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Cattolici ma senza impegno

A differenza di quanto avviene in molti altri paesi, dove il tasso di «appartenenza» alle Chiese tende a diminuire (mentre aumentano coloro che affermano di credere in una dimensione spirituale dell’esistenza), in Italia l’appartenenza alla Chiesa cattolica viene rivendicata ancora da una larghissima maggioranza (83%). Da noi, paradossalmente, non manca chi difende il cattolicesimo – magari come «religione civile» – anche senza essere credente.

Qualcosa si muove. L’inchiesta Eurisko commissionata dalla Tavola valdese conferma molti dati ormai saldamente acquisiti ma, al tempo stesso, sembra suggerire che qualcosa si muove nell’atteggiamento che gli italiani hanno riguardo alla religione ed alle scelte etiche.

Innanzitutto resta il fatto che gli italiani «restano» saldamente cattolici: nella consistente misura dell’83%, infatti, si collocano senza esitazione nell’ambito della Chiesa di Roma, e condannano le altre comunità di fede all’irrilevanza statistica. L’inchiesta è stata realizzata a poche settimane dall’elezione di Benedetto XVI e quindi potremmo pure mettere nel conto un «effetto papa» che ha rilanciato l’immagine del cattolicesimo anche tra i suoi figli più tiepidi. Tuttavia il dato conferma quello di analoghi sondaggi e dobbiamo quindi riconoscere che gli italiani, in larghissima parte, dicono di «appartenere» alla Chiesa cattolica.

Il dato non è scontato perché, in altri paesi europei, il tasso di «appartenenza» tende a diminuire costantemente, mentre resta stabile o addirittura aumenta il numero di coloro che credono in una dimensione spirituale dell’esistenza. Un paradosso che aveva prodotto una formula facile e felice: believing without belonging, crederere senza appartenere.

In Italia le cose sembrano andare diversamente. Si continua ad «appartenere». Resta da capire se si «crede». Sfogliando i giornali, una delle tendenze culturali più forti e politicamente rilevanti, è quella degli «atei devoti», di coloro che si sentono cattolici anche senza credere in Dio ed in Gesù Cristo. Anzi, proprio perché non credenti, ritengono di poter acquisire particolari meriti quando difendono il cattolicesimo come «religione civile», collante ideale di una nazione altrimenti priva di anima e di carattere propri. L’assunto rende perplessi ma non preoccupa, quando si esprime sulle pagine di un quotidiano d’opinione; inquieta quando viene insistentemente ripetuto dalla seconda carica istituzionale dello Stato. A fondamento dell’unità delle nazioni – quantomeno di quelle europee – il presidente del Senato Marcello Pera sembra infatti porre una «religione civile, la quale sappia trasfondere i suoi valori in quella lunga catena che va dall’individuo alla famiglia ai gruppi alle associazioni… In Europa – conclude nel famoso scambio di lettere con l’allora cardinale Ratzinger prontamente ripubblicato da Panorama e da Mondadori – una religione siffatta è naturaliter cristiana… È perciò una religione cristiana non confessionale quella che suggerisco».

Il concetto di «religione civile» ha una storia lunga e complessa che meriterebbe di essere seriamente approfondita e sottratta alle facili polemiche di queste settimane. Ma non è questo il punto. La questione è che in Italia, anche da parte «laica» si cerca rifugio nel valore dell’appartenenza religiosa: non nel pluralismo, non nelle regole negoziate e condivise, non nella neutralità dello Stato riguardo alle materie che interrogano la propria coscienza. «Serve una religione, agli italiani è toccato il cattolicesimo»: potrebbe essere questa la prammatica conclusione a cui arriva chi, con tanta disinvoltura, celebra la forza dell’appartenenza identitaria piuttosto che della fede partecipe e coerente. È il trionfo del belonging without believing, dell’appartenere senza credere.

Il problema è che il monolitismo dell’appartenenza si scontra con la superficialità della pratica religiosa e, dato non abbastanza sottolineato, con la varietà dei comportamenti. I cattolici italiani sembrano inclini alla preghiera – ed è un fatto rilevante in un contesto di forte secolarizzazione – ma vanno poco in chiesa; hanno una Bibbia ma non la leggono; dicono di conoscere i dieci comandamenti ma faticano a ricordare il primo e si chiedono se il decalogo lo abbia dettato Dio o Mosè. E al tempo stesso – nella misura del 60% – dichiarano apertamente di seguire «poco» o «per niente» i precetti della propria chiesa. D’altra parte sono favorevoli al riconoscimento alle coppie di fatto degli stessi diritti garantiti a quelle sposate (67%); non hanno particolari problemi nei confronti dell’omosessualità (68%); non hanno una pregiudiziale preclusione nei confronti dell’eutanasia (72%).

Non sembra essere il frutto di un relativismo etico che tutto confonde e omologa: la ricerca Eurisko non descrive italiani incerti, confusi ed inconsapevoli. Al contrario, dà forma – e numeri – a persone che hanno maturato, anche nel campo delle scelte etiche più difficili, opinioni precise e largamente condivise.

Tutto questo non coincide meccanicamente con l’insegnamento della Chiesa cattolica e, almeno per alcune materie, di altre comunità di fede. È il loro problema pedagogico e pastorale, che non si risolve con i decreti o le leggi a maggioranza. Né lucidando gli ottoni della tradizione religiosa nazionale. Si risolve con la testimonianza e la predicazione.

Paolo Naso

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