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Doveri e responsabilità nel Corano

La procreazione medicalmente assistita non è un tema su cui vi sia un dibattito pubblico nei paesi islamici. Non vi sono risposte dirette nella sharia o nel Corano. Tuttavia nel mondo musulmano non mancano prese di posizione autorevoli di grande apertura.

Diversamente da quanto succede nei paesi occidentali, nei paesi islamici il tema della bioetica in generale, e quello della procreazione assistita in particolare, non occupano lo spazio adeguato nel dibattito politico culturale. Molte sono le ragioni, non ultima quella di carattere religioso, in quanto vi è un forte predominio della dottrina islamica che spesso dà le linee guida e le direttive da rispettare in campo legislativo, politico e culturale. In tal senso, il referendum sulla procreazione assistita indetto per il 12 e 13 giugno prossimi è qualcosa di impensabile, oggi, in un paese islamico.

Tuttavia i milioni di musulmani che partecipano alla vita sociale, culturale e politica di molti paesi europei, come cittadini, sono oggi chiamati a riflettere sugli argomenti legati ai temi della bioetica. Questioni che devono trovare delle risposte, non nella sharia o nel Corano, ma nel quadro delle norme legislative concordate tra una società civile e uno Stato laico e democratico. I circa 50 mila musulmani che in Italia hanno diritto al voto, come si comporteranno di fronte al prossimo referendum che tocca un argomento delicato come quello della vita umana?

Molti non sanno che decisione prendere al riguardo, in quanto il tema dell’intervento della scienza nella riproduzione umana non trova risposte dirette nel Corano e nella sharia. Inoltre, l’islam esorta i suoi fedeli e seguire la via della scienza per il bene dell’umanità. Come conciliare la tradizione religiosa con l’evoluzione della scienza e della tecnologia nel campo della procreazione? Riguardo a questa materia, il Corano in diverse sure e versetti parla della riproduzione della specie umana, come si può leggere nelle sure LXXI, 14; LXXV, 37; XXII, 5.

Secondo la sharia all’embrione si può attribuire lo status di essere umano quando compie 120 giorni, ovvero al compimento del 4° mese di gravidanza. Nella tradizione islamica maggioritaria si considera che l’anima viene infusa nell’embrione a partire da quel momento. Per la maggioranza sunnita questa è la regola da seguire per trattare ad esempio l’argomento dell’aborto. A questa interpretazione fa eccezione quella di una minoranza, legata soprattutto alla tradizione sciita: essa ritiene che l’embrione riceva l’anima da Dio già al 40° giorno della sua vita.

L’interruzione della gravidanza

Per la religione islamica, anche se l’embrione viene considerato come un essere umano a tutti gli effetti solo dopo 120 giorni dal concepimento, ciò non significa che si possa facilmente consentire l’aborto entro quel periodo. Esiste un pluralismo di vedute riguardo alla questione. La scuola giuridica più elastica è quella hanafita (rispetto alle altre tre scuole teologiche: hanbalita, shiafiita e malikita). Ma la regola di base è quella che dice di no all’aborto. Quando, allora, è consentito abortire? Dopo il quarto mese di gravidanza, solo ed esclusivamente in caso di pericolo di vita per la madre, o grave malattia e malformazione del feto. Prima del quarto mese, bisogna fare delle distinzioni.

Riguardo alla madre, si può ricorrere all’interruzione della gravidanza in caso di: malattia grave, per cui la gravidanza può mettere in pericolo la sua vita; handicap mentale o fisico, per cui non si può garantire una sicurezza per una regolare crescita del neonato; in caso di stupro, se la madre non vuole portare avanti la gravidanza.

Riguardo al feto, si parla d’aborto in caso di una sua malformazione o in caso di malattia congenita che potrebbe compromettere la vita del neonato.

Il controllo delle nascite

L’islam non scoraggia la pianificazione sociale e non proibisce il controllo delle nascite. È consentito, in effetti, l’uso dei contraccettivi in diversi paesi islamici, soprattutto in quelli con alta densità di popolazione: Indonesia, Pakistan, Egitto, Iran. Tuttavia, per ridurre le nascite non sono consentite né l’uso della sterilizzazione, né tantomeno la pratica dell’aborto.

La procreazione medicalmente assistita

Non è un fenomeno molto diffuso nel mondo islamico. Al riguardo, l’università islamica Al Azhar, nel 1980, ha pronunciato una fatwa (parere teologico) a favore, aprendo così le porte alla sperimentazione scientifica nel capo della procreazione umana. Si può, quindi, ricorrere alla fecondazione assistita, dicono i teologi delle più grandi università islamiche del mondo, a condizione però che: la coppia sia sposata; il seme sia donato dal padre e non da un’altra persona; la gravidanza venga portata avanti nell’utero della madre e non in quello di un’altra donna.

Oggi, la procreazione medicalmente assistita è praticata in alcuni paesi islamici, tra cui l’Egitto, dove nel 1987 è nata la prima bambina musulmana in provetta.

Si tratta di piccoli, ma significativi segnali di cambiamento, in un mondo in cui la legge viene dettata da una sharia rimasta prigioniera di una visione del mondo elaborata da dotti musulmani tra il primo e il secondo secolo successivi alla scomparsa del profeta Mohammad, e che non tiene conto della contestualizzazione della dottrina islamica.

Tuttavia, un approccio di stampo razionalistico al Corano sostiene, oggi, che gli esseri umani in quanto co-partecipi all’opera di Dio, possono attivamente e responsabilmente intervenire sulla natura e anche sulla vita, compresa quella in fase embrionale, per migliorare le condizioni dell’umanità.

Mostafa El Ayoubi

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