Cattolici del «no», evangelici del «sì»
Proponiamo ai nostri lettori una breve panoramica delle posizioni espresse da alcuni esponenti cattolici contrari ai «Dico», e di esponenti delle Chiese evangeliche invece favorevoli.
La Conferenza episcopale italiana ammoniva: «Si parla di Dico, ma si pensa a Pacs, e soprattutto si prefigura una escalation legislativa in questo senso». Per don Michele Aramini, docente di teologia morale alla Cattolica di Milano, «i Dico non si chiamano Pacs ma sono come i Pacs. Non ci si può nascondere dietro un nome». La voce di questo teologo è solo una delle molte del mondo cattolico schierate contro i Dico; ma, avendo nel servizio riportato autorevoli voci di cattolici a favore della legge, diamo qui qualche altro flash di cattolici – personalità e movimenti – del «no». La dirigenza dell’Azione cattolica commentava: «Il testo inviato alle Camere suscita gravi preoccupazioni per le conseguenze che potranno prodursi sulla vita sociale, culturale e civile del nostro paese. Tali conseguenze, oltre ad indebolire l’istituto del matrimonio, espongono le giovani generazioni al pericolo di una ambigua equiparazione tra forme di relazioni affettive radicalmente diverse».
Per monsignor Rino Fisichella, rettore dell’Università lateranense, «se il disegno di legge sui Dico sarà approvato, scaverà un altro baratro tra il Parlamento e il paese. Se il testo non si potrà correggere in Aula, i vescovi ricorderanno ai parlamentari cattolici il dovere di non votarlo. Li richiameremo a una piena coerenza con la loro fede, che in questo caso comporterebbe l’impegno a non votare una legge che contrasta con l’insegnamento della Chiesa».
Il vicepresidente del Forum delle associazioni familiari, Giuseppe Barbaro, parlava di «rischio di discriminare le famiglie tradizionali» e per il presidente nazionale delle Acli, Andrea Olivero, i Dico sarebbero «una legge non necessaria». Mentre monsignor Edoardo Menichelli, arcivescovo di Ancona e membro della Commissione episcopale per la famiglia, ha parlato di «ferita nei confronti del matrimonio».
Da parte sua, monsignor Vincenzo Paglia, vescovo di Terni e presidente della Commissione per l’ecumenismo della Cei, così – in un’intervista alla Radio vaticana del 15 febbraio – aveva risposto a quei settori politici che accusano di «ingerenza» la gerarchia cattolica: «Si tratta di una grossa miopia, di una grossa sciocchezza, perché fortunatamente abbiamo raggiunto la libertà di parola, che è uno dei diritti fondamentali dell’uomo. Anzi, guai se non parlasse, guai se non esprimesse questa prospettiva ideale, che peraltro è il campo proprio della Chiesa! Il problema non è legato al tacere della Chiesa, semmai il problema è che tutti, chi crede e chi non crede – in questo caso, chi è cattolico e chi non lo è – dobbiamo esercitare quella dimensione ragionevole della ragione, che il papa sottolinea spesso. Esercitiamo questo ragionamento sulla base di un pensiero umano per aiutarci tutti a scrivere leggi che aiutino la società nella sua crescita, ed è auspicabile che chiunque intervenga per inserirsi in questo dibattito, che è proprio della democrazia, per far crescere la vita della società. In questo senso, è davvero miope, oltre che illiberale, mettere il bavaglio a chiunque».
Severo anche l’ex segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta, che in un’intervista al quotidiano controllato dalla Conferenza episcopale italiana (15 febbraio), affermava: «Spero che la legge [sui Dico] non venga approvata. O almeno che il Parlamento cambi profondamente il testo governativo. Penso poi che occorra soprattutto un atto “riparatorio”: una legge che davvero sostenga la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, proiettata in una logica generativa, ristabilendo una supremazia che rischia di andare perduta, di essere erosa da altri modelli. Il governo dimostri che la famiglia naturale è una priorità!». E, sul rapporto tra identità cristiana e mandato laico (sindacale o parlamentare), l’ex sindacalista spiega: «Il credente non è affatto subordinato. È in comunione, in relazione. Può anche agire difformemente dal magistero: cosciente però di sottoporre a tensione la comunione della Chiesa, con sofferenza non con baldanza… Quella cattolica è un’identità pre-formativa, dalla quale non si può prescindere. E da cristiano sono chiamato a dare testimonianza in ogni àmbito di vita. Il che vuol dire essere pronto, non dico al martirio, ma a pagare qualche prezzo. Il cristiano che non paga prezzi non testimonia».
Invece il presidente dell’Udc, Rocco Buttiglione, ha accusato Scalfaro [per l’intervista citata nel servizio] di volere «costituire una specie di “magistero alternativo”, tentando di intimidire i vescovi italiani e di insegnare loro cosa devono dire e cosa non devono dire».
Dopo queste rapide citazioni di cattolici del «no», eccone invece alcune di personalità delle Chiese evangeliche a favore del «sì». Affermava il decano della Chiesa luterana in Italia, Holger Milkau: «Il disegno di legge sui Dico evidenzia una crescente percezione della libertà dell’individuo, già riconosciuta a livello legislativo in diciotto paesi europei. Esso è apprezzabile perché affronta il difficile compito di mediare tra i diritti della libertà degli individui e i doveri e le responsabilità che derivano dai valori profondi della convivenza. Lasciare fuori da questa dialettica di diritti/doveri le coppie non sposate costituirebbe una discriminazione e un impoverimento per la nostra società. Al di là delle leggi – aggiungeva – il nostro compito di cristiani che credono in Dio, che è amore, è favorire tutto ciò che rende responsabile e consapevole un legame. Pensando alle nuove generazioni bisogna promuovere l’insegnamento e la trasmissione dei contenuti che fondano la vita sociale. Se la nuova legge, un volta approvata, aiuta a raggiungere questo scopo, ben venga!».
Per il pastore Eugenio Bernardini, vice-moderatore della Tavola valdese, si trattava di «un buon inizio, che si pone in una prospettiva di laicità e di tutela di diritti fondamentali. Senza nulla togliere alla specificità del matrimonio, si tutelano diritti fondamentali delle coppie di fatto, anche omosessuali. Com’era nelle nostre aspettative il provvedimento non sottolinea solo i diritti, ma anche i nuovi doveri di responsabilità e stabilità verso la parte più debole della coppia».
Ma il cuore teologico e biblico della «questione famiglia», finora sempre evaso dalla Cei, è quello ben centrato da Anna Maffei, presidente dell’Unione cristiana evangelica battista d’Italia, in una dichiarazione all’agenzia Nev: «La Bibbia non santifica la famiglia, anzi non nasconde le difficoltà delle famiglie. Non ha un solo modello di famiglia e non fa della sua difesa il fulcro del messaggio cristiano. Qualunque conoscitore del Nuovo Testamento queste cose le sa. Posso aggiungere che perfino Gesù non ha goduto di un rapporto facile con la sua famiglia di origine.
Egli non è venuto per dare stabilità alle istituzioni esistenti (gerarchie religiose, patria e famiglia), ma a scuoterne le fondamenta a partire da un messaggio dirompente basato non sulle forme ma sui contenuti, non sulla legge ma sulla misericordia, non sulle strutture di potere ma sulla potenza dell’amore gratuito e sul perdono. Può essere spiazzante e lo è, ma se le Chiese cristiane dimenticano proprio questo è come aver perso l’orientamento, come costruire un edificio grandioso senza fondamenta. Può cadere in qualsiasi momento». E, sul piano civile: «Se il Parlamento italiano alla fine riuscirà a dare risposta a quei cittadini che desiderano che la loro scelta di convivenza sia maggiormente riconosciuta e tutelata, non credo che questo potrà ledere la libertà di altri che, credenti o non credenti, scelgono di sposarsi. Una libertà e un diritto non oscurano un’altra libertà e un altro diritto».
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