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Il rischio dell’ambiguità

L’appello all’astensionismo dei vertici della Conferenza episcopale italiana in occasione dei referendum sulla procreazione medicalmente assistita rischia di produrre un risultato confuso ed ambiguo. E invece su una materia così delicata e complessa avremmo tutti avuto bisogno di un risultato chiaro e trasparente.

Deludente. Il dibattito che avrebbe dovuto precedere i quattro referendum sulla legge 40 relativa alla procreazione medicalmente assistita (pma) si è rivelato deludente. Il vero tema in discussione non sono state le rilevanti questioni etiche connesse ai vari quesiti referendari ma, piuttosto, se andare a votare o no. Ed è stata un’occasione persa. Ovviamente non sappiamo come andrà a finire e non possiamo prevedere se la maggioranza di coloro che hanno diritto a dire Sì o No preferirà non votare. E quando così fosse, non sapremo mai se la maggioranza di coloro che hanno scelto di astenersi lo avrà fatto perché era una bella giornata (e hanno preferito andare al mare) o perché, consapevolmente, hanno deciso di aderire all’appello astensionista del cardinale Ruini teso a far mancare il quorum e quindi, facendo fallire la consultazione referendaria, a impedire «il grave peggioramento della legge sulla procreazione assistita che avrebbe luogo se i referendum avessero esito positivo». Immaginiamo sin d’ora la guerra delle interpretazioni che si scatenerà già nel pomeriggio del 13 giugno nell’ipotesi del quorum mancato: da parte dei cattolici che si sono schierati con il presidente della Conferenza episcopale, si dirà che gli italiani con un atteggiamento maturo e consapevole hanno confermato la legge 40. D’altra parte si faranno due conti e si ricorderà che il sistema politico italiano ormai conta una percentuale di astensionisti cronici nell’ordine del 25-30%: ovviamente non sappiamo che cosa costoro pensino in materia di pma, ma è un dato di fatto che si tratta di elettori che, in generale, non sentono di dover esercitare il loro diritto dovere di voto. Il risultato di conservazione della legge verrebbe così ottenuto con il minimo sforzo di un 26% di astensioni «coscienti e intenzionali». È la legge della democrazia, si dirà. E in effetti sotto il profilo formale non vi sarà nulla da obiettare. Ma sotto il profilo sostanziale sarà una vera catastrofe democratica: paradossalmente, infatti, il 26% di «astenuti coscienti» potrebbe prevalere su un ipotetico 30, 40 o addirittura 49% di Sì. La sostanza democratica della consultazione verrebbe quindi gravemente alterata. Paradossi, ipotesi astratte prive di fondamento, scenari virtuali. Forse. Il dato certo, però, è che salvo una prevalenza dei No anche nelle urne, il risultato finale sarebbe «ambiguo».

E sarebbe una brutta pagina non solo per la democrazia ma per la crescita della coscienza civile del nostro paese. I temi posti dai referendum sulla pma non sono dettagli tecnici su una complessa terapia procreativa. Rimandano a questioni fondamentali relative al diritto di una coppia a fare quello che è possibile per realizzare il desiderio di un figlio; hanno delle implicazioni sulla salute della donna e del nascituro; pongono serie questioni sul concetto di «paternità» nel caso della inseminazione «eterologa»; allargano o restringono i margini della libertà della ricerca scientifica. Insomma sono questioni etiche molto serie che rimandano a opzioni morali, filosofiche, religiose assolutamente rispettabili. E diverse. Per la particolare situazione che si dà nel nostro paese, ad esempio, l’impressione è che i referendum contrappongano da una parte «i cattolici» – e quindi nell’accezione comune «i credenti» – e dall’altra «i laici» che, sempre nell’accezione comune, sono coloro che non hanno una fede religiosa. Sino a questo punto della campagna referendaria, nei tanti dibattiti televisivi la visibilità dei cattolici «non astensionisti» è stata infatti pressoché nulla; mai la parola è stata data ad «altri» credenti – protestanti, ebrei, buddhisti, induisti, musulmani… – perché potessero esprimere la loro particolare visione del problema. E anche per questo nelle pagine che seguono proponiamo «altre» voci religiose, quelle sistematicamente ignorate dai grandi media.

Proprio per questa complessità di problemi e di riflessioni, l’opzione astensionista risulta tremendamente ambigua e, se passasse, alla fine produrrebbe una vana babele delle interpretazioni. Il voto esplicito, insomma, appare un atto dovuto alla serietà dei quesiti ed alla loro rilevanza etica.

Se per i cattolici vi sono delle imprescindibili ragioni contrarie alla inseminazione eterologa o agli esami embrionali prima dell’impianto, questi principi andrebbero fatti valere anche nelle urne.

Ma ci sarebbe anche un’altra strada che, prima e dopo i referendum e qualsiasi sia il loro esito, potrebbe essere percorsa da chi abbia da far valere specifici principi etici: l’azione formativa e pastorale. La tentazione delle confessioni religiose – tutte – è invece di darsi una rete di protezione legislativa che sopperisca alla crisi o ai fallimenti della propria azione educativa. Quello che non si ottiene con la convinzione si garantisce comunque per costrizione normativa. Grazie al cielo siamo oltre l’odioso «far west» della deregulation su una materia delicata come quella della procreazione assistita: al contrario vi è una solida maggioranza in Parlamento e nella società che chiede paletti certi e sicuri per evitare squallide speculazioni, manipolazioni genetiche, gravidanze «estreme» al di fuori dei modi e dei tempi della ragione e della natura. Il problema è che alcuni di questi paletti sono troppo rigidi, non sostengono né la coppia né la donna. La legge non aiuta , scoraggia chi voglia ricorrere alla pma.

Chi spera, con il referendum, di allargare qualche maglia sono persone che vivono una sofferenza e che compiono responsabilmente una scelta difficile ed impegnativa. Una scelta d’amore.

Paolo Naso

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