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I nodi del papa

Molte le sfide per il nuovo pontefice: tra queste, la «collegialità episcopale» per superare l’assolutismo papale, l’ecumenismo, una coerente proclamazione dell’evangelo della pace che contrasti le pretese dell’imperialismo, una riforma della Chiesa che nasca dal porsi accanto ai «dannati» del Sud impoveriti dal Nord del mondo.

Sono numerosi i dossier irrisolti, o risolti in modo che molte e molti nella Chiesa cattolica romana respingono, che il nuovo papa deve esaminare. Chiunque fosse stato eletto come successore di Giovanni Paolo II avrebbe trovato una tale situazione. Però il fatto che Benedetto XVI, come cardinale Joseph Ratzinger, sia stato dal 1981, e dunque per quasi l’intero precedente pontificato, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede – il custode della «ortodossia» cattolica – rende il suo compito particolarmente arduo. A mo’ di esempio, ricordiamo qui alcuni di tali dossier (altri sono indicati negli interventi seguenti).

L’eredità controversa del Concilio Vaticano II

Il 20 aprile, all’indomani della sua elezione, il nuovo papa ha detto ai cardinali: «Voglio affermare la decisa volontà di proseguire nell’impegno di attuazione del Concilio Vaticano II». Con una frase analoga Giovanni Paolo II aveva aperto il suo pontificato; eppure il «se» e il «come» egli abbia compiuto l’impegno è materia assai dibattuta. La difformità di pareri deriva dal diverso modo di valutare l’insieme dei documenti del Vaticano II, e dal giudizio che si dà su quell’«evento» in sé. Perciò i conflitti ecclesiali che hanno attraversato il pontificato wojtyliano, e l’attività del prefetto dell’ex Sant’Uffizio, hanno avuto il loro punto di collisione nella interpretazione del Concilio: in nome del Vaticano II alcuni teologi e teologhe hanno difeso certe tesi; in nome dello stesso Concilio Ratzinger li e le stroncò.

Tutti i cattolici, in teoria, accettano la «collegialità episcopale» affermata dalla costituzione dogmatica Lumen gentium: «Come san Pietro e gli altri apostoli costituiscono, per volontà del Signore, un unico Collegio apostolico, in pari modo il romano pontefice, successore di Pietro, e i vescovi, successori degli apostoli, sono uniti tra loro». Principio conciliare che avrebbe dovuto scardinare il papato «monarchico». Così non fu sotto Paolo VI. Da parte sua, nell’enciclica Ut unum sint (1995), Wojtyla ipotizzò – in chiave ecumenica – l’auspicata riforma; ma non l’attuò. Vescovi e teologi sostennero che il modo giusto per inverare il Concilio fosse quello di rendere deliberativo il Sinodo dei vescovi (istituito nel ’65 come semplice «consiglio» per un papa che rimaneva sovrano assoluto) e di riconoscere più forte personalità teologica alle Conferenze episcopali, nazionali e continentali. Ma il papa mantenne il Sinodo nel suo stato di minorità e, con la lettera apostolica Apostolos suos (1998), espressiva del pensiero di Ratzinger, ridimensionò la natura teologica e giuridica delle Conferenze.

Nel dibattito del pre-conclave, molti cardinali hanno chiesto l’attuazione della «collegialità episcopale». Perciò, anche per la dinamica che ha portato alla sua elezione, Benedetto XVI «dovrà» rispondere. Saranno, gli attesi cambiamenti, vere riforme o un semplice e abile lifting per togliere solo qualche ruga più evidente? I fatti lo diranno. D’altronde, il Concilio esaltò anche il «popolo di Dio», ma invano da quarant’anni la Chiesa cattolica attende un organismo in cui esponenti di clero e popolo, uomini e donne, si confrontino insieme dinanzi all’Evangelo per rispondere alle sfide incombenti.

La creazione di «luoghi di partecipazione» per dibattere i problemi e individuare le soluzioni è una cruciale questione di metodo per rendere «impossibile», in prospettiva, l’assolutismo papale. Solo questa strada permetterà la ri-discussione di merito su quei temi (i divorziati risposati, lo statuto del prete, il rapporto tra etica cattolica e sua traduzione nelle leggi civili, il pluralismo teologico, il rispetto dei diritti umani nella Chiesa, i ministeri femminili…) sui quali Wojtyla e Ratzinger sfilarono un rosario di «no». In questi anni da più parti si era chiesta la convocazione di un nuovo Concilio ad hoc. Il card. Ratzinger aveva avversato l’idea; l’appoggerà, da papa?

Se il criterio è l’obbedienza alla Parola del Signore

Il 7 maggio, insediandosi a san Giovanni in Laterano come vescovo di Roma, Benedetto XVI ha dichiarato: «Il papa non è un sovrano assoluto, il cui pensare e volere sono legge. Al contrario: il ministero del papa è garanzia dell’obbedienza verso Cristo e verso la Sua Parola. Egli non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo… Il potere del papa non sta al di sopra, ma è al servizio della Parola di Dio, e su di lui incombe la responsabilità di far sì che questa Parola continui a rimanere presente nella sua grandezza e a risuonare nella sua purezza, così che non venga fatta a pezzi dai continui cambiamenti delle mode».

Direttamente, il papa applicò queste ultime parole al suo dovere di difendere comunque l’intangibilità della vita umana. Ma, ci pare, esse hanno valore generale. Ebbene, le Chiese sgorgate dalla Riforma del secolo XVI, o ad essa idealmente collegate, proprio su questa base si fondano: l’annuncio e la fedeltà alla Parola del Signore. Perciò «protestarono» contro la Chiesa di Roma. Errore tragico o grido profetico? L’interrogativo, per le conseguenze che comporta, è teologicamente drammatico. Su un dibattito anche allora vivissimo, così Giovanni Calvino giudicava il ministero rivendicato dal vescovo di Roma: «Il papato è molto più distante dal modo di governare che gli apostoli ci hanno consegnato di quanto una tirannia, sommamente spietata e crudele, è lontana da uno Stato libero e ben ordinato».

Con la dichiarazione Dominus Iesus (6 agosto 2000), Ratzinger sosteneva che nelle Chiese ortodosse «è presente e operante la Chiesa di Cristo, sebbene manchi la piena comunione con la Chiesa cattolica, in quanto non accettano la dottrina cattolica del primato che, secondo il volere di Dio, il vescovo di Roma oggettivamente ha ed esercita su tutta la Chiesa. Invece le Comunità ecclesiali [della Riforma] che non hanno conservato l’episcopato valido e la genuina e integra sostanza del mistero eucaristico, non sono Chiese in senso proprio». Questo passaggio capitale è impregnato di citazioni del Vaticano II il quale, però, non dice espressamente l’inciso che abbiamo evidenziato in corsivo.

Cinque anni fa, l’affermazione ratzingeriana fu respinta con sdegno dagli interessati. Ora, spentesi le polemiche, rimane il crudo dilemma: se sta la Dominus Iesus cade ogni ipotesi di riconciliazione Riforma-Controriforma. Ma l’autore di quel discusso testo è diventato papa. Non è questione di cortesia personale (Benedetto XVI è stato amabilissimo con i rappresentanti luterani, riformati e anglicani venuti a salutarlo); è un problema teologico e dogmatico, che tocca l’intima autoconsapevolezza delle Chiese: ciascuna di esse – al di là dei peccati dei singoli – ritiene di essere Chiesa alla luce della Parola del Signore. Ebbene, a proposito del papato, chi è infedele alla Parola? L’enorme sovranità mondana che lungo i secoli si è incrostata sul trono di Pietro è coerente con la Parola di Gesù? L’onere della prova di una distinzione possibile tra «carisma petrino» come dono e volontà permanente di Cristo per la «comunione» visibile dei cristiani, e «potere mondano di supremazia sulle Chiese» che storicamente si è verificato, spetta proprio al vescovo di Roma.

Le Chiese ortodosse. Queste, riconosce Roma, sono «vere» Chiese, seppure disagiate in quanto non in comunione con essa. Ma proprio il papato, da mille anni, è l’ostacolo alla loro riconciliazione. Si potrà superare, tornando allo status quo ante del primo millennio? Qui riemerge il problema della fedeltà alla Parola: il primato papale deriva da Cristo (tesi romana) o è solo un prodotto della storia (tesi ortodossa)? Sul versante poi concreto, si vedrà se Benedetto XVI saprà raddrizzare alcune scelte wojtyliane giudicate deflagranti dal patriarcato di Mosca.

Il papa, sempre il 7 maggio, ha lodato il lavoro dei teologi, ma ribadito: solo il collegio degli apostoli guidato da Pietro può dare «una interpretazione definitiva e vincolante» delle Scritture. Di fatto, però, fino all’ultimo caso da lui esaminato come custode dell’«ortodossia» (quello del gesuita statunitense Thomas Reese: vedi pag. 12), Ratzinger ha tentato di impedire anche tesi legittime, ree solo di non ripetere quelle ufficiali, ma di per sé opinabili, di Roma.

La sfida della pace, il rapporto Nord-Sud

Proprio la fedeltà alla Parola (il «Beati i poveri; beati i facitori di pace» annunciato da Gesù; il «Non ho né oro né argento» proclamato da Pietro; la testimonianza alla resurrezione di Cristo, su cui il nuovo papa insiste) esige dalle Chiese una continua e radicale conversione. Che non sarà indolore. Perché se l’angolazione dalla quale vedere tutti i problemi, per poi agire, è quella dei dannati della terra, del Sud impoverito dalle razzie del Nord e dalle «strutture di peccato» geopolitiche ed economiche, anche la Chiesa romana dovrà operare delle scelte dolorosissime che incideranno nelle sue carni, cioè nel suo modo di essere e di strutturarsi. Allora la rotta di collisione contro la prepotenza dell’Impero non potrà essere un fatto eccezionale, ma una costante; e l’opposizione di principio alle «guerre preventive» non potrà tollerare (come accaduto in Italia e in Spagna) Conferenze episcopali mute di fronte a governi alleati delle potenze attaccanti l’Iraq violando la legalità internazionale. O non è la guerra che per principio afferma la «violabilità» della vita umana?

E, ancora, non è proprio la fedeltà alla Parola che richiede alle Chiese di rifiutare privilegi e ricchezze per garantirsi la loro «presenza» nella società? Disse Gesù: «Guai a voi ricchi, perché avete già la vostra consolazione». Parola che di solito le Chiese pensano rivolta ad altri, non a loro stesse. Ecco perché l’appello alla Parola, che Benedetto XVI ha fatto per rivendicare il suo magistero, è una spada a doppio taglio, che prima di tutto inchioda il papato.

David Gabrielli

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