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Che fine ha fatto la questione morale?

Ha ancora senso parlarne, a quasi trent’anni dall’analisi di Enrico Berlinguer e a diciassette da Tangentopoli? In una situazione culturale, politica e sociale completamente cambiata, come si sono trasformati i partiti? Rappresentano ancora spinte ideali o sono solo portatori di istanze particolari contrapposte?

I dati della crisi politica italiana continuano a riprodursi secondo uno schema sconfortante: intrecci clientelari tra partiti ed imprenditoria, che toccano tutti e due gli schieramenti politici; inchieste della magistratura su giunte comunali e regionali di centro-sinistra; conflitti feroci tra giudici di diverse città, che si disputano i fascicoli sulla corruzione. È evidente che le origini di questa crisi sono lontane e non riguardano solo i livelli istituzionali, ma i rapporti tra l’economia e la società. È in gioco tutto il sistema di norme condivise, che regola la coesione sociale. Occorre quindi un’analisi complessa, capace di andare al di là del pessimismo diffuso nel dibattito pubblico.

Un primo elemento va chiarito. In queste settimane, si ripropone un termine antico per caratterizzare questa fase della crisi italiana: all’origine dei mali del nostro paese vi sarebbe la «questione morale», di cui parlò per esempio Enrico Berlinguer all’inizio degli anni Ottanta. Quell’analisi individuava con lucidità alcuni elementi veritieri ed ancora attuali: l’occupazione da parte dei partiti delle istituzioni pubbliche (dai Ministeri al più piccolo comune), la confusione tra indirizzo politico e gestione amministrativa, che già in quegli anni si manifestavano con tutta evidenza. A quella commistione l’analisi di Berlinguer contrapponeva due rimedi essenziali: la diversità comunista (etica prima che ideologica) e la necessità di un ricambio dentro un sistema politico bloccato.

A quasi trent’anni di distanza, le condizioni politiche sono radicalmente cambiate rispetto a quei rimedi indicati. Alla funzione centrale dei partiti ideologici, come organismi di massa fortemente radicati, si sono sostituiti – a destra come a sinistra – partiti cosiddetti «leggeri», macchine elettorali, a conduzione fortemente personalistica.

Si aggiunga un altro dato, che ha fatto giustizia da tempo di molte illusioni razionalizzatrici degli anni Novanta: il sistema elettorale maggioritario (o la sua versione nostrana) non ha ridotto il numero dei partiti, anzi li ha moltiplicati, in un gioco esasperato di ricatti e scavalcamenti tra corporazioni.

Ma c’è un ulteriore dato che ha avvelenato la vita italiana. Con le trasformazioni dell’economia, già dagli anni Ottanta era evidente che il rapporto tra impresa economica e istituzioni pubbliche si stava rovesciando. Per gli imprenditori è divenuto mano a mano essenziale controllare i flussi della spesa pubblica per avere certezze nei propri obiettivi a breve termine: basti pensare a settori come l’urbanistica, le opere pubbliche o la nuova sanità convenzionata, oggi nell’occhio del ciclone dei provvedimenti giudiziari.

La globalizzazione e la competizione dei mercati hanno esteso a tutti i rami della vita economica il bisogno di condizionare la politica, di vincolarne le scadenze: si sono accentuate le caratteristiche di un «capitalismo delle baronie» (l’espressione è di Guido Rossi), fragile e privo di regole trasparenti. La funzione della politica professionale è divenuta sempre più quella della mediazione tra grandi potentati economici. Questo intreccio è stato aggravato, come è ormai evidente a tutti, dalle ideologie neoliberiste diffuse a piene mani sino a poco tempo fa: competizione sfrenata tra gruppi economici in crisi e corruzione diffusa ne sono state le conseguenze tragiche.

Molti di questi fenomeni sono analoghi a quelli manifestatisi nella crisi finanziaria americana, ma in Italia essi si sviluppano con virulenza ancora maggiore per la debolezza della nostra struttura produttiva: abbiamo una percentuale altissima di piccole e medie imprese, spesso fragili; un’amministrazione pubblica inefficiente e almeno quattro regioni del paese in mano alla criminalità organizzata.

In questo contesto, che sembra assicurare al governo Berlusconi lunga vita, il centro-sinistra paga il prezzo più alto, diviso com’è tra gli umori antipolitici di Antonio Di Pietro e l’incertezza di un Partito democratico, privo di una strategia credibile nel medio periodo.

Di fronte ad un futuro assai oscuro, un’esigenza va almeno sottolineata. La moralità riguarda la coscienza dei singoli, il loro sistema di convinzioni. Per definire un ethos pubblico condiviso, che riporti alla normalità i rapporti tra politica ed economia, occorre che i partiti tornino a discutere su progetti di società, capaci di favorire la partecipazione disinteressata alla vita pubblica. Dobbiamo insomma ritrovare quella weberiana «etica della responsabilità» che oggi sembra scarseggiare in politica. Se non sarà così, c’ è da temere per la nostra democrazia.

Umberto Brancia

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