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«Coraggio, resista. La verità si farà strada»

Giovanni Franzoni

Così scrisse il segretario particolare di Paolo VI all’allora abate di san Paolo, nel mirino della destra cattolica per aver visitato una fabbrica occupata. L’episodio descrive un clima politico ed ecclesiale degli anni ‘70. Ne parliamo con Franzoni in occasione dell’uscita del primo volume della sua opera omnia per le edizioni Edup di Roma.

Giovanni Franzoni oggi ha 77 anni ed è in piena attività. Da anni insegna all’Upter, l’università popolare di Roma; continua a scrivere libri e a collaborare con Confronti così come con altre testate; partecipa a diverse iniziative politiche e culturali per la pace, la laicità, il dialogo. Le edizioni Edup, collegate con l’Upter, pubblicano ora il primo volume della sua «opera omnia», una serie di omelie pubblicate già nel 1974 sotto il titolo Le cose divine.

La predicazione e l’attività culturale di Franzoni sono state molto importanti per alcune generazioni che negli anni Settanta seguirono con passione le vicende dell’«abate rosso» di san Paolo: dalla predicazione radicata nella storia all’isolamento, alla sospensione a divinis, alla riduzione allo stato laicale.

Ma questa storia, così significativa sotto il profilo ecclesiale, è poco nota ai più giovani. Da qui l’idea dell’Edup di ripubblicare organicamente tutti gli scritti di Franzoni. L’uscita del primo volume, al quale seguiranno gli altri titoli che ai nostri lettori sono certamente familiari (da La terra è di Dio a Il diavolo mio fratello, da Giobbe a Anche il cielo è di Dio), costituisce l’occasione per un’intervista all’autore. Un’intervista un po’ anomala, perché rivolta a una persona che questo giornale ha contribuito a fondare e a crescere. E allora proveremo a non essere ovvi, provando a scavare nella storia di un personaggio a tutto tondo, la cui storia si intreccia con le speranze (e le delusioni) seguite al Concilio Vaticano II. Si tratta di una storia che si sviluppa nell’arco di quarant’anni, una storia profonda, difficile, intensa. E anche dolorosa.

Qual è il senso di questa operazione editoriale che ripropone libri di oltre quarant’anni fa? Nostalgia?

No. È un progetto delle edizioni Edup teso alla pubblicazione della mia opera omnia, e non si poteva che rispettare l’ordine cronologico dei miei diversi scritti. Il primo è quindi Le cose divine, uscito nel 1974 per le edizioni Idoc Mondadori. Raccoglie delle omelie dei primissimi anni Settanta. Seguirà La terra è di Dio, scritto nel 1973 e pubblicato con Cnt e poi Il diavolo mio fratello e via via tutti gli altri. Le cose divine fu recensito da Pasolini sul Tempo illustrato e quello scritto fu poi ripreso negli Scritti corsari. Pasolini partiva da considerazioni linguistiche, affermando che il mio testo di omelie, fatalmente legato a schemi liturgici, era segnato da un linguaggio «pretesco» e lontano dal sentire della gente comune. Detto questo, però, Pasolini notava come il testo biblico venisse messo in relazione a fatti quotidiani: il processo ai baschi nella Spagna franchista; il licenziamento di operai nelle fabbriche intorno a Roma, la guerra in Viet Nam, il Concordato. Persino le vicende interne al Regno che licenziò alcuni redattori, dando così inizio all’esperienza di Com.

Che cosa trovò di interessante Pasolini nelle omelie di un abate?

Pasolini si disse molto colpito da un’omelia intitolata «Uomini di speranza, uomini di guerra santa», in cui da una parte si parlava di uomini come San Benedetto e San Francesco che hanno restituito la speranza ai credenti e ai poveri; insieme a loro veniva citato il salesiano Gerardo Lutte che aveva partecipato alla lotta dei baraccati di Prato Rotondo, nei pressi di Roma, che invece venne riprovato dai suoi superiori. Mentre si additava come uomo di «guerra santa» il comportamento del tenente Calley, che mentre comandava il noto massacro del villaggio vietnamita di My Lay, accorgendosi che alcuni soldati strappavano le camicette alle ragazze, li rimproverò dicendo che «quando si fa una cosa per Dio non si deve prendere nulla per noi stessi».
A Pasolini piacque anche un’omelia che pronunciai in occasione dello scandalo suscitato dai jeans Jesus che, per l’aspetto procace della pubblicità, suscitarono l’irritazione dei giornali cattolici. Citando Martin Luther King, ebbi a dire che indubbiamente quella pubblicità era volgare, ma bisognava ricordarsi di quando un battello negriero trasportava dalla Costa d’Avorio schiavi per il mercato americano – e il battello si chiamava Jesus – questo non aveva suscitato l’irritazione dei religiosi.

A chi possono interessare queste cose oggi?

Si parla molto della pluralità delle forme religiose e delle fonti che animano la spiritualità di chi crede. Al tempo stesso si deplorano le conversioni di convenienza e di massa e l’intreccio tra il potere ecclesiastico e quello politico dominante. Molte di queste parole sembrano pronunciate per l’oggi.

Ma qualcosa sarà pure invecchiato, superato…

Ignoravo totalmente il tema della differenza sessuale. Il linguaggio appare oggi decisamente maschilista. Inoltre, molto legato come ero alla predicazione di Paolo, sembravo talvolta insinuare che l’esperienza religiosa ebraica avesse avuto il suo compimento nel cristianesimo. Ma vorrei aggiungere una nota di metodo: le omelie si presentavano come il risultato di una ricerca comunitaria condotta la sera prima che fossero pronunciate. Erano omelie discusse e preparate in gruppo.

Qualche omelia fece discutere, qualcun’altra suscitò un putiferio.

Un’omelia si intitola «Sangue sulle Olimpiadi» e fu pronunciata in occasione del sanguinoso attentato alle olimpiadi di Monaco messo in atto da feddayn palestinesi. In quell’occasione deploravo l’intervento del presidente del Consiglio, Andreotti, che intervenendo alla Fiera del Levante si era limitato a parlare di «isolamento delle forze oscure» responsabili dell’attentato.
Al contrario Paolo VI aveva sì deplorato il fatto ma aveva anche chiesto di interrogarsi sulla situazione di dolore e di disperazione che stava a monte di quell’attentato.

Stai giustificando il terrorismo?

Lo comprendo. Lo comprendo quando viene da una situazione di morte. Quindi al discorso sulla necessità dell’isolamento deve sostituirsi quello sulla demotivazione dell’atto terroristico, estraniandolo radicalmente dagli interessi delle popolazioni oppresse. Per sconfiggere il terrorismo bisogna «togliere l’acqua intorno al pesce».

In questi decenni tu ed il movimento di riforma della Chiesa cattolica di cui sei stato espressione ha accumulato molte sconfitte. Non sarebbe un tema su cui riflettere?

È una domanda prematura. In questo periodo si leggono analisi sociologiche in cui si dice che con il pontificato di Giovanni Paolo II si è chiusa la crisi della Chiesa cattolica aperta con il Concilio. È un giudizio che rifiuto. Non solo non si è chiuso nulla, ma la crisi del Concilio era una crisi di crescita, una crisi positiva e costruttiva.

Stai sfuggendo. I tuoi discorsi sulla Chiesa restano nell’ambito di una nicchia molto ristretta.

Sì, sono rimasti senza riscontro mediatico. Abbiamo constatato che la responsabilità non va attribuita solo alla repressione subita dagli interventi dell’autorità ecclesiastica ma, in gran parte, al disprezzo del discorso religioso da parte di molta stampa laica.

Anche quella di sinistra, con la quale per altro condividevi molte battaglie.

Si, anche quella di sinistra. Fecero eccezione solo Paese sera e il manifesto. In realtà subivamo un pregiudizio anche a sinistra. Quando io aderii al Pci, Tatò, il fido portavoce di Berlinguer, telefonò a un suo confidente cattolico, per chiedere se non fosse una provocazione. In realtà mi ero accorto che le Comunità di base si identificavano con il manifesto e con Lotta continua; mi proposi allora come «agnello sacrificale» per riavvicinare il movimento alla sinistra storica. Lo feci anche perché molti collaboratori di Cnt che studiavano a Roma o nelle grandi città, tutti impegnati nelle diverse formazioni della sinistra extraparlamentare, quando tornavano nelle loro sedi di origine mi confidavano che se volevano continuare a fare politica dovevano partecipare alle iniziative del Pci. D’altra parte in Toscana o in Emilia Romagna riscontravo delle strutture estremamente funzionali di integrazione delle persone con problemi di ordine psichiatrico o di handicap fisico. Basaglia mi confidò: «Sono contrario alla politica del Pci, ma non avrei mai potuto chiudere i manicomi di Trieste e di Gorizia se non ci fossero stati assessori del Pci a sostenermi concretamente».

Non ti rimproveri proprio nulla?

Qualche accenno di carattere ispirato, un po’ di retorica… Rileggendomi ho riscontrato una cieca devozione nei confronti di Paolo VI che pensavo stretto tra le correnti lefebvriane e la nostra posizione. Ma la nostra posizione non è mai stata tesa a favorire uno scisma. A questo proposito voglio ricordare che il Corriere della sera giocò una brutta partita: favoleggiò infatti di uno «scisma olandese», promosso da alcuni prelati olandesi che si erano distinti in Concilio per le loro posizioni teologicamente progressiste, che non era mai stato neanche ipotizzato. Questa corrente scismatica avrebbe avuto una quinta colonna in Italia. Favole, smentite con grande forza e chiarezza. Ma favole che continuarono a circolare. Noi semmai denunciavamo – e lo fece padre Sorge – il rischio di una scalata alle posizioni istituzionali nella Chiesa cattolica da parte di alcuni movimenti ed associazioni. Forse un altro errore – ma non siamo stati soli a commetterlo – è stata una cieca speranza sul futuro, l’idea che il futuro sarebbe comunque stato migliore del presente. Pensiamo all’enfasi con la quale si pronunciava la parola «storico».

Paolo VI, il papa della tua sospensione a divinis. Che rapporti avevi con lui?

Ottimi, sin dall’inizio. Andavano a gonfie vele: già abate di san Paolo, fui eletto presidente della Conferenza dei Superiori maggiori del Centro Sud e vicepresidente nazionale. Poi ci furono le aperture ecumeniche, la presenza degli osservatori delle altre chiese al Concilio: l’abbazia di san Paolo era il portale di questa intensa attività ecumenica. In una seconda fase il rapporto si fece più complesso, meno visibile: erano gli anni delle fabbriche occupate, la Crespi ad esempio, e Poletti – non ancora cardinale – mi mandò da Charvault, responsabile della pastorale del mondo del lavoro per la diocesi di Roma. Gli dissi che sarei andato a incontrare gli operai che occupavano la fabbrica e Charvault mi disse che sarebbe venuto anche lui. Io in talare, lui in borghese. Durante l’assemblea degli operai un sindacalista mi salutò dicendo di essere onorati dalla persenza dell’abate di san Paolo e soggiunse: «Ma che dico abate, dovrei dire il compagno dom Franzoni». Il giorno dopo avevo una conferenza sulle nuove forme liturgiche all’Angelicum e i banchi erano occupati da alcuni lefebvriani che provocatoriamente domandarono se fossi io quello che il giorno prima in una fabbrica era stato chiamato «compagno». Quando dissi di sì, cominciarono a sbattere le tavolette dei banchi; allora i frati spensero le luci e uscendo trovai la macchina imbrattata di uova e con i tergicristalli rotti. Il giorno dopo Il Tempo scrisse che, recandomi in una fabbrica occupata, avevo sporcato la veste ecclesiastica. Dopo tre giorni ricevetti un biglietto da monsignor Pasquale Macchi, segretario particolare di Paolo VI, che mi diceva: «Coraggio, resista, la verità si farà strada».

E la rottura?

Qualche problema sorse negli anni successivi. Ad esempio un volantino della Comunità di san Paolo contro il Concordato del ’29; poi fece discutere la presenza in abbazia di alcuni vietnamiti testimoni delle violenze della guerra; creò problemi anche un documento della Comunità contro l’insegnamento praticamente obbligatorio della religione cattolica nelle scuole pubbliche. Seguirono le prime visite canoniche e apostoliche. All’inizio si concluse che nel mio operato come abate non vi fosse nulla di irregolare ma, alla seconda visita, fui invitato alle dimissioni. Era il 1974.

Come sei cambiato in questi anni?

Ho smesso di riporre tanta speranza nel «pueblo unido», nella forza dell’azione popolare che credevo avesse un segno sempre progressista. Le stesse folle che ieri acclamavano santo Oscar Romero, oggi chiedono a gran voce la santificazione di Giovanni Paolo II che trattò con toni glaciali proprio Oscar Romero, lo umiliò e praticamente consentì che fosse isolato.

(intervista a cura di Paolo Naso)

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