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«Costruire un’integrazione interculturale»

Graziella Favaro

Pedagogista e membro della commissione nazionale Educazione interculturale del Ministero dell’Istruzione, Favaro fa parte del gruppo di lavoro che realizza il progetto Milia per l’italiano come seconda lingua, promosso dalla Divisione scambi culturali del Ministero, e si occupa di formazione dei docenti e consulenza alle scuole; inoltre promuove progetti di integrazione dei minori immigrati e di educazione interculturale.

Professoressa Favaro, dal Rapporto «Alunni con cittadinanza non italiana» emerge il quadro di una rilevante crescita della presenza di alunni stranieri nella scuola italiana. Una situazione nuova per l’Italia?

I dati del Rapporto sono dati oggettivi che fotografano la realtà. Una realtà che è il risultato di un cambiamento grandissimo. Questo aumento annuo tra il 20 e il 25 per cento degli alunni stranieri è un fatto costante degli ultimi 4 o 5 anni, quindi è una novità relativa. Ad ogni anno scolastico entrano nelle classi e nelle aule della scuola italiana circa 80.000 bambini e ragazzi in più. Anche se siamo ancora lontani dalla media europea, lo scorso anno abbiamo avuto mediamente una percentuale di 4,2 alunni stranieri ogni cento alunni. Per quest’anno in corso possiamo ipotizzare di aver raggiunto il 5 per cento.
Comunque dobbiamo ammettere che questi dati non fotografano esattamente la situazione reale di tutto il nostro paese, perché la distribuzione in Italia degli alunni stranieri è molto disomogenea. Il 92 per cento dei bambini e dei ragazzi stranieri infatti sta nelle regioni e nelle città del Centro-Nord. Così nel Sud si hanno 0,9 alunni, per così dire, ogni 100 alunni, mentre sono 12 a Milano, il comune italiano con la percentuale più alta, o 10 in Emilia Romagna, la regione prima in graduatoria per percentuale di alunni stranieri.

Qual è la situazione degli alunni stranieri che si affacciano nella scuola italiana, quali i loro problemi e le loro esigenze?

Un fattore importante da considerare per rispondere a questa domanda è l’età. Tanto più l’età dei bambini stranieri che entrano nel mondo della scuola è bassa, tanto più l’integrazione e l’inserimento avvengono in maniera veloce e molto più naturale. Per questo i bambini che vanno alla scuola dell’infanzia e alla scuola materna hanno un inserimento molto simile a quello dei loro coetanei italiani. La difficoltà più grossa e visibile che li accomuna tutti naturalmente è quella della lingua, dell’italiano. E a proposito dell’apprendimento della nuova lingua ci sono due problemi rilevanti. Il primo problema è quello di imparare l’italiano per comunicare e quindi per capire i compagni di classe, per capire gli insegnanti e poter rispondere, per esprimere bisogni, esigenze, cioè le interazioni di base. Ma questa è una difficoltà che in genere i bambini e i ragazzi stranieri superano in tempi relativamente veloci. E più sono piccoli, più facilmente riescono ad apprendere l’italiano per comunicare. Vi è poi il secondo problema, molto più serio e molto più importante, ed è quello di imparare la lingua per lo studio, quindi l’italiano della storia, della matematica, della geografia, delle scienze. E questo è uno scoglio, un ostacolo molto più arduo da superare e che richiede tempi lunghi.

Dai dati del Rapporto emerge che gli alunni stranieri appartengono a molte diverse cittadinanze, ben 187, e quindi a diverse etnie, culture e religioni. Questo complica la situazione nella conduzione delle classi?

Sicuramente gli insegnanti reagiscono a questa pluralità delle provenienze e delle appartenenze con un certo disorientamento. Alcuni affermano che se gli alunni venissero da due o tre paesi le cose sarebbero più semplici. In realtà si è visto in altri paesi europei, ma è quanto emerso anche da una prima ricerca condotta dal Miur a proposito dei risultati scolastici, che la pluralità delle provenienze è un fattore positivo per l’integrazione. Al contrario, se i bambini e i ragazzi vengono solo da due o tre paesi, da due o tre contesti, c’è un maggiore rischio di rinchiudersi nelle proprie comunità, formando «piccole patrie» di comunità chiuse. Il fatto invece che gli alunni stranieri vengano da più parti del mondo, da paesi diversi, rende più facile la mescolanza e l’integrazione. È quindi, per così dire, una difficoltà superficiale ma in realtà una condizione positiva per l’integrazione.

La scuola italiana può dirsi organizzata, pronta, in grado di accogliere gli alunni stranieri e favorirne l’inserimento?

Secondo me, c’è moltissima strada da fare. Ci sono stati e ci sono dei progetti e delle esperienze positive svolte qua e là, magari da una scuola e non da un’altra, magari in un comune e non in un altro. Però c’è moltissima strada da fare proprio in relazione alle prime fasi dell’inserimento, per conoscere meglio i bambini che vengono da lontano. C’è moltissima strada da fare per insegnare l’italiano seconda lingua di qualità – come si dice in maniera tecnica – e non fermarsi a semplici misure tampone. E c’è molta strada da fare per relazionarsi in maniera più positiva e più efficace con i genitori, con le famiglie, per informarli, ad esempio, sul funzionamento del nostro sistema scolastico, o sulle scelte scolastiche che possono essere fatte. Per un genitore straniero anche solo scegliere come far proseguire gli studi, o capire quale scuola superiore è meglio per il figlio, diventa un problema nel quale è difficilissimo orientarsi. Ma questi problemi relativi ai modelli organizzativi si creano fin dalla scuola elementare, quando si deve decidere circa il tempo pieno o circa i metodi di studio. E l’altra cosa importante è che una scuola che è diventata multiculturale e plurilingue è una scuola che richiede risorse nuove. Non si può pensare di scaricare tutto sulla buona volontà degli insegnanti. Bisogna che ci siano linee guida chiare, che ci sia una formazione degli insegnanti su questi temi e che siano messe in campo nuove e maggiori risorse, compreso l’aumento degli insegnanti, quando il numero degli alunni stranieri è alto o vi sono altre necessità.

L’inserimento e l’integrazione scolastica degli alunni stranieri sono allora obiettivi raggiungibili?

Questi sono obiettivi da perseguire perché il cambiamento in senso multiculturale della nostra società e della nostra scuola è ormai evidente alla luce dei dati di cui disponiamo. La presenza di varie lingue, varie culture e varie religioni è un fatto così forte per gli insegnanti, ma anche per i bambini e i ragazzi italiani, da richiedere un progetto pedagogico nuovo. Possiamo sintetizzare questo progetto con l’espressione «integrazione interculturale». Integrazione in riferimento al dare pari opportunità, risolvere i problemi specifici, ad esempio linguistici. Interculturale in riferimento al fatto che oggi la cultura della scuola, del nostro paese, di tutti noi, dei nostri bambini, si costruisce insieme con l’apporto di tutti. Per l’Italia questo è un momento importante di scambio culturale, uno scambio culturale che va gestito nel miglior modo possibile.

(intervista a cura di Antonio Delrio)

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