Italiano · English

Il nostro paese si chiama Europa

Grazie al suo applauditissimo discorso all’assemblea dei circoli del Partito democratico che si è tenuta a marzo, Serracchiani è diventata un personaggio famoso e apprezzato per la sua battaglia in favore di un rinnovamento (generazionale, ma non solo) all’interno del suo partito. Oggi è candidata del Pd alle elezioni europee del 6 e 7 giugno nella circoscrizione Nord-Est.

La nascita del Partito democratico ha destato grandi attese e speranze: l’idea che fosse possibile dare vita a una nuova forza politica riformista unendo diverse culture – anche storicamente avverse (vedi Dc e Pci) – ha richiamato l’attenzione e la partecipazione di molti. Le primarie del 14 ottobre 2007 lo hanno dimostrato.

In quell’occasione è emersa chiara l’esigenza di una contaminazione culturale e ideale più ampia di quella pur significativa espressa dai Democratici di sinistra e dagli aderenti alla Margherita, sollecitando a far sì che gli organismi costituenti andassero oltre le nomenclature consolidate, dando spazio alle idee che altre esperienze, altre persone avrebbero potuto portare con sé.

L’obiettivo era quello di costruire una nuova cultura politica, non perché quelle che c’erano (e ci sono) fossero da scartare, ma perché un partito nuovo difficilmente avrebbe potuto vedere la luce senza essere intriso di un nuovo pensiero politico.

Le elezioni politiche del 2008 hanno detto che nel nostro paese prevale una cultura politica antitetica a quelle del Pd e delle forze riformiste. Gli elettori non hanno premiato il Partito democratico. In un paio d’anni, dalle politiche del 2006 a quelle del 2008, il Pd ha perso il consenso di quasi 2 milioni di voti: qualcosa di profondo è cambiato negli orientamenti dell’elettorato.

Questo dato negativo, però, avrebbe potuto essere gradualmente assorbito attraverso un’opposizione chiara e lungimirante. Il pluralismo ideale ha costituito, invece, un paravento per cercare di nascondere posizioni inconciliabili, che, non portate a sintesi, hanno ancora una volta riproposto litigiosità e/o distinguo.

Come ho detto all’Assemblea dei circoli nel marzo scorso, «la diversità è la ricchezza del nostro partito, ma questo partito deve imparare a votare, deve imparare ad assumere decisioni – se necessario, anche solo a maggioranza – e deve sempre, alla fine, arrivare alla sintesi della propria linea politica. Dobbiamo imparare a parlare unitariamente da Pd».

Troppo spesso, quindi, il gruppo dirigente nazionale del partito è apparso lontano dal sentire diffuso dei suoi aderenti, che richiedevano unità di intenti e capacità decisionali.

Ora, come frequentemente fanno le squadre di calcio, abbiamo deciso di cambiare l’allenatore e a febbraio scorso l’Assemblea nazionale ha eletto Dario Franceschini. I primi atti del nuovo segretario sono andati a segno: la nostra opposizione è apparsa più decisa e chiara ed è ripresa una certa fiducia nel partito, anche grazie a un maggiore senso di responsabilità dei dirigenti che hanno evitato di mettere in piazza le loro eventuali convinzioni personali difformi. E adesso le elezioni europee e quelle amministrative saranno il banco di prova: i sondaggi – dei quali in verità dovremmo imparare a fare a meno – ci danno in ripresa, ma ci dicono anche che la destra e il governo sono saldi.

Mi scuso se mi cito nuovamente, ricollocando il mio pensiero nel contesto delle elezioni del 6 e 7 giugno: «Abbiamo il dovere di crederci, abbiamo il dovere di esserci, abbiamo il dovere di essere l’opposizione, perché dall’altra parte c’è il vuoto e non possiamo lasciare questo paese nella mani della destra. Noi non ci possiamo riconoscere in un paese che crede che la sicurezza possa essere messa nelle mani di dilettanti politicizzati che si divertono a fare gli sceriffi; noi non ci possiamo riconoscere in un paese che pensa che gli immigrati siano i criminali; noi non possiamo riconoscerci in un paese che non investe nella scuola, nell’università e nella ricerca; noi non ci possiamo riconoscere in un paese che pensa di superare la crisi economica solo prendendola più allegramente; noi non ci possiamo riconoscere in un paese che considera fannulloni i propri lavoratori e che chiede ai medici di denunciare i propri assistiti; noi non ci possiamo riconoscere in un paese che ritiene normale che il presidente del Consiglio non si dimetta dopo la condanna del proprio avvocato per un reato che lo vede coinvolto nella stessa misura e noi non ci possiamo riconoscere in un paese che non tassa di più i ricchi perché sono troppo pochi».

Se riusciremo a fare ciò, io penso che i cittadini italiani torneranno a ridarci la loro fiducia, perché esiste un’Italia che non aspetta altro che le venga detto con chiarezza che è possibile restituire dignità al nostro paese, renderlo più uguale e coeso, facendo crescere l’occupazione e riducendo le differenze sociali e culturali.

La classe dirigente del Pd deve assumersi la responsabilità di essere all’altezza di questo immane compito: ridare senso alla vita degli uomini e delle donne che vivono nel nostro paese, ridare in particolare ai giovani speranza e futuro. E il nostro paese è sempre più l’Europa, che però non potrà essere solo quella della moneta unica. Molto c’è ancora da fare:

Le nostre Regioni, assieme alle regioni vicine, possono affrontare al meglio i problemi comuni, garantendo alle nostre genti un futuro sicuro e di progresso: attenzione alle piccole e medie imprese, rilancio dello sviluppo, del turismo.

«Costruire l’Economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale». Era il marzo del 2000 quando il Consiglio europeo di Lisbona si poneva questo obiettivo. Sono passati 8 anni. Ma come una palla da tennis si sgonfia e ad ogni lancio rimbalza sempre meno, così l’Europa, ogni anno, vede arretrare la sua competitività e la sua capacità di creare crescita e posti di lavoro.

L’Europa ha bisogno di più mercato, di più concorrenza, ma questo richiede una forte capacità di governo. Il che non vuol dire statalismo o dirigismo, ma regole – in primis per abbattere rendite e monopoli – e politiche pubbliche capaci di incidere sui fattori decisivi della crescita, senza le quali non è la riduzione delle tasse a generare una crescita solida e duratura. I tagli fiscali sono positivi solo se davvero aumentano la capacità di acquisto dei cittadini e non generano, invece, una riduzione dei servizi a loro disposizione o un aumento nel costo degli stessi servizi e delle tasse degli enti locali.

La valorizzazione del patrimonio storico e culturale delle nostre regioni può essere uno straordinario volano per la crescita dell’Italia e dell’Europa. Le città, i territori, i paesaggi, i monumenti, le tradizioni, i borghi antichi sono valori primari della nostra riconoscibilità, della nostra memoria e della nostra cultura, ma sono anche un’infrastruttura d’importanza decisiva per la qualità ed il futuro del nostro sviluppo.
Diritto al lavoro, alla sicurezza sociale, allo sviluppo economico in un ambiente sano. L’Europa è il destino delle nostre terre, essere rappresentati al Parlamento europeo è necessario, affinché per noi tutti l’allargamento dell’Unione sia occasione di crescita, sicurezza e benessere.

Se verrò eletta, cercherò prima di tutto di non deludere chi mi avrà scelto, e penso che il modo migliore sarà quello di tenere fede all’impegno di esserci: nel Parlamento europeo per cercare di contribuire ad allargare le opportunità per le persone, tra i cittadini (del Friuli Venezia Giulia, del Veneto, del Trentino Alto Adige, dell’Emilia Romagna) per ascoltarli e cercare di dare risposte alle loro esigenze, nel partito per costruire il Pd che vorrei.

Debora Serracchiani

← Informazione. La dittatura democratica del consenso | Per dare una dimensione europea ai movimenti →

Website Design · HyperTextHero