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«Dire no a pensiero unico e svuotamento culturale»

«Quando si dice che con l’indignazione non si va da nessuna parte, posso anche rispondere: può darsi, ma senza indignazione è certo che non si possa iniziare neanche un cammino».
Eletto alla Camera come indipendente nelle liste dell’Italia dei valori, Giulietti è portavoce di Articolo21.

intervista a Giuseppe Giulietti

L’informazione è a rischio. O meglio: è sempre stata a rischio. Non le chiedo la formula magica, tuttavia ritiene ci sia un metodo o una strategia per poter salvaguardare un corretto pluralismo mediatico?

Intanto ricordo che il rischio non è solamente italiano. Un bellissimo libro di Al Gore, L’assalto alla ragione, ci fa capire come il connubio tra soldi, politica e affari, ossia il cosiddetto conflitto di interessi, che in Italia ha forme patologiche, stia diventando un problema dell’Occidente e stia provocando un reale impoverimento della democrazia. Quelli che venivano considerati i modelli classici delle democrazie liberali stanno subendo un concreto svuotamento, e proprio dal loro interno. Se un unico soggetto detiene l’interruttore dell’informazione, è ovvio che possa permettersi di gestire l’agenda mentale di tutti i cittadini. Ad esempio questo soggetto può stabilire se si vive in un periodo di stabilità o di precarietà, di paura o tranquillità, di ripresa economica o di regressione: insomma può far passare i messaggi che ritiene in quel frangente necessari proprio reiterandoli e promuovendoli sulle proprie reti televisive e i propri canali d’informazione – stampa, radio, agenzie – fino ad ottenere il risultato di renderli reali e percettibili (questo effetto lo abbiamo visto durante l’ultima campagna elettorale in merito al tema della sicurezza) o determinare anche la cancellazione di interi pezzi di realtà portando ad una mancata percezione di fenomeni realmente emergenti, determinandone la scomparsa o la marginalizzazione.

Tutto questo contribuisce a determinare una società meno informata e meno reattiva. Il rischio è quello di tornare alla teoria sostenuta dalla parte peggiore del pensiero comunista che distingueva tra le libertà sostanziali e le libertà borghesi: le prime legate alla sopravvivenza, le altre delimitate alla libertà di parola, di ricerca, culturali, artistiche, fino a quelle di preghiera. Quando si arriva a dire che le due cose sono in contrapposizione è già in atto lo svuotamento delle categorie fondamentali di un intero sistema. I media fondati sul pensiero unico riescono mirabilmente a occultare questo tragico svuotamento culturale.

Che cosa si potrebbe fare per sanare questo impoverimento, o svuotamento, come lei lo descrive.

Non limitarsi a descrivere solamente il male o gli insuccessi della politica di questi ultimi anni, ma prendere coscienza dei suoi limiti e da qui ripartire. A mio avviso si dovrebbe arrivare ad una concreta e fattiva alleanza tra tutti i produttori di contenuti. Finora ci siamo baloccati per contrattare con i proprietari dei giornali e delle televisioni, credo che ora sia arrivato il momento in sede europea e in sede italiana di tentare una vera e propria «Federazione», non dei giornalisti ma di giornalisti, scrittori, autori, sceneggiatori, giovani che producono idee tramite siti e blog, ragazze e ragazzi che producono giornali comunitari, radio comunitarie… insomma, tutti coloro che usano parole, disegni, musica o fotogrammi come strumenti di libertà e di conoscenza. Poter garantire a questa «Federazione» l’autonomia da ogni sorta di istituzione, siano esse Chiese o partiti, muoversi sempre in sede europea per poter garantire a tutti coloro che ne facciano richiesta, o che già ne applicano le forme, l’accesso alle nuove reti, come internet, o frequenze via etere. Non si tratterebbe dunque di una «Federazione» tesa a difendere ciò che oggi definirei antico, ma ciò che oggi necessariamente dev’essere innovativo. Una vera e propria comunità di autori che parlerebbe attraverso web-radio, canali digitali… occorre tutelare il diritto di parola a editori non tradizionali. Di fronte a tutti gli accordi di cartello e ai monopoli economici, non mi accontenterei di un presidente di garanzia Rai. L’imperativo di oggi dovrebbe essere: libertà per gli autori; alfabetizzazione per le reti; alfabetizzazione tecnologica per i cittadini; possibilità di accesso per tutti alla rete. Questa è sicuramente una frontiera sulla quale battersi, cosa ben diversa dalla nobile attività di resistenza.

Oggi si parla tanto di diritti, ma più se ne parla più vengono negati…

Le parole non sono neutre, lo sono solamente per coloro che hanno deciso di raccontare il mondo tutto uguale, sono neutre per coloro che negano l’esistenza del Nord, del Sud, dell’Est e dell’Ovest. Ci intortano con la favola della scomparsa delle classi sociali e sostengono la tesi di un unico grande ceto medio dove tutti possono partire dalle stesse stazioni e sempre nelle stesse farvi arrivo. Nel mondo non è così, nell’Europa non è così, in Italia non è così. Quando si parla genericamente di diritti non si affronta veramente il tema dell’universalità dei diritti, che è cosa ben diversa. In questo modo si ignora quale debba essere il modo di rendere i diritti esigibili per chi non ne ha le possibilità. Da una parte si negano i diritti alle popolazioni rom e sinti e dall’altra si parla del diritto di non essere intercettati e di privacy violata attraverso le pubblicazioni sui giornali; anche in questo caso non si parla del diritto universale, si afferma a mio avviso un altro diritto: quello all’impunità, un diritto per pochissimi, per aggirare gravi responsabilità e fatti di corruzione. Se davvero il tema è la privacy o la salvaguardia della propria immagine, stupisce il fatto che in passato le urla non si siano levate in altri casi analoghi, ad esempio in occasione della tragica morte di un povero operaio in cantiere, fine ripresa attraverso un telefonino e trasmessa in tv, o durante il processo a cinque ragazzi accusati di spaccio di droga, cattura avvenuta grazie alle intercettazioni poi pubblicate. Personalmente sono contrario alla gogna, sia per l’ultimo dei poveri che per la prima carica istituzionale dello Stato, però questa legge non ha nulla a che vedere con il diritto alla privacy. Una legge che intende imbavagliare i giornalisti, quei pochi che non si sono imbavagliati da soli, per occultare fatti che i cittadini vorrebbero e dovrebbero assolutamente sapere. Stiamo parlando di una legge a tutela dell’impunità. Per quanto riguarda la privacy, è invece necessaria una norma che elimini dalle intercettazioni le parti non attinenti al procedimento, che cancelli tutto ciò che riguarda soggetti terzi, che renda le parti superflue impubblicabili e preveda sanzioni per il cronista che viola la propria deontologia professionale. La patologia italiana, senza girarci intorno, è proprio il conflitto di interessi. Il presidente del Consiglio democraticamente e liberamente eletto dagli italiani è un presidente che ha dei conflitti irrisolti, delle pendenze irrisolte, e ogni qualvolta si affrontano queste questioni l’interesse privato tende a diventare interesse generale: questo è il motivo della malattia-anomalia italiana.

A proposito di quanto lei ha appena detto, in Italia tutto è diventato possibile e la soglia dell’indignazione si è notevolmente abbassata, per non dire che non ci si indigna più di nulla e quando lo si fa la tiepida reazione si dimentica nel giro di pochissimi giorni. Berlusconi, malgrado le sue pendenze, è stato chiamato a condurre nuovamente l’Italia. Grazie alle sue televisioni?

Non credo che Berlusconi abbia vinto le elezioni perché proprietario delle televisioni. Berlusconi ha vinto perché la coalizione di Prodi che ha governato nei due anni precedenti era debole e sfrangiata. Berlusconi aveva davanti a sé avversari divisi e senza alcuna possibilità di intesa. Dunque avrebbe vinto anche senza televisioni. Tuttavia la possibilità di poter ripetere poche cose e a reti unificate, in modo continuo fino a farle inverare, prescindendo dai fatti, avrà avuto certamente rilevanza. Ciò che ben definisce Marco Travaglio nel suo libro La scomparsa dei fatti, ossia la costruzione di una politica virtuale, proposta ad una società virtuale. Vince oggi il principio di finzione, potremmo definirlo di «sogno» (a qualcuno piacerebbe di più), meglio sarebbe definirlo di distrazione, dove il modello Berlusconiano ha preso il sopravvento: un modello che non si basa sul principio di produzione ma sul principio del consumo; un modello che permette ad una singola persona di poter parlare con l’indistinto, ossia con chiunque. E quel chiunque non è più un soggetto sociale, quel chiunque sono i cittadini (consumatori) della piazza virtuale. L’abilità è stata quella di rompere il rapporto tra fatti e parole.

L’opposizione non dovrà usare le stesse armi, rispondendo ad un partito virtuale con un altro partito virtuale, ad uno schieramento virtuale con un altro schieramento virtuale, ad un capo con un altro capo; l’imitazione di quello schema e di quel modello non potrebbe che portare alla sconfitta. Quando si dice che con l’indignazione non si va da nessuna parte, posso anche rispondere: può darsi, ma senza indignazione è certo che non si possa iniziare neanche un cammino. Purtroppo la debolezza dello schieramento di centro-sinistra è quello di dividersi per categorie astratte: moderati, radicali, girotondini. Insomma, ancor prima di arrivare ad un seppur minimo denominatore comune per poter contrastare la tragica situazione di imbarbarimento sociale e culturale, vince sempre l’amore per se stessi, quell’amore di sé che ti fa dire: ebbene, se non mi capite io vado da solo. Questa via, lo abbiamo visto, è pericolosa. Dovremmo invece ripartire dal territorio, dalla realtà, ripartire dai soggetti in carne ed ossa, dalle loro preoccupazioni; e sulla base di questi costruire il progetto politico e comunicativo. Attenzione a non contrapporre ad una piazza virtuale un’altra virtuale.

E in Italia cosa dovremmo fare per iniziare questo cammino che ci porti fuori dall’imbarbarimento?

Potremmo rifarci alla tradizione positiva di quelle che erano le leghe socialiste di qualche secolo fa, ma anche rifarci agli esempi di quella che era la Chiesa del dissenso. Io da quelle realtà, oggi dipinte come antiche, ho imparato che si deve avere ben chiaro l’orizzonte verso il quale tendere. L’insegnamento era che, una volta chiaro questo orizzonte, ciascuno di noi doveva poter avere libero arbitrio per poter giocare ed innescare l’azione positiva che consentiva di poterlo raggiungere. Dovremmo dunque evitare che la disperazione diventi il sentimento dominante, trasformandosi spesso in alibi e precludendo l’orizzonte. L’alibi della disperazione non deve liberare ed esentare dalla pratica dell’azione quotidiana, la disperazione e la solitudine non possono precludere l’indignazione naturale. Purtroppo ciò che dico è il vero dramma della nostra società. È necessario oggi più che mai partecipare alla democrazia civica, civismo inteso come partecipazione individuale a tutela del bene comune, impegno da far proprio già da domani.

(intervista a cura di Gian Mario Gillio)

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