità. Attualmente, è quasi impossibile far incontrare la domanda e l’offerta di lavoratori immigrati attraverso canali ufficiali, basti pensare che a Roma i tempi di attesa per un permesso di soggiorno sono di 18 mesi e il permesso è valido un anno. In queste condizioni, vi sono stati diversi casi di lavoratori regolari che si sono trovati ad essere irregolari».

L’attuale legge prevede infatti la possibilità di ottenere – e di rinnovare – il permesso di soggiorno a condizione di dimostrare di avere un lavoro fisso. In questo modo ha accentuato le condizioni di precarietà in cui si trovano gli immigrati. Si esige dagli immigrati una stabilità occupazionale che il mercato del lavoro non garantisce neanche agli italiani.

Per quanto riguarda le politiche per l’accoglienza e l’integrazione, la legge delega agli enti locali la competenza in materia e questo ha significato il venir meno di una politica nazionale che dia sostegno e indirizzo alle politiche delle autonomie locali. Secondo Giorgio Alessandrini, vicepresidente vicario del Cnel (Consiglio nazionale economia e lavoro), «il problema della competenza in materia agli enti locali si traduce di fatto nella possibilità per questi di fare nulla o poco e, soprattutto, si traduce in termini praticamente elettorali: un Comune che adotta politiche e interventi per gli immigrati rischia di perdere consensi».

Sul versante legislativo e costituzionale, forti sono state le critiche mosse alla Bossi-Fini da parte di Magistratura democratica (la corrente progressista del Csm), che ha criticato la norma che attribuisce ai giudici di pace la giurisdizione sui provvedimenti di polizia in materia di espulsione. «Affidare al giudice di pace delle funzioni in materia di “restrizione della libertà personale” significa snaturare la funzione originaria del giudice di pace e soprattutto dare il senso anche alla popolazione di una sostanziale discriminazione». Bisogna inoltre ricordare che questa organizzazione denuncia da anni l’incostituzionalità della norma che istituisce i Centri di permanenza temporanea (Cpt), introdotta dalla legge Turco-Napolitano e resa più dura dalla Bossi-Fini.

Un passo in avanti

La riforma Amato-Ferrero non prevede l’abolizione dei Cpt. Tuttavia, sono previste nuove procedure per identificare gli stranieri ed espellerli senza passare dai Centri. Gli stranieri in stato di bisogno saranno invece ospitati in strutture di accoglienza, non a carattere detentivo e con permanenza limitata. Resteranno solo alcuni Centri per l’esecuzione dell’espulsione destinati al trattenimento degli stranieri da espellere. I Centri, promette il nuovo ddl, saranno più trasparenti e vi potranno accedere le autorità politiche, le associazioni umanitarie e anche i giornalisti.

La nuova legge, se approvata, passerà alla storia come una vera e propria svolta sul piano dei diritti civili e politici: si prevede il voto amministrativo per gli immigrati regolarmente residenti da almeno 5 anni in Italia. Questa proposta non è piaciuta a molti esponenti del centrodestra.

«Dare il voto agli immigrati – dice Roberto Maroni della Lega Nord – serve per ottenere nuovi equilibri politici soprattutto al Nord». La Lega di Bossi, nemico dichiarato degli immigrati, ha già minacciato di raccogliere le firme per un referendum abrogativo, qualora passasse la riforma Amato-Ferrero. Ma il diritto di voto agli immigrati non dispiace solo ai leghisti. In un suo articolo sul Corriere della sera, il vicedirettore Magdi Allam – di origine straniera – rivolgendosi ad un «futuro» elettore immigrato, aveva scritto: «Dopo cinque anni potrai decidere le sorti politiche delle nostre città, votando e facendoti eleggere, anche se non te ne frega niente dell’interesse degli italiani o se il tuo obiettivo è di consolidare il potere di uno “stato nemico-confessionale-etnico” che prima o poi scatenerà la guerra contro noi tutti». Dichiarazioni di questo genere non sono certo rassicuranti, perché generano nel cittadino un senso di paura e di diffidenza nei confronti dello straniero. Rassicuranti, invece, i dati di una recente ricerca in Lombardia secondo la quale il 56% degli intervistati ha dichiarato che il voto alle amministrative favorisce una maggior inclusione degli immigrati nella società italiana. Da questo dato si può dedurre che metà bicchiere è pieno: ciò significa che tra la gente sta crescendo progressivamente la consapevolezza che gli immigrati siano ormai «in mezzo a noi» e non «contro di noi», per condividere – non dividere – un’agorà la cui struttura è irreversibilmente pluri-culturale e pluri-etnica.

La sfida dell’integrazione interpella ovviamente anche gli immigrati. Vedere i ragazzi cinesi che sventolano la bandiera cinese nelle strade di Milano dopo l’episodio di violenza di via Sarpi non è un buon segno; come non lo è il fatto di sentire molti di loro esprimersi davanti alle telecamere in un incomprensibile italiano – nonostante dicano di essere immigrati di seconda generazione – per difendere le loro ragioni, vere o presunte che siano.

Ora che le istituzioni sembrano voler cambiare orientamento, in senso positivo, tutti noi – cittadini autoctoni e nuovi cittadini – siamo chiamati a fare la nostra parte, cominciando a parlare una lingua comune e a condividere i valori fondamentali di una Costituzione comune.

Mostafa El Ayoubi

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