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Contraddizioni romane di ieri e di oggi

intervista allo storico Adriano Prosperi

Lo storico analizza l’impianto accusatorio che l’Inquisizione ebbe contro Galileo, «reo» di sostenere l’eliocentrismo; e come, fino ad oggi, il papato non abbia voluto, o potuto, fare i conti con una vicenda che ripropone i nodi irrisolti tra scienza e fede, e tra magistero della Chiesa romana e libertà di coscienza e di ricerca.

Professor Prosperi, qual è la lezione che, a suo parere, si può trarre dalla vicenda della contestata visita del papa alla Sapienza?

Mi pongo, naturalmente, dal punto di vista del mondo universitario, che è quello che mi appartiene. Intanto, ritengo che non si dovrebbe invitare il papa ad un’inaugurazione dell’anno accademico: questo, infatti, è il momento in cui l’università dovrebbe fare il bilancio di ciò che ha fatto, e di ciò che farà, oppure sui progressi della ricerca, sul miglioramento degli studi, sugli esiti di chi si laurea. In tale occasione si può invitare, ad esempio, qualche illustre studioso. Invitare, invece, il papa è un modo per fare clamore, per nascondere con una grossa foglia di fico i difetti dell’istituzione.

Tuttavia, aggiungo, di per sé nulla vieta che si inviti anche il papa, visto che quello regnante è stato anche professore, e si dice esperto di certe questioni; allora, però, lo si invita nei modi tipici dell’università, e cioè ad esporre la sua opinione in un contesto in cui sia possibile dibattere, e non semplicemente ascoltare in ginocchio. Questo è il problema. Infatti, il metodo di dire: «Questa è la verità, inginocchiatevi», non va bene da nessuna parte. Ma ad un «professore» – che esponga le sue tesi, ed alle quali si possa rispondere, aprendo una reale discussione – non va tolta la parola.

Uno dei motivi delle polemiche scatenatesi attorno alla prevista visita papale all’inaugurazione de La Sapienza fu il riferimento a conferenze che il cardinal Ratzinger aveva fatto nel 1990, e nel quale egli citava Feyerabend, secondo il quale [vedi pag. 10] il processo a Galileo fu «giusto». I difensori di Benedetto XVI hanno sostenuto che, pur citando quel giudizio, il cardinale ne prendeva però le distanze. Ad altri, invece, è sembrato che si possa senz’altro affermare, come minimo, che Ratzinger fu vago, anzi ambiguo, nell’esprimere un reale dissenso da Feyerabend.

Anch’io penso proprio che Ratzinger fu ambiguo. Quando uno non ha il coraggio di dire fino in fondo che Galileo aveva torto, e che l’Inquisizione aveva ragione, allora se la cava dicendo che, perfino un filosofo della scienza, noto per essere un contestatore, una figura non disciplinata del mondo del sapere, ha formulato l’ipotesi che, in fondo, la razionalità stesse dalla parte degli inquisitori, mentre da parte di Galileo ci sarebbero stati una fantasia, un salto logico, per arrivare a capire qualcosa che la razionalità non capiva. Se si cita Feyerabend per questo, lo si cita in maniera impropria, senza prendere posizione, e nel contempo si lascia gravare sugli ascoltatori – oltre all’ammirazione per un papa che ha letto anche quel filosofo, e che può citarlo – l’impressione che forse, forse, Galileo aveva torto; e che se noi siamo abbastanza spregiudicati e moderni da prendere le distanze da quella razionalità, un giorno forse riconosceremo che il cardinale Bellarmino, l’inquisitore di Galileo, aveva la vista più lunga dello scienziato. È un gioco, però, che mostra la corda.

Nel discorso inviato da Benedetto XVI a La Sapienza, sembra che l’idea portante sia lo statuto e la ricerca della verità. Ma, anche se non lo dice esplicitamente, nel testo fa capolino l’idea che, infine, spetti al papato stabilire quale sia davvero la verità; e che la verità da esso proclamata non possa essere discussa.

Questo non mi stupisce. Il papa fa il papa. Sono secoli, ormai, che l’autorità papale si regge sopra l’idea del possesso della verità. La questione dell’infallibilità papale e del primato pontificio – sebbene come dogmi infine definiti solo nel 1870, dal Concilio Vaticano I – hanno marciato nei secoli a mano a mano che si è verificata quella che uno storico protestante, Harold J. Berman, ha chiamato la «rivoluzione papale». Una rivoluzione che è avvenuta per tentativi: i pontefici poco alla volta hanno cercato di imporre il loro dominio su ogni altro potere, soprattutto nell’epoca che va da Gregorio VII [†1085] a Bonifacio VIII [†1303]. Ma il potere politico, nelle forme sviluppate dalle monarchie moderne, ha sottratto loro questo dominio assoluto, lasciando loro il campo dell’autorità universale sulle coscienze, come ha osservato lo storico Paolo Prodi. Naturalmente i teologi papali hanno continuato ad affermare tale potere, ed a sostenere, come fece anche il Bellarmino, che il papa aveva almeno un potere indiretto sul potere politico. Ma, di fatto, la realtà si è imposta. E da quel momento in poi il papato ha dovuto ripiegare nell’affermare la sua autorità sulla materia teologica, sulla direzione delle anime, perciò potenziando il predominio della verità religiosa e il suo monopolio. E quindi è nata la teoria dell’infallibilità papale in materia di fede e costumi, infine cristallizzata nei dogmi del 1870.

Perciò, che il papa presuma di poter stabilire quale sia la verità, non meraviglia: fa parte del suo ruolo, del ruolo che egli si è attribuito. Un ruolo storico, ovviamente contestato e discusso, e che ha creato lacerazioni. Ma questa è una marcia che noi valutiamo con gli occhi del poi; adesso potremmo dire: «Non poteva andare che così». Non è però una marcia trionfale: infatti, proprio nel caso di Galileo il papato, e la Chiesa romana ai suoi vertici, hanno avuto una smentita clamorosa, una smentita che nessun’altra Chiesa cristiana ha avuto così nettamente.
Non dimentichiamo che la scoperta di Copernico fu proposta nella forma prudente dell’ipotesi da un teologo protestante, Andreas Osiander: fu proprio questi a dire, quando fu stampata per la prima volta l’opera di Copernico De revolutionibus orbium coelestium, nel 1543, che l’eliocentrismo – il sole, non la terra, è al centro del nostro universo – andava visto, appunto, come un’ipotesi, non come la verità. Infatti il letteralismo protestante reagiva davanti all’idea che la Bibbia avesse torto. Così, mentre in Italia i papi accettavano senza batter ciglio i libri che contenevano queste nuove teorie, il mondo protestante temeva invece che da tali opere nascesse un problema grave per l’interpretazione delle Scritture.

Ma passano pochi decenni, ed il mondo protestante – che non ha un’autorità teologica centrale – è in grado di assorbire l’autonomia della ricerca, anche se questa tocca, o sembra toccare, la Bibbia. Il mondo cattolico, invece, fa un cammino inverso: si enfatizza il potere papale, il quale arriva a temere che le nuove teorie mettano in pericolo l’interpretazione delle Scritture. Nasce, dunque, un problema di interpretazione biblica. Ecco allora – siamo dopo il Concilio di Trento – che la Bibbia viene sottratta alla libera interpretazione; se ne vieta la traduzione in lingua volgare; il testo stesso viene controllato dall’editoria papale, che aspetta decenni prima di produrre una nuova edizione della Vulgata [la traduzione della Bibbia, in latino, compiuta da san Girolamo (†420), e diventata ufficiale per la Chiesa latina]; la ricerca sul e del testo biblico, che pure era iniziata in Italia con Lorenzo Valla [†1457], non avanza più, nel mondo cattolico, mentre invece passa completamente e procede nel mondo protestante.

In tale contesto, il monopolio papale dell’interpretazione della Bibbia fa sì che, a questo punto, sia proprio il pontefice romano, che nel secolo precedente non aveva reagito alla proposta copernicana, a vietare qualsiasi interpretazione che non dica che le cose stanno letteralmente ed esattamente così come dice la Bibbia. E, su questo, Galileo mette in atto tutte le sue astuzie, tutta la sua intelligenza, ed anche la sua fede religiosa probabilmente (per quanto si riesca a capire che cosa c’è nell’animo di una persona in tempi in cui la simulazione era d’obbligo). Galileo aveva perfino suggerito la possibilità di fare un uso apologetico delle scoperte scientifiche; sembrava insomma che il papato potesse dimostrare la sua superiorità, rispetto al mondo protestante, proprio grazie al fatto che, nei territori controllati da Roma o comunque legati al papato, vi era una grande fioritura della scienza. Ma il progetto, pur accattivante, si incaglia di fronte al fatto che il pontefice è costituito come autorità ultima in materia di verità e che ha un suo ministero della verità, la Congregazione del Sant’Uffizio dell’Inquisizione.

La verità su cui si appoggia il papa è la verità aristotelica, quella dell’esperienza: e, rispetto all’esperienza empirica, il papa ha ragione, perché la terra appare al centro dell’universo, con il sole che le gira attorno. Era difficile immaginare che potesse avere ragione chi, invece, come Galileo, sovvertiva l’ordine dell’universo. Il papa, inoltre, era responsabile rispetto alla fede dei semplici. E questo, a mio parere, è l’aspetto decisivo della storia della Chiesa cattolica. La Chiesa deve viaggiare con i più lenti; non può autorizzare lo sganciamento degli intellettuali dal popolo. È proprio la Chiesa post-tridentina che fa sua questa strategia di badare soprattutto al popolo. Mettendo tutto questo insieme, si può allora decidere di mandare alle ortiche un professore – Galileo – che ha un’idea «bislacca», e giurare sul fatto che abbia torto.

Poi, però, quando è risultato ben chiaro che lo scienziato aveva ragione, e andava affermandosi l’eliocentrismo, sono cominciate le acrobazie per dimostrare che, in fondo, non è il papa che ha avuto torto, perché a Galileo sarebbe stata fatta pesare non tanto la falsità scientifica della sua tesi, ma la sua disobbedienza. Insomma, lo scienziato sarebbe colpevole solo di aver disobbedito all’Inquisizione. La sua, dunque, sarebbe un’eresia inquisitoriale, ha scritto il più astuto degli interpreti cattolici, Léon Garzend, ne L’Inquisition et l’hérésie. Distinction de l’hérésie théologique et de l’hérésie inquisitoriale: à propos de l’affaire Galilée (Paris 1912): l’eresia di Galileo non sarebbe stata tanto quella di disobbedire ad un papa che sosteneva essere la terra al centro dell’universo, ma di avere disobbedito alla Congregazione del Sant’Uffizio che gli aveva chiesto di non parlare della sua teoria. Ma lui ne parlò lo stesso: di qui l’accusa a lui di disobbedienza. E l’obbedienza all’autorità legittima, e tanto più al papa, è un principio fondamentale, per la Chiesa romana; anche se uno ha ragione, deve stare zitto, se gli viene chiesto dall’autorità. A questa acrobazia intellettuale è legata la linea difensiva ufficiale adottata anche in tempi recenti per salvare capra e cavoli, dare ragione a Galileo e a chi lo condannò: si veda ad esempio il libro dell’ex gesuita Annibale Fantoli accolto nella collana della Specola Vaticana («Galileo. Per il copernicanesimo e per la Chiesa», Libreria Editrice Vaticana, II ed. riveduta e corretta 1997).

Tuttavia, la «vulgata» corrente è che almeno Giovanni Paolo II abbia fatto un vero e profondo «mea culpa» per la condanna a Galileo comminata da suoi predecessori.

Ma, in realtà, un vero e proprio mea culpa non c’è mai stato. In proposito, la cronaca più istruttiva di questi cosiddetti mea culpa l’ha messa insieme Stefano Levi della Torre, ponendo a confronto («Errare e perseverare. Ambiguità di un Giubileo», Donzelli editore, Saggine, Roma 2000) i documenti di vescovi francesi, italiani, e del papa, sull’argomento. I documenti emessi in preparazione del Giubileo del Duemila e nel corso di esso, e anche quello emanato nel 1998 dalla Commissione vaticana per i rapporti con l’ebraismo («Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah») hanno distinto la Chiesa nella sua funzione docente e nella sua gerarchia dai suoi figli, i singoli cristiani: colpevoli (talvolta) questi, sempre santa quella.

In un articolo, pubblicato su Belfagor, mettevo in evidenza, allora, che quello che si doveva discutere era il concetto di «verità storica». Il modo – pontificio – di presentare la storia come una serie di errori dei singoli era appunto, scrivevo, un modo astorico. Se valutiamo la storia come evoluzione di forze, allora il papato, come forza storica, ha espresso delle affermazioni, ha scelto delle strade, ha fatto delle cose, che non si possono cancellare. Non si può dunque arrivare all’appuntamento dell’Anno giubilare del Duemila e dire: «Se qualche cristiano, singolo, ha sbagliato, sono problemi suoi, o comunque sua responsabilità; noi siamo puri». Questo non è un bilancio storico serio. Così – per fare un esempio – non si può dire che Stalin ha fatto cose tremende, aggiungendo però che il sistema sovietico, in quanto tale, è senza colpe. Non si può far diventare tutto una questione di buoni e di cattivi. Non scherziamo.

La questione del (non) «mea culpa» su Galileo, non ne apre forse un’altra – diversa ma in qualche modo correlata – che pone problemi enormi al magistero papale: l’avere ammesso, per secoli, in linea di principio, la liceità di eliminare gli «eretici»?

Effettivamente, questo problema della condanna a morte degli «eretici», si pone. Alla Chiesa come agli Stati, nei secoli passati, non è mai importato molto della vita umana individuale. Furono invece gli «eretici» – anche per questo dichiarati tali dal potere, come i valdesi o i ribelli alle appartenenze ecclesiastiche d’ogni tipo, quali i sociniani [seguaci del teologo senese Fausto Paolo Socini (o Sozzini), che negava il concetto tradizionale di Trinità; morì nel 1604 in Polonia] – a fare un discorso sulla letteralità dell’ordine divino Tu non ucciderai.

La Chiesa, invece, ha fatto, e molto presto, un altro discorso, relativizzando (che ne direbbe Ratzinger?) il comandamento divino che in sé è assoluto, e non prevede deroghe o eccezioni. La Chiesa ha affermato che non è essa che uccide, ma il «braccio secolare», ed a questo l’«eretico» viene mandato, però con la raccomandazione: «Non lo fate soffrire, non versate il sangue!». La formula dei processi inquisitoriali è impressionante: quando si abbandona l’«eretico» al braccio secolare, si deve dire a questo che il condannato sia trattato con umanità, e che non sia versato il suo sangue. Se poi, in realtà, il braccio secolare si rifiuta di versare il sangue, viene accusato dall’Inquisizione di fautorìa [favoreggiamento] degli eretici. Cioè, anche il potere politico che non obbedisce all’Inquisizione rischia una condanna. Siamo in presenza di distinzioni e sottigliezze davvero di comodo!

A quei tempi, ripeto, la vita umana non importava molto. Era citato questo passaggio del profeta biblico Ezechiele: «Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva» [Ez 33, 11]. Ora, l’interpretazione che gli ebrei davano a questo passo era proprio quella che suona a prima vista: se il peccatore si pente, Dio lo perdona e lo fa vivere; invece, nell’interpretazione che ne dava l’Inquisizione, l’affermazione biblica aveva questo senso: Dio vuole che il peccatore si converta, e viva, ma… nell’aldilà. Insomma: noi lo uccidiamo qua, Dio lo salva là.

Quello dell’Inquisizione è un gioco a carte truccate. Eppure la Chiesa che ha ereditato il diritto romano, e che ha poi inventato il processo inquisitorio, riteneva assolutamente fondamentale questa distinzione. È proprio così che si è costruito il processo inquisitorio, il quale prevedeva la tortura per cercare «la verità».

La famosa affermazione di Pilato nel processo a Gesù – «Che cos’è la verità?» [Gv 18, 38] – sembra guidare lo sviluppo e lo svolgimento di questi processi. E, infine, il reo convinto, l’«eretico», può tranquillamente essere mandato a morire, purché si salvi la sua anima. Anzi, nessuno è più felice del condannato a morte – proprio su questo argomento sono state edite di recente le relazioni tenute nel mio seminario pisano («Misericordie. Conversioni sotto il patibolo tra Medioevo ed età moderna», Edizioni della Normale, Pisa 2007) – perché, così ritenevano gli inquisitori, il reo ha il tempo di pentirsi dei suoi peccati e di salvarsi l’anima. L’argomento che usavano i confortatori [religiosi incaricati di assistere i condannati alla pena capitale] era proprio questo: «Fortunato tu, perché sai che presto morirai. Pensa invece all’infelice che vive tranquillamente nel peccato, e improvvisamente muore, e va all’inferno. Tu, invece, hai il tempo di pentirti, e procurarti la vita eterna».

(intervista a cura di Luigi Sandri)

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