Giovane abate tra i padri del Concilio
Giovanni Franzoni
Come abate dell’abbazia di san Paolo, Giovanni Franzoni partecipò alle ultime due «sessioni» del Vaticano II. I ricordi di una singolare esperienza; la crisi degli anni Settanta e le responsabilità della Cei; speranze per l’attuazione, e preoccupazioni, oggi, per l’insabbiamento della «primavera» sognata da Roncalli. I nuovi problemi emergenti.
Sono pochissimi, al mondo, i padri del Vaticano II ancora viventi. Tra questi, in Italia, vi è Giovanni Franzoni, classe 1928. Allora monaco benedettino, nel marzo 1964 fu eletto abate dell’abbazia di san Paolo fuori le Mura a Roma e, in quanto tale – pur non essendo vescovo – divenne di diritto membro del Concilio, oltre che della Conferenza episcopale italiana (Cei). Come i lettori sanno bene, Franzoni è stato tra i fondatori di Com Nuovi Tempi e di Confronti. Senza finzioni, l’intervista ha quindi un tono confidenziale ed è tutta con un amichevole «tu».
Giovanni, come hai vissuto l’esperienza conciliare?
Quando, nel 1959, il papa annunciò la sua intenzione di convocare un nuovo Concilio, ne fui commosso. Non perché – fresco di studi all’Ateneo di sant’Anselmo [l’università romana dei benedettini] – trovassi strana l’iniziativa in sé, ma perché non immaginavo che tanto osasse Giovanni XXIII, ormai 77enne. Seguii con interesse la preparazione dell’evento; e, quando cominciò, leggevo – per quel po’ che la stampa riusciva a riferire, data la segretezza dei lavori conciliari – le cronache sulla prima e la seconda «sessione». Infine, fui eletto abate dell’abbazia Ostiense, e così nell’autunno del 1964 entrai alla terza «sessione» come padre conciliare. Ero intimidito al poter sedere, a pari merito (formale!) su seggi ove stavano personaggi da me ammirati, come i cardinali Leo Suenens, di Bruxelles, o Giacomo Lercaro, di Bologna; o il patriarca greco-melkita Maximos IV. Non intervenni mai in aula, nelle «congregazioni generali». Sul piano personale, ebbi modo di avviare rapporti di cordialità con vescovi di ogni parte del mondo, i quali mi aprirono a visioni ecclesiali per me sconosciute.
Come ti sono sembrati i vari episcopati, al Concilio?
Inizierei a parlare dell’episcopato italiano. La mia impressione – che avevo prima di entrare in Concilio, e che in esso mi confermai – fu che, nell’insieme, il nostro fosse un episcopato del tutto impreparato al Vaticano II. In generale, e salvo importanti eccezioni, esso partì proponendo la ripetizione delle tesi ecclesiali correnti, gravate dal ferreo controllo attuato dalla Curia romana, sotto Pio XII, per stroncare i teologi sostenitori di tesi spiacenti a Roma. Vi furono, per fortuna, bellissime eccezioni: oltre a Lercaro, citerei padre Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino; l’ausiliare di Bologna, Luigi Bettazzi; il vescovo di Livorno, Emilio Guano, e pochi altri. Sul versante opposto, il Coetus internationalis patrum, la testuggine della minoranza conciliare, vedeva tra i suoi sostenitori i cardinali italiani Giuseppe Siri (Genova), Ernesto Ruffini (Palermo) e Alfredo Ottaviani (Sant’Uffizio); e il vescovo di Segni (Roma), Luigi Carli.
Per quanto riguarda gli altri episcopati nazionali, vorrei rilevare che, sovente, essi erano magari «progressisti» su un punto, ma «conservatori» su un altro. Faccio un esempio. I vescovi statunitensi – a motivo della loro esperienza in un paese come gli Stati Uniti d’America, ove inviolabile è la libertà di coscienza – erano schieratissimi per il documento sulla libertà religiosa. Mi ricordo che quando, per manovre curiali (non so se Paolo VI fosse ignaro o consenziente), la discussione e approvazione finale della Dignitatis humanae fu spostata dal 1964 all’anno dopo, i cardinali Richard Cushing, arc. di Boston, e Albert Meyer, arc. di Chicago, protestarono con una veemenza impressionante, diventando tutti rossi in faccia. Ma quando nella Gaudium et spes si arrivò a parlare della guerra, con la proposta di una sua solenne ed assoluta condanna, proprio dai vescovi nordamericani vennero le maggiori resistenze. Il card. Francis Spellman, arc. di New York, quello che poi definì «buoni samaritani» i soldati americani in Vietnam, per non ferire la politica di «superpotenza» degli Usa si oppose a che il Concilio proclamasse l’immoralità in sé della guerra. E, in sostanza, la sua tesi (che era quella della diplomazia vaticana) fu poi adottata. Il Concilio, così, perse una occasione unica, e non seppe – peccato grave di omissione – essere profetico.
Sempre sulla Gaudium et spes, quando si venne a parlare dei poveri, ricordo che un vescovo esaltò l’opera della Chiesa, nei secoli, per assistere i poveri. Al che Maximos IV replicò: «È vero, li abbiamo assistiti, ma li abbiamo lasciati poveri, invece di camminare insieme a loro per farli uscire dalla povertà, tagliando le cause dell’ingiustizia».
Quale è la tua opinione sui documenti approvati dal Concilio?
Per rispondere, bisognerebbe fare una disamina accurata di ciascuno dei sedici testi. In generale direi: spesso il Vaticano II ha enunciato princìpi importanti di rinnovamento, accompagnandoli però da condizioni limitative – «se il papa lo permette», «se i tempi sono maturi»... – che avrebbero consentito di lasciare inattuati i bei princìpi. La loro «incarnazione», infatti, era sempre nelle mani di qualcun altro che avrebbe deciso se i tempi fossero «maturi»! Talora questo rimpallo fu tra il vescovo e la sua diocesi; più sovente tra le Chiese locali e la Santa Sede.
Su alcuni punti, comunque, il Concilio è inequivocabile, e il suo apporto formidabile: così con l’affermazione del primato della Parola di Dio, e del principio della libertà religiosa; o quando sottolinea che la Chiesa è prima un «popolo di Dio» all’interno del quale vi sono anche dei ministeri apostolici, e non prima una gerarchia, alla quale i fedeli debbono semplicemente obbedire (lo schema preparatorio De Ecclesia, manovrato dalla Curia romana, sosteneva la seconda ipotesi, bocciata poi nella Lumen gentium).
Aggiungo che, spesso, noi padri non ci rendemmo conto che, enunciare alti princìpi senza indicare le conseguenze da essi derivanti, significava abbandonare nelle mani del papa e della Curia romana la concreta attuazione del Vaticano II. Fu, quello, un grande errore, di cui ancor oggi paghiamo tutti le conseguenze. Comunque, nell’insieme il corpus del Concilio avrebbe potuto, e potrebbe, permettere una vera riforma della Chiesa cattolica, perché gli input da esso sprigionati sono dei semi che, innaffiati, farebbero crescere una grande quercia.
Ti pare cresciuta la «quercia», a quarant’anni dal Concilio?
Per alcuni aspetti, sì; per altri, no: è impossibile una risposta univoca. Ma comincerei con un ricordo. Quando iniziò la quarta «sessione», il segretario generale del Concilio, mons. Pericle Felici, precisò: “Et erit ultima”, sarà l’ultima. Così aveva deciso Paolo VI. A mio modesto parere, papa Montini non voleva affatto che il Concilio durasse troppo, pensando che ciò avrebbe limitato la sua libertà di azione per fare, o non fare, le attese riforme. Così egli non attuò la «collegialità episcopale», mantenendo uno stile di governo papale «assolutista». Creò, è vero, il Sinodo dei vescovi; ma lo istituì il 15 settembre 1965, quando il Vaticano II stava per discutere il decreto sui vescovi, che avrebbe dovuto proprio trattare, in concreto, del rapporto papato-episcopato. Noi padri fummo messi di fronte al fatto compiuto, e nel decreto entrò il Sinodo pensato dal papa, non dal Concilio. Il Sinodo montiniano, in effetti, è praticamente un consiglio privato del romano pontefice. Ma la «collegialità» è ben altro.
Penso, anche, che scelta improvvida fu quella con cui Paolo VI impedì al Concilio la discussione sul celibato dei preti latini e sulla contraccezione. Questioni che lui poi risolse con due secchi «no», mai accolti dall’insieme della Chiesa cattolica, e motivo di continue e giustificate contestazioni, e di tante amarezze. Capisco che Montini doveva tener conto della «minoranza» conciliare; ma, forse, sopravvalutò il peso di questa corrente, finendo per rimanere – seppure non del tutto e non sempre – prigioniero della Curia.
E veniamo alla Cei. In previsione del voto sulla Lumen gentium, discutemmo tra noi di «collegialità». L’allora vescovo di Mantova (poi arc. di Bologna e presidente della Cei), Antonio Poma, mise in guardia contro di essa perché, disse, metteva in pericolo il primato papale. Intervenni, notando che le Chiese cattoliche orientali si reggono su veri Sinodi (patriarca+vescovi) «deliberativi», senza per questo respingere il primato del papa. Diversi vescovi, poi, si complimentarono con me. In effetti, la gran maggioranza dell’episcopato italiano votò infine a favore della «collegialità». Ma, nel post-Concilio, dimenticò il tema.
Anche Giovanni Paolo II ha ignorato la «collegialità», tentando di fare del papato – de facto, non giudico le intenzioni – quasi un concentrato, una somma di tutta la Chiesa, oscurando gli episcopati nazionali e continentali, e le Chiese locali, e stroncando le riforme ecclesiali da essi proposte. Sia Montini che Wojtyla si sono sempre formalmente riferiti – per le loro scelte, e per i loro divieti – al Vaticano II. Ma, troppo spesso, svuotandone la parola fattuale, e soprattutto l´animus sostanziale. Il card. Joseph Ratzinger era nella stessa linea. Come sarà Benedetto XVI? Per ora egli ha dato pochi segnali di «apertura», e molti di «chiusura».
D’altronde, durante lo stesso Concilio non sono mancate aspre tensioni tra l’Assemblea e Paolo VI; ma un’analoga dialettica, o anche assai più aspra, è la storia di tutti i Concili, perché non si è trovato ancora – lo si troverà mai? – un bilanciamento sereno tra i «poteri» del papato e quelli dell’episcopato.
Parlaci del post-Concilio, del tuo post-Concilio.
Una premessa. Abbiamo parlato del post-Concilio a Roma. La domanda più importante sarebbe: che ne è stato, in questi quarant’anni, del Concilio nel corpo delle Chiese locali che insieme formano la Chiesa cattolica romana? Con una rapida risposta, direi: in alcune Chiese locali il Concilio è fiorito in quella «primavera» che sognò papa Giovanni; in altre ha prodotto pochi frutti; in altre ancora è stato dimenticato. Nel complesso, comunque, il Vaticano II ha impresso input irreversibili che, malgrado le segnalate contraddizioni, prima o poi fioriranno.
Qualche cenno, per quel che vale, al mio post-Concilio. Paolo VI mi raccomandò di attuare, nella basilica Ostiense, la riforma liturgica. Obbedii con gioia, anche perché la liturgia è una «specialità» dei benedettini. Ma, quando, per inverare il Vaticano II che esorta continuamente tutto il popolo a «partecipare» alla liturgia, cominciai a far partecipare la gente alla preparazione della omelia (predica) della domenica nella basilica Ostiense, dove appunto riferivo del dibattito avvenuto; e quando tentai di favorire una «comunità» di preti e laici, uomini e donne davvero partecipante, allora per me cominciarono i guai. La mia interpretazione del Concilio era – per la Curia – «esagerata».
Poi venne (1974) il referendum sulla legge del divorzio. Mi opposi ai vertici della Cei che chiedevano ai cattolici di votare Sì all’abrogazione. Purtroppo, alla prima grande occasione l’episcopato italiano, spinto dal Vaticano, violava la dichiarazione conciliare sulla libertà di coscienza. Ed io fui sospeso a divinis. Aggiungo che trovai, e trovo, scandaloso, il Concordato del 1984, stipulato meno di vent’anni dopo che nella Gaudium et spes avevamo promesso di rinunciare ai privilegi concessici dagli Stati!
Non posso ora, in poche parole, ricostruire tutta la mia successiva esperienza ecclesiale, compiuta con la Comunità di base di san Paolo. Abbiamo tentato – con molti limiti, lo so! – di prendere sul serio il Concilio, cercando di essere fedeli a quell’«evento», e alle sue domande di fondo: che fare, come fare per testimoniare, nell’oggi, l’Evangelo, in una Chiesa che sia di tutti, ma soprattutto degli impoveriti? Come ripensare oggi i ministeri, preso atto che il Vaticano II (né io, allora, me ne resi conto!) ignorò totalmente la questione-donna? Come annunciare un Evangelo della liberazione che risuoni per gli emarginati di oggi – gli oppressi dalle tremende ingiustizie sociali strutturali, ma anche, come i divorziati risposati e gli omosessuali, dalle durezze della Chiesa romana – e dia loro speranza? Per attuare il Concilio, mi pare, oggi dobbiamo andare oltre il Concilio.
(intervista a cura della redazione)
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