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Il razzismo «all’italiana»

intervista ad Alessandro Portelli

«Uno degli aspetti più preoccupanti di quello che possiamo chiamare il razzismo italiano è che rifiuta di riconoscersi come tale. Almeno le leggi razziali di Mussolini dicevano: “È tempo che gli italiani si dicharino francamente razzisti”. Ecco, qui noi facciamo di tutto e neghiamo».
Portelli insegna Letteratura americana alla Facoltà di Scienze umanistiche dell’Università la Sapienza di Roma.

Sul piano teorico, è «razzismo» quello a cui assistiamo in questi ultimi tempi in Italia?

Direi proprio di sì. L’elemento-chiave è la tendenza a punire un gruppo per le azioni di un singolo, che è quello che dice Richard Wright (lo scrittore afroamericano autore di Ragazzo negro, ndr), nella sua autobiografia: «Qualunque atto commesso da un nero era un atto commesso dai neri». Ecco, qui in Italia, qualunque atto commesso da un rumeno è commesso da tutti i rumeni e qualunque atto commesso dai rumeni è un atto commesso da tutti gli immigrati.

Questa riduzione al gruppo della invisibilità dell’individuo, e ogni volta a conferma di un pregiudizio, di uno stereotipo ai danni del gruppo stesso, questa riduzione va in direzione di una mentalità che possiamo chiamare razzista.

Si poteva prevedere?

Sinceramente, io non lo avevo previsto. Questo era un paese dove una cultura democratica sembrava radicata, dove c’era una sinistra forte. La Lega sembrava una deviazione. Adesso è la Lega che esprime il senso comune, non solo del Nord: il senso comune forse della maggioranza dei media, perché non so quanto sia della maggioranza dei cittadini. Sicuramente l’incapacità di pensare altro che in termini repressivi e di paure, questo io non me lo sarei aspettato. Credo che i media abbiano pesato moltissimo da questo punto di vista.

A suo giudizio, si percepisce qualche segno di reazione?

Secondo me sono ancora all’offensiva. Basta guardare a queste ultime norme che ha varato la maggioranza di centro-destra: l’invito alla delazione, la tassa spaventosa che stanno mettendo sui permessi di soggiorno e la continua complicazione delle procedure per ottenerli, il cambiamento continuo delle regole, per cui non sai mai che cosa devi fare – questo vale anche per chiunque di noi abbia delle persone straniere in casa: ti accorgi che non sai mai quali sono le regole, perché deve essere sempre un percorso a ostacoli per queste persone. E le ronde… a me sembra che siano ancora all’offensiva. Credo che abbiano un po’ sbagliato sulla questione dei medici e anche su Eluana: su questi due punti non hanno avuto l’ondata di consensi che pensavano.

Una spiegazione per tanta acquiescenza o, peggio, consenso?

È stato evidente anche rispetto all’episodio di Nettuno [dove un gruppo di giovani – «per noia» – ha aggredito e bruciato un immigrato indiano, ndr]: io trovo una tendenza – o forse i media questo ci fanno vedere – a sminuire, a giustificare, a dire: «Beh, questi qui sono sempre bravi ragazzi, di buona famiglia». Uno degli aspetti più preoccupanti di quello che possiamo chiamare il razzismo italiano è che rifiuta di riconoscersi come tale. Almeno le leggi razziali di Mussolini dicevano: «È tempo che gli italiani si dicharino francamente razzisti». Ecco, qui noi facciamo di tutto e neghiamo.

Questo fa parte di una mentalità secondo cui l’italiano è sempre vittima: ci hanno fatto delle cose terribili nelle Foibe. Ma quello che abbiamo fatto noi prima? Noi siamo sempre vittime. Non siamo mai responsabili di niente. In particolare nei confronti dei Rom: a me sembra che siano individuati dal senso comune come il grado zero dell’esistenza, quelli che non devono avere nessun diritto. E quindi qualunque diritto, qualunque cosa si riconosca loro, viene percepita come una violazione dei diritti degli italiani. Se qualcuno dà una casa ai Rom, subito si dice che ci sono gli italiani senza casa. L’esistenza dei Rom serve a costruire il prototipo del senza diritti. E questo apre la strada a qualunque cosa. Li si possono bruciare vivi, bruciare i loro campi, e nessuno va in galera. Quando succedono cose come queste, il paese è marcio.

(intervista a cura di Cristina Mattiello)

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