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Ha saputo aprire una nuova strada

Negli anni del suo pontificato, Giovanni Paolo II ha rovesciato di 180 gradi il tradizionale rapporto della Chiesa cattolica con l’ebraismo. I suoi gesti hanno aperto nuove strade. Chi applaude al papa scomparso deve essere consapevole che la strada che egli ha aperto richiede di essere ancora percorsa e sviluppata.

Un giudizio storico sul lungo pontificato di Giovanni Paolo II è ancora prematuro ma oggi esprimo una valutazione complessivamente positiva. Ricordandolo, sottolineerei soprattutto l’immagine del papa viaggiatore: la qualità più importante di Giovanni Paolo II è aver voluto dialogare direttamente e personalmente con i suoi diversi interlocutori, e non solo attraverso i canali istituzionali. Il contatto umano è importante ai fini della politica di pace e comprensione tra i popoli.

Rispetto ai suoi rapporti con l’ebraismo, sottolineerei due aspetti prevalentemente simbolici; d’altra parte viviamo in tempi in cui i simboli hanno una grande importanza. Innanzitutto, quindi, voglio citare la visita alla sinagoga di Roma nel 1986 e quindi la preghiera al muro occidentale del Tempio, a Gerusalemme nel 2000. Sono due immagini che rovesciano di 180 gradi i tradizionali rapporti tra il mondo cattolico e l’ebraismo.

La visita del 1986 è l’esatto contrario delle prediche coatte ai tempi dello Stato della Chiesa, prediche alle quali gli ebrei venivano costretti e che contenevano ingiurie nei loro confronti.

La preghiera al muro occidentale segna invece una inversione di rotta della teologia cattolica riguardo all’ebraismo: dall’idea che di Israele e del suo tempio non resterà «pietra su pietra», si passa al rispetto per quelle pietre e la condivisione del dolore di chi piange il santuario demolito.

Ma se queste sono le due immagini più forti e più cariche di simboli, a mio avviso nel pontificato vi sono stati anche altri passaggi importanti nel rapporto con gli ebrei: penso allo scambio di rappresentanze tra la Santa Sede e lo Stato di Israele. Questo gesto diplomatico segna il rovesciamento dell’atteggiamento che aveva subito Herzl da parte di papa Pio X nel 1904 quando chiese alla Santa Sede sostegno per l’aspirazione degli ebrei ad una sede nazionale in Palestina. La risposta fu netta e priva di equivoci: «Gli ebrei non hanno riconosciuto la divinità di Gesù, quindi noi non possiamo riconoscere le aspirazioni del popolo ebraico». Da quel rifiuto assoluto in meno di cento anni siamo arrivati allo scambio degli ambasciatori. Il rovesciamento della posizione è netto. Questo non è solo un gesto simbolico, è un segnale politico dal quale non si può retrocedere. Con questo non voglio dire che tutti i problemi sono risolti, ma certamente negli anni di Giovanni Paolo II abbiamo visto fatti importanti e inediti. Per il futuro si tratta di partire da qui per andare avanti.

Quello che è accaduto in questi anni ci aiuta a capire che la differenza è una caratteristica delle società e delle culture umane, e che differenza non significa distanza. È da qui che bisogna ripartire, da questa consapevolezza. In questo senso voglio dire che non basta plaudire al pontificato appena concluso: non so quanti di coloro che hanno celebrato Giovanni Paolo II siano consapevoli che quell’applauso significa continuare nella strada dell’incontro e del dialogo.

Nelle relazioni tra cattolici ed ebrei vi sono certamente ancora molti problemi da affrontare ma, tornando al giudizio sul pontificato di Giovanni Paolo II, ogni valutazione deve essere contestualizzata. E nel contesto del tempo che lui ha vissuto, con il bagaglio che la Chiesa cattolica si trascinava da secoli, non riesco ad immaginare passi più significativi di quelli che sono stati mossi.

Certamente i problemi sui quali il confronto deve proseguire sono numerosi: la democrazia nel mondo, la circolazione delle idee, il rispetto delle idee degli altri, la libertà di coscienza, i temi della bioetica e dell’etica sessuale da affrontare con una maggiore apertura verso le altre culture e le fedi diverse. E perché questo confronto possa davvero procedere occorre costruire un contesto generale molto diverso da quello nel quale ha operato Giovanni Paolo II.

Amos Luzzatto

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