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Ebrei e cattolici. Dialogo o conversione?

colloquio di Lia Tagliacozzo con Riccardo Di Segni

Il rabbino capo di Roma commenta la nuova versione della preghiera per gli ebrei, resa pubblica all’inizio di febbraio. «Non si tratta – spiega Di Segni – di interferire nei processi interni della Chiesa cattolica, ma si richiede coerenza tra quello che si dichiara nelle preghiere e quello che si dichiara nel dialogo».

«Cosa fare ora e come proseguire, è un discorso aperto sul quale si sta riflettendo». Con queste parole Riccardo Di Segni, rabbino capo della comunità ebraica di Roma, commenta per Confronti la ferita che la versione della preghiera per gli ebrei nel messale del 1962, reintrodotto l’anno scorso nella liturgia cattolica del Venerdì santo, ha inferto al dialogo ebraico-cristiano. «Esistono tanti scopi e tante modalità del confronto, alcuni sono utili, necessari, addirittura indispensabili, altri sono nocivi ed equivoci. Bisogna quindi ridefinire gli ambiti di ciò che è utile e sensato discutere. Non si tratta di interferire nei processi interni della Chiesa cattolica, ma si richiede coerenza tra quello che si dichiara nelle preghiere e quello che si dichiara nel dialogo».

La polemica covava da mesi sotto le ceneri, ma è emersa con forza ai primi di febbraio quando, ribadendo la liturgia del Venerdì santo [secondo il messale del 1962], la nuova formula della preghiera per gli ebrei è stata resa pubblica. Benedetto XVI ha disposto infatti che la preghiera per gli ebrei del messale romano del 1962 sia cambiata. La reazione dell’Assemblea dei rabbini d’Italia è stata molto ferma: una nota chiede infatti una «pausa di riflessione» nei rapporti e parla di una «sconfitta dei presupposti stessi del dialogo». Una nota firmata dal presidente, il rabbino Giuseppe Laras, premette che il pontefice è libero di pronunciarsi «come meglio ritiene», però la formula adottata risulta in «netta e pericolosa contraddizione con almeno quarant’anni di dialogo ebraico-cattolico». L’Assemblea giudica grave che i fedeli vengano invitati a pregare perché gli ebrei «finalmente riconoscano Gesù Cristo». Da qui lo stop temporaneo al dialogo con la Chiesa cattolica (e non, si rimarca, con le altre Chiese cristiane) per capire quale linea il Vaticano intenda seguire.

Il testo ufficiale della nuova preghiera è in latino; qui riportiamo una traduzione non ufficiale in italiano: «Preghiamo per gli Ebrei: il Signore Dio Nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini. Dio Onnipotente ed eterno, Tu che vuoi che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità, concedi propizio che, entrando la pienezza dei popoli nella tua Chiesa, tutto Israele sia salvo».

Prima ancora di entrare nel merito, Riccardo Di Segni desidera fare una breve premessa: «Questa vicenda si presta ad usi e distorsioni politiche poiché essa è oggetto di dibattito tra destra e sinistra, o tra chiesa progressista e chiesa reazionaria; ci tengo a sottolineare che io non sposo la tesi di nessuno, e che la stessa posizione ebraica vi è estranea».

Detto questo, per chiarire la vicenda è però necessario partire da lontano: «La preghiera in questione ha una lunghissima storia all’interno della Chiesa e proviene dalle sue antichità più remote – spiega Di Segni, ironizzando sul suo nuovo ruolo di esperto di liturgia cattolica –; è una preghiera recitata in occasione del Venerdì santo nella quale i cattolici, ricordando la Crocifissione, destinano la loro preghiera a varie categorie di soggetti: la preghiera per gli ebrei si inserisce quindi in questo contesto. La formula è la seguente: per prima vi è la formula rituale collettiva, poi ci si inginocchia e si prega in silenzio, nel terzo momento ci si rialza e vi è nuovamente la ripresa della preghiera secondo una formula liturgica prestabilita. Per gli ebrei mancavano le due fasi intermedie – l’inginocchiarsi e la preghiera in silenzio – poiché i “perfidi giudei” non meritavano nemmeno questo. Negli ultimi decenni questa fase della liturgia ha vita particolarmente movimentata: nel 1955 papa Pio XII ripristina l’inginocchiamento, nel 1959 Giovanni XXIII toglie l’espressione “pro perfidis”, nel 1965 Paolo VI toglie il velamen (il velo) e la formula (sempre latina) diviene “illumini i loro occhi”. Nel 1970 arriva la nuova formula che in italiano, pur rappresentando un passo avanti, ha un esordio il cui testo mantiene una grande ambiguità: “perché quello che un tempo fu il Tuo popolo eletto arrivi all’inizio della Redenzione”. Nel 1983 la formula viene nuovamente modificata in “li scelse primi tra gli uomini”. È da tenere presente che nel corso degli anni vengono modificati più volte anche i titoli della liturgia, nel 1965 si passa da “pro conversione Judaeorum” a “pro Judaeis”. La formula che è stata ora adottata è piuttosto simile a quella del 1965 con qualche variante, invece di “illumini la faccia Sua sopra di loro” diviene “illumini i loro cuori” e, nella seconda parte, si dice “tutto Israele sarà salvato” tratto dalla lettera di Paolo ai Romani».

Questi gli estremi storici della vicenda che testimoniano di una fase particolarmente inquieta e vivace della Chiesa cattolica romana, primo tra tutti quel rapporto tanto difficile e complesso con i «fratelli maggiori», nella definizione data da papa Giovanni Paolo II nel corso della sua celebre visita alla sinagoga di Roma [il 13 aprile 1986]. Ma sulla vicenda della nuovissima preghiera del Venerdì santo il rabbino Di Segni prosegue e commenta l’attualità: «Su questo mutamento del testo tutti i rabbini del mondo hanno dichiarato la loro preoccupazione, seppur con diversi livelli di allarme. L’Assemblea dei rabbini d’Italia ha invece espresso la sua posizione in modo molto netto suggerendo una pausa di riflessione nel dialogo ebraico-cristiano e denunciando la gravità della questione che riporta indietro il dialogo di 43 anni. La mia posizione personale – prosegue – si allinea a questa, si tratta di interrogarsi su quale sia il senso stesso del dialogo. Non si tratta di un’ingerenza negli affari interni della Chiesa cattolica, ma di interrogarsi su quale sia il senso di questo incontro se il suo scopo essenziale è la conversione degli ebrei. Se la Chiesa cattolica crede nella divinità di Cristo e auspica la conversione dell’umanità nella sua fede è assolutamente libera di farlo. Esattamente come l’ebraismo è libero di ritenere – ammesso che lo faccia – che la fede cristiana debba essere purificata. Ma se esponiamo la questione in questi termini cosa possiamo fare? È veramente difficile qualsiasi tipo di incontro se la conseguenza per il cristianesimo è unicamente la conversione, anche se essa avvenga con la testimonianza, piuttosto che con la missione o la violenza come purtroppo è successo nel corso della storia della Chiesa. Se il fine del dialogo è anche il suo motivo iniziale, cioè la conversione, la questione diventa molto problematica. Quella che si pone è una questione di legittimità, la fede è una credenza esistenziale fondamentale e la conversione richiede una trasformazione radicale; a noi non interessa affatto dialogare per questo scopo. Anche perché tutto questo evoca fantasmi del passato sui quali l’ebraismo ha i nervi scoperti: se questi sono gli intenti della preghiera del Venerdì santo, possiamo credere davvero che la Chiesa non farà missione come afferma all’interno del dialogo ebraico-cristiano? Si pone un problema serio di credibilità e affidabilità: se la Chiesa è stata capace di tornare indietro su questo punto, ciò può avvenire su qualsiasi cosa. E il passato non è certo un buon modello».

Esiste comunque una questione di reciprocità tra cattolicesimo ed ebraismo e nelle polemiche di questi giorni qualcuno lo ha ricordato. «La questione è complicata – spiega Di Segni – anche gli ebrei pregano perché tutti i popoli riconoscano il Dio unico. E un cristiano può dire che per lui è una questione già risolta poiché egli si ritiene assolutamente monoteista. Ma all’interno dell’ebraismo ci sono diversi modi di pensare il cristianesimo e la dottrina è articolata; ma da queste analisi non derivano intenti missionari o di conversione. Piuttosto, la questione della reciprocità ha una drammaticità profondamente diversa per il cristianesimo e per l’ebraismo: per il cristianesimo l’esistenza degli ebrei è un tema essenziale, un tormento serio e centrale. La questione sul perché gli ebrei non abbiano riconosciuto quella che loro definiscono Nuova Alleanza è primaria. Per noi la questione non ha la stessa centralità. Anche perché storicamente l’ebraismo non cerca la conversione di nessuno. Non ricaverebbe da essa alcuna conferma di legittimità come potrebbe accadere invece al contrario».

Cosa chiedere quindi al dialogo e che ruolo può avere? «La prima cosa che è stata chiesta da parte ebraica è che finisse l’insegnamento del disprezzo, e su questo ci sono stati risultati radicali – la risposta del rabbino Di Segni è categorica –. La seconda il riconoscimento dell’Israele storico e politico, e ciò è stato in parte ottenuto. Rimane aperta la terza prospettiva, identificare dei temi di confronto e intervento comuni. Il dialogo offre in primo luogo la possibilità di testimoniare che le religioni insieme sono strumento di pace e non di morte. E poi è possibile trovare modalità di lavoro comune, insistendo per esempio sulla centralità della solidarietà sociale e del rispetto dei diritti umani».

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