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Come colmare il «deficit democratico»

Se non vogliono essere condannati alla marginalità, gli europei dovranno essere in grado di darsi un sistema politico democratico unitario: un’Europa federale, dotata di un suo governo federale, di una sua politica estera, di una sua politica economica, di una sua Costituzione federale.
Ercolessi è autore di «L’Europa verso il suicidio? Senza Unione federale il destino degli europei è segnato» (Edizioni Dedalo, Bari 2009).

Siamo in piena campagna elettorale. Non solo per una tornata amministrativa, ma anche per le elezioni europee che si terranno in giugno. Eppure di Europa non parla proprio nessuno. Anche questa volta, la settima da quando trent’anni fa abbiamo iniziato ad eleggere il Parlamento europeo a suffragio diretto, la campagna elettorale europea si svolgerà fra forze politiche nazionali in ventisette arene politiche nazionali, e sarà vissuta dalle classi politiche e dagli elettori più come un gigantesco sondaggio sul gradimento degli attori politici interni che come una vera e propria competizione politica. Qualcuno che parlerà di Europa alla fine ci sarà: saranno soprattutto i nemici dell’integrazione, le vestali delle «radici» e delle sovranità nazionali, i tromboni dei vecchi nazionalismi e quelli dei nuovi etnoregionalismi. E, assieme a loro, quei critici della globalizzazione che non capiscono che, per incidere sulle politiche del mondo globale, la dimensione europea è ormai la dimensione minima necessaria, quale che sia l’orientamento politico, economico, sociale o culturale che si voglia poi far prevalere nel processo democratico.

I partiti maggiori di quasi tutti i paesi europei, che hanno più ereditato che elaborato un orientamento genericamente favorevole all’integrazione, e che cammin facendo ne hanno largamente smarrito le ragioni, rimarranno in prevalenza afasici di fronte alle critiche della demagogia nazionalista ed etnoregionalista, o cercheranno di mostrare di condividerne alcune delle tesi e di apparire europei «equilibrati» e prudenti.

Così, ormai da anni, l’Europa si avvia, senza neppure averne la consapevolezza, verso un futuro di irrilevanza nel mondo globale. Un’irrilevanza simile a quella del Belgio nell’Europa della prima metà del Novecento: un paese universalmente considerato rispettabile (almeno una volta superati gli orrori più infami di uno dei peggiori colonialismi del secolo precedente), civilizzato, sviluppato, ma anche politicamente irrilevante. Nel secolo delle guerre mondiali e dei totalitarismi la sorte degli stati politicamente irrilevanti in Europa poteva anche essere la duplice devastazione bellica in trent’anni ad opera dei vicini che contavano militarmente. Nel secolo della globalizzazione e dell’inebetimento mediatico strisciante degli elettori e delle classi dirigenti, probabilmente ai soggetti politicamente irrilevanti è riservata una sorte meno drammatica, ma un’analoga marginalizzazione. Singolarmente considerati, gli stati europei non sono più in grado da tempo di far valere nella sostanza che il ricordo, ormai patetico, di una passata sovranità – che quando era stata effettiva era stata spesso belligena e sanguinaria – e sono destinati a non contar più nulla nei destini politici del mondo: a subire la volontà dettata da altri interessi, altri principi, altri valori. Interessi, valori e principi per lo più non compatibili con quel nocciolo di patrimonio identitario ideale e concreto cui tutti o quasi tutti prestiamo ormai omaggio formale: il meno che si possa dire è che diritti umani, «rule of law», democrazia politica non sono proprio fra le priorità dei nuovi soggetti politici emergenti nel mondo globale. Non parliamo neppure del «modello sociale europeo» e delle sue grandi conquiste sociali novecentesche.

Qualunque sia l’indirizzo politico che gli europei vorranno far valere nei prossimi decenni, non saranno neppure realisticamente in grado di proporlo se non sapranno prima darsi un sistema politico democratico unitario. Un’Europa federale, dotata di un suo governo federale, di una sua politica estera, di una sua politica economica, di una sua Costituzione federale, non dovrebbe essere più considerata, come nell’immediato dopoguerra, l’ideale di un gruppo di idealisti visionari appena usciti da decenni di reclusione e di confino fascista, che li avrebbero separati dalla concretezza e dalle durezze della politica, ma ormai una semplice condizione di esistenza. Una condizione per poter perseguire qualunque politica. Continuare a far crescere territorialmente un’Europa meramente intergovernativa come quella attuale, senza cambiare le regole e al tempo stesso pretendere di avere una politica estera comune e di superare il «deficit democratico» è semplicemente una contraddizione in termini.

Se ogni decisione che conta continuerà a dover essere concordata fra ventisette governi, o più, in negoziati sostanzialmente internazionali, anziché essere assunta da organi europei legittimati democraticamente, ognuna di quelle decisioni non potrà che essere, nella sostanza, una decisione sottratta al normale procedimento democratico: al Parlamento europeo e agli stessi parlamenti statali non resterà poi che ratificare le scelte risultanti da quelle estenuanti trattative, o provocare gravi crisi «internazionali» e gettare l’Unione nella paralisi. La situazione attuale è la stessa che ci sarebbe se ogni decisione politica importante, in Italia, dovesse essere concordata volta per volta, all’unanimità, dalle nostre venti regioni, con i loro diversi interessi, le loro diverse priorità, le loro diverse maggioranze politiche: paralisi e deficit democratico sarebbero assicurati, nessuna politica estera o economica coerente sarebbe possibile.

Per colmare il «deficit democratico» ci vuole un sistema politico democratico europeo: per le materie per le quali è necessaria una decisione a livello europeo – cioè per la politica estera, per la politica economica e monetaria, per le leggi sulla cittadinanza, per la garanzia dei diritti – ci vuole un decisore democratico europeo. Il Parlamento europeo deve esprimere un governo federale europeo, che sia responsabile davanti al Parlamento sulla base di una maggioranza politica. Gli elettori europei devono poter scegliere cioè, eleggendo il Parlamento europeo, la politica europea e il governo europeo dei cinque anni successivi. Come si fa in ogni sistema politico democratico.

Altrimenti ci si prende in giro. La patriottica difesa delle «sovranità nazionali» non ha nessun senso, perché quelle presunte sovranità dei singoli Stati europei sono state svuotate di significato già da molti decenni prima dell’inizio dell’attuale globalizzazione dei mercati: almeno da quando, dopo le due guerre mondiali, l’Europa ha cessato di essere il centro politico ed economico del mondo. Il «deficit democratico» è una caratteristica insuperabile di un’Europa sostanzialmente intergovernativa come quella attuale, in cui i governi statali pretendono di essere ancora loro a decidere su tutto quel che davvero conta nelle decisioni europee. La burocratizzazione delle istituzioni comunitarie è la conseguenza inevitabile della spogliazione del processo decisionale democratico ad opera dei governi. La qualità spesso mediocre del ceto politico è una conseguenza, anche, del fatto che la destinazione europea è considerata una seconda scelta, perché il potere che conta continua ad essere saldamente detenuto dai presuntuosi nanerottoli statali.

Gli italiani dovrebbero esserne consapevoli più di tutti gli altri. Solo perché gran parte delle decisioni che contano non è più nelle mani del peggior governo e della peggior classe politica d’Europa, solo perché la moneta non è più nella loro disponibilità, ci è stata finora risparmiata, nonostante la crisi globale, nonostante la «finanza creativa» governativa degli scorsi anni, la fine dell’Islanda.

Ma tutti gli europei dovrebbero svegliarsi, rendersi consapevoli che abbandonare nelle mani dei nuovi protagonisti globali le decisioni politiche ed economiche e l’influenza culturale e civile che ne deriva porterà a un arretramento e non ad un avanzamento delle conquiste democratiche, dei diritti civili, della democrazia, della sicurezza e dell’integrazione sociale. Andare avanti così ci porterà a una progressiva irrilevanza, a un’estinzione politica che non giocherà certo a favore di un mondo più equo, ma proprio all’estremizzazione degli aspetti negativi di una globalizzazione priva di regole che paradossalmente molti degli avversari dell’integrazione europea credono di poter combattere meglio con lo strumento patetico di una «sovranità» politica nazionale del tutto illusoria e ormai da tempo evaporata.

Giulio Ercolessi

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