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Contro il furore antievoluzionista

Anche il semplice enunciato della storia evolutiva della vita – e il fatto che venga insegnato nelle scuole – suscita reazioni molto forti da parte di alcuni settori religiosi fondamentalisti che non accettano l’imprevedibilità dei meccanismi evolutivi, il cui procedere nega qualsiasi finalismo. Il parere di uno scienziato. L’autore è docente di Genetica molecolare all’Università La Sapienza di Roma.

Chi considera l’evoluzione un’«ipotesi», o una «teoria», implicitamente ne inficia il valore scientifico. Al contrario, l’evoluzione è oggi un fenomeno scientifico ed è il cardine interpretativo di tutti i fenomeni vitali. Come sanno tutti coloro che utilizzano il metodo scientifico per condurre ricerche in biologia, nessun risultato sperimentale è in contrasto con i meccanismi, scientificamente provati, dell’evoluzione. Egualmente nessuno mette più in dubbio l’unità sostanziale di tutti gli esseri viventi nelle molecole di Dna come informazione genetica di tutti gli organismi, nella cellula come organizzazione fondamentale di tutti gli esseri viventi, cioè nella continuità fenomenologica evolutiva.

In essenza, la teoria evolutiva proposta da Darwin è molto semplice e stabilisce, in linguaggio scientifico moderno, che l’informazione genetica complessiva (genoma) di una popolazione riproduttiva cambia nel volgere di ogni generazione perché la combinazione di geni che adatta meglio l’individuo all’ambiente di vita ne permette anche il maggiore successo riproduttivo (cioè la prole più abbondante) e quindi necessariamente il complesso di quei geni meglio adattati all’ambiente sarà più rappresentato nel genoma della generazione successiva.

L’unità concettuale della scienza della vita è stata raggiunta grazie al lavoro paziente di un gran numero di gruppi di ricerca nel corso degli ultimi 150 anni e si è confermata nei successi degli studi recenti sui genomi. Tutti gli scienziati in campo biologico oggi condividono la certezza che, data la definizione di «vita» (intesa come capacità di riprodursi in modo autonomo in un ambiente definito), la storia della vita si svolge ad opera di un’apparente antinomia, cioè da una parte la successione di «eventi totalmente casuali», ma resi molto probabili dalle leggi dei grandi numeri, e dall’altra la «successione di eventi necessari», basati sulla capacità riproduttiva, cioè sulla definizione stessa di vita.

La storia della vita sulla terra vede un prima ed un poi, prima e dopo la comparsa della cellula. Inizialmente, nel giovane pianeta terra, ha agito l’evoluzione chimica prebiotica che ha portato alle prime forme cellulari. Successivamente alla comparsa della prima cellula, è avvenuta la moltiplicazione e la differenziazione evolutiva delle infinite forme di vita, fino ad oggi e nel futuro che seguirà.

Nel corso del raffreddamento progressivo del pianeta terra, durante un periodo lungo duemila milioni di anni, in un numero incalcolabile di luoghi diversi e di condizioni energeticamente e chimicamente variamente favorevoli, a partire dagli elementi chimici presenti, si sono formate molecole nuove e continuamente diverse, fino a che casualmente alcune di queste (probabilmente molecole di Rna) hanno acquisito la capacità di replicarsi, formando lentamente e stentatamente un’altra molecola identica a se stessa, ma dando così inizio alle forme più elementari di vita. Queste prime molecole di acidi nucleici si sono incontrate altrettanto casualmente con altri complessi molecolari. Quelli che favorivano l’accelerazione del processo di replicazione hanno mantenuto la loro condizione di vantaggio cooperativo, fino ad arrivare a formare i primi aggregati di molecole configurati in un’organizzazione cellulare. Ognuna delle condizioni qui descritte viene oggi riprodotta in laboratorio, ma l’insieme di tutte queste condizioni non è verificabile se non disponendo di un numero enorme di laboratori e di tempi estremamente dilatati. Ma ne è calcolata la probabilità e verificata la possibilità, con conclusioni di certezza.

A questo punto ha avuto inizio il processo evolutivo vero e proprio, continuato nel corso dei tremilacinquecento milioni di anni che hanno seguito la formazione delle prime cellule. Come l’evoluzione chimica prebiotica, anche l’evoluzione biologica è basata sulla casualità di eventi probabili e sulla necessità di vantaggi riproduttivi.

Gli eventi casuali sono di due ordini, biologici a carico del Dna e fisici a carico dell’ambiente. Ogni qualvolta un organismo si riproduce, replica la sua informazione genetica ed il Dna neo-formato ha una probabilità chimicamente verificata (una su 100.000-1.000.000 per ogni gene) di subire modifiche; per capire meglio cosa questo significhi, ognuno di noi alla nascita aveva almeno un gene mutato rispetto a quello dei propri genitori. Egualmente l’ambiente, sotto l’influsso di una molteplicità di condizioni non prevedibile a priori (dalle macchie solari, all’impatto di meteoriti, ai movimenti tettonici, alla deforestazione nel Mato Grosso) si modifica continuamente. Le mutazioni casuali del Dna e le modificazioni casuali dell’ambiente di vita fanno emergere una nuova situazione biologica, che si afferma, permane immutata o recede a seconda se la capacità riproduttiva di quegli organismi è maggiore, neutra o peggiore. Quindi la combinazione di eventi casuali, genetici ed ambientali, configura nel vantaggio riproduttivo una «necessaria modificazione» della conformazione genetica dell’intera specie, cioè l’evoluzione.

Per quale motivo il semplice enunciato della storia evolutiva della vita (e soprattutto il suo insegnamento nelle scuole) suscita reazioni di tali vastità sociologica e impatto politico? Forse perché la religiosità rimasta bambina non sa affrontare l’indeterminatezza e l’imprevedibilità dei meccanismi evolutivi, il cui procedere nega qualsiasi finalismo. A questi affannati credenti, per non cadere nella disperazione, non resta che negare l’unità delle diverse forme di vita e combattere l’evoluzione. Chi ha bisogno di basare la sua religiosità (e la sua certezza di essere continuamente castigato o premiato dall’onnipotente) sulle meraviglie del creato e sulla particolarità intellettiva (l’anima?) dell’uomo, non può accettare che le cellule del cervello umano funzionino come quelle del topo, che il suo essere ad immagine e somiglianza di Dio sia dovuto a molecole di Dna descrivibili in termini materialmente chimici, che il Dna responsabile della costruzione di un essere umano sia identico a quello di uno scimpanzé per almeno il 98% e infine che vi sia un’assoluta continuità evolutiva fra il genoma della mosca e quello del re del creato.

Per difendere il loro bisogno di certezze soprannaturali, gli antievoluzionisti si accaniscono contro gli scritti di Darwin e gridano la loro vittoria sull’evoluzione, quando dimostrano l’inesattezza di qualcuna delle asserzioni del suo fondatore risalenti al 1859, come se da allora, con gli strumenti della moderna ricerca biologica, altre migliaia di scienziati non avessero approfondito, e integrato, e sempre confermato, quella che allora era una coraggiosa ipotesi ed ora è una certezza scientifica. Ogni tanto, tanto raramente da fare notizia sui media, un qualche «pensatore» trae spunto da osservazioni isolate e non sperimentalmente riproducibili, o da esperimenti concreti che arricchiscono con nuove sfaccettature le conoscenze attuali sull’evoluzione, per affermare baldanzosi la morte dell’odiata unità biologica e dell’eresia evolutiva. Sarebbe come se affermassi che i cavalli non sono quadrupedi perché un mio amico mi ha riferito che ha visto galoppare un cavallo a tre zampe ed inoltre perché si è dimostrato che nel 2003, a Brisbane, è nato un cavallo a cinque zampe.

Alla fine degli anni Ottanta la diatriba antievolutiva sembrava limitarsi all’affermazione del creazionismo prospettato dai sette giorni della Genesi. La battaglia era talmente di retroguardia da essere confinata a pochi integralisti protestanti delle aree rurali degli stati meridionali degli Usa. Poi, all’inizio degli anni Novanta, si è rinunciato a combattere l’evoluzione e la si è invece riaffermata, ma come strumento talmente geniale (il disegno intelligente) da dover essere necessariamente opera di un essere superiore, un creatore.

Attiene alla fede e non si scontra necessariamente con i dati scientifici l’affermazione che l’atto creativo iniziale (big bang?) comprende anche tutte le leggi della probabilità, della chimica, della fisica e del vantaggio riproduttivo che prefigurano l’evoluzione, inclusa la capacità dell’uomo di modificare sperimentalmente tutto questo. L’atto creativo iniziale onnicomprensivo non è dimostrato, ma egualmente non è confutabile.

Al contrario, il cosiddetto «disegno intelligente» si configura nelle parole dei suoi proponenti come una serie ininterrotta di interventi creativi di Dio, finalistici e mirati, che indirizzerebbero le mutazioni del Dna, le modificazioni ambientali e le continue modulazioni del genoma delle specie viventi. Soprattutto, l’intervento diretto del creatore sarebbe necessario ed evidente nel salto qualitativo fondamentale, inteso come introduzione dell’intelligenza e dell’anima nella materia bruta delle scimmie antropomorfe. Sennonché, nei molti laboratori di biotecnologia diffusi in tutto il mondo cristiano, musulmano, ebraico, buddhista e induista, i ricercatori sono oggi capaci di modificare a loro piacimento il genoma di organismi batterici, vegetali ed animali, per aumentarne scientemente la capacità riproduttiva o per determinarvi stati patologici, mimando ad esempio le malattie dell’uomo in topi resi transgenici. Quei ricercatori sono in grado di modificare il genoma umano nelle cellule dei tessuti, nei procedimenti di terapia genica somatica, e potrebbero egualmente fare lo stesso per l’informazione genetica del pre-embrione, se non li trattenessero ovvie considerazioni etiche. Il numero di organismi transgenici presenti nei laboratori di biotecnologie supera oggi il milione. Tutti questi organismi, opera dell’intelligenza umana, sembrano sfuggiti al disegno intelligente perchè prescindono da lui, lo prevaricano. Le biotecnologie sono opera del diavolo che vince sul creatore? Oppure, più semplicemente, il «disegno intelligente» esiste solo nel pensiero debole di chi non sa affrontare laicamente né la storia della vita sulla terra, né la ricerca dei valori della sua stessa vita.

Antonio Fantoni

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