Globalizzazione. La Fiera delle vanità
Come ogni anno, i massimi protagonisti del capitalismo mondiale si sono riuniti a Davos per il World Economic Forum, divenuto ormai da qualche tempo una sorta di «carnevale commerciale», una passerella di vip che arrivano in elicottero e si muovono scortati dalle guardie del corpo. Ma chi pagherà davvero la crisi?
Esperta di terrorismo internazionale e di questioni economiche, Loretta Napoleoni è consulente per la Bbc e la Cnn ed editorialista per El Pais, Le Monde e The Guardian. In Italia collabora anche con Repubblica, Unità e Internazionale.
Deludente quest’anno la festività più attesa dell’era della globalizzazione: il World Economic Forum che si è tenuto a Davos, in Svizzera, dal 28 gennaio al primo febbraio. Da almeno un decennio questo incontro mondiale è diventato una passerella da non perdere per chiunque sia qualcuno nel villaggio globale, dai cantanti rock come Bono ai divi di Hollywood, dagli inventori dei motori di ricerca ai banchieri di grido. Durante la guerra fredda, invece, il Forum era tutt’altra cosa: gruppetti di economisti e scienziati passavano tre giorni infreddoliti a discutere del loro lavoro e facevano le ore piccole nei ristorantini alpini dove si mangiavano roti e salsicce e si beveva birra alla spina. Fondato nel 1971 da Klaus Schwab, un professore tedesco con un dottorato in ingegneria ed economia, il Forum vuole essere un luogo d’incontro per il mondo degli affari. Ciò che è cambiato da allora è il mondo in cui viviamo. Oggigiorno Davos è frequentato dai vip che arrivano in elicottero e si muovono nel villaggio alpino scortati da stuoli di guardie del corpo. Ed il Forum è degenerato in un carnevale commerciale, ci si va per fare il networking, parola magica della globalizzazione che vuol dire «conoscere gente, scambiarsi bigliettini da visita», il tutto sorseggiando cocktail colorati e pieni di alcolici. Così i no-global, che durante la giornata manifestano con i piedi nella neve davanti a McDonald’s, la sera si ritrovano ai cocktail sponsorizzati dai pro-global, e cioè le industrie farmaceutiche o le grandi catene alimentari. E a chi fa notare che si tratta di una contraddizione gli organizzatori del Forum rispondono che Davos vuole essere lo specchio del mondo. Ma ciò che riflette è un pianeta dove abbiamo abitato fino a pochi mesi fa, in costante crescita economica. Negli ultimi dieci anni il mondo non ha fatto che celebrare se stesso per aver raggiunto questo traguardo, in realtà è vero il contrario. L’euforia di Davos nascondeva una profonda insicurezza: il mondo non sapeva né sa bene dove andare.
La globalizzazione è stata incapace di guardare al futuro, si è rivelata un punto di stallo. Naturalmente nessuno se ne è accorto perché tutti siamo stati vittime della stessa ebbrezza. Fortunatamente il mondo sta cambiando, anche se a rivoluzionarlo è una crisi economica epocale. L’impressione è che quest’anno a Davos si sia compiuta una metamorfosi importante: è finita l’era dei signori dell’universo, i banchieri americani – tutti assenti naturalmente perché ormai disoccupati. A rimpiazzarli sono stati i nuovi proprietari delle banche, i governi. E piuttosto che a un carnevale, Davos assomigliava a una quaresima ortodossa, con i politici inavvicinabili e scortati. Ai tempi del carnevale il forum era una fiera, chi faceva affari conosceva solo quella fetta del mondo privilegiata dove abitava: le banche d’investimento (ahimé ormai scomparse), il mondo dei derivati (anche loro in via d’estinzione), gli hedge funds (sul viale del tramonto) e la nebulosa di chi fa chiasso per salvare il pianeta, dai no-global ad Al Gore. Adesso che il pianeta ha bisogno di aiuto tutta questa gente a Davos non ci va più. E naturalmente fa bene a starsene a casa, perché non saprebbe proprio come risolvere i problemi reali o commentare la raffica di statistiche apocalittiche pubblicate proprio durante il Forum. Il giorno dell’apertura il Fondo monetario ha messo in guardia i delegati che nel 2009 chi soffrirà maggiormente a causa della recessione saranno proprio le economie avanzate, e cioè i paesi occidentali, con l’Inghilterra in testa. Naturalmente questa è stata musica per Putin e Jiabao, che a Davos hanno accusato pubblicamente l’America di aver trascinato il mondo nella crisi attuale. Obama e tutta la sua amministrazione non rispondono perché a Davos non c’erano, quindi nessuno ha avuto modo di verificarne i poteri supernaturali. Peccato, sarebbe stato uno spettacolo da non perdere! Pochi hanno pronunciato la parola disoccupazione, che in questi raduni si dice non è mai di buon auspicio. Ci ha pensato però l’Ilo, l’Organizzazione internazionale del lavoro, che durante il Forum ha pubblicato le previsioni sulla disoccupazione mondiale. Si parla di 50 milioni di persone. Le cause sono in parte relazionate alla serietà della crisi e in parte alle nuove pratiche dell’occupazione introdotte dalla globalizzazione. Nel rapporto si mette in relazione l’impennata della disoccupazione con la diffusione del lavoro non garantito o parzialmente garantito, il precariato insomma (molto facile da licenziare). Durante le recessioni passate il sistema di protezione dei lavoratori attutiva la caduta netta e improvvisa della disoccupazione. L’effetto di quest’orda di disoccupati sull’economia mondiale, sempre a detta dell’Ilo, sarà devastante perché farà crollare ulteriormente la domanda; è quindi necessario un piano di sostegno: sussidi a disoccupazione e assistenza sanitaria. Nessuno ha commentato queste previsioni nefaste, i grandi assenti a Davos sono sempre i disoccupati.
Loretta Napoleoni
← Medio Oriente. Prima, durante e dopo una tragedia annunciata | Il razzismo «all’italiana» →