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Bussare sulla cisterna

Giunge al suo settimo anno consecutivo il progetto “Semi di pace” organizzato da Confronti. L’edizione 2005 si è svolta all’inizio di marzo e ha visto incontrarsi, a Roma e in varie altre città italiane (e anche a Lugano), esponenti della società civile israeliana e palestinese impegnati nel dialogo per la pace.

“Perché il dialogo? Anche per “bussare sulla cisterna””. Con questo richiamo al grido disperato dell’autista (“Perché non hanno bussato sulla cisterna?”) con cui si conclude il romanzo Uomini sotto il sole di Ghassan Kanafani—tragica odissea di un gruppo di palestinesi in viaggio come clandestini verso il Kuwait, morti per asfissia (prima di arrivare a destinazione) nell’autocisterna che li trasportava—ha esordito Mustafa Qossoqsi, un giovane psicologo dell’Istituto di psicoterapia Almadina di Nazareth. Lo ha fatto nell’incontro pubblico svoltosi il 2 marzo presso il Centro Pro Unione di Roma, a conclusione delle tre giornate romane del Progetto “Semi di pace”, promosso da Confronti.

“Bussare sulla cisterna per far vedere che esistiamo, per istinto primordiale di sopravvivenza—anche morale, psicologica—e per amore verso il futuro”, ha poi continuato Mustafa chiarendo le ragioni che hanno spinto lui, arabo israeliano, a credere nel valore del dialogo con i suoi connazionali ebrei. Ragioni laiche e politiche che ruotano intorno a due concetti fondamentali, l’identità e la cura. “Tutta la mia vita come palestinese in Israele è stata segnata dal trauma del disconoscimento. Da questo disconoscimento ha preso le mosse la mia ricerca di una identità palestinese. La scelta del dialogo è conseguente: nasce dalla convinzione che un’identità sana non può essere fondata sulla negazione dell’identità altrui, compresa quella dello Stato d’Israele. Il dialogo, poi, è un modo per curare ferite, dolori personali, è un modo per liberarsi del peso della propria storia raccontandola. Il dialogo è vita, il monologo uccide. Troppo spesso gli israeliani e i palestinesi hanno fatto lunghi e accorati monologhi”.

Sedevano con Mustafa intorno ad un tavolo di fronte ad un centinaio di persone il rabbino israeliano di origine italiana Roberto Arbib e lo sheikh musulmano sufi Ghassan Manasra, palestinese, membri fondatori del gruppo “La via di Abramo”, Ali Abu Awwad, palestinese, e Emanuella Cassouto, israeliana, entrambi attivi in “Parents’ Circle” (associazione composta da parenti di vittime del conflitto), Mossi Raz, già parlamentare della Knesset ed attualmente direttore del Centro per la pace Givat Aviva. Tre israeliani e tre palestinesi; tre di loro ebrei e tre musulmani: si componeva così quest’anno il gruppo di educatori, operatori di pace, leader religiosi, esponenti della società civile invitati da Confronti nell’ambito del progetto “Semi di pace”.

Ha tutti i presenti è risultato evidente quanto sia importante per gli israeliani e i palestinesi potersi incontrare al di fuori del proprio paese, perché là l’incontro è difficile, ostacolato com’è da insicurezze, diffidenze, paure reciproche. “Il Medio Oriente vive oggi un momento delicato e carico di speranze—ha sottolineato Paolo Naso, direttore di Confronti. Questo nostro progetto si propone come un laboratorio di educazione alla pace. Infatti la pace, quando verrà firmata dai politici, avrà senso e forza soltanto se la società civile israeliana e quella palestinese se ne faranno convinte interpreti. E “Semi di pace” intende favorire esattamente questo processo: facilitare il dialogo e la cooperazione dal basso, soprattutto tra educatori che hanno tanta responsabilità nella formazione delle coscienze e nell’orientamento dell’opinione pubblica”.

Diverse rispetto a quelle di Mustafa sono le motivazioni che hanno spinto al dialogo con l’altro i due attivisti di Parents’ Circle, più legate alla volontà di spezzare una dolorosa catena di lutti e ridare speranza al proprio futuro e a quello del proprio paese. “Sono entrata in Parents’ Circle perché ho pensato che il ciclo di uccisione e vendetta non doveva più entrare nella mia vita”, ha detto Emanuella contenendo a fatica l’emozione. “Prima che io nascessi, un mio zio materno era stato assassinato nella raffineria in cui lavorava da palestinesi che volevano vendicare la morte di cinque loro connazionali, uccisi il giorno prima dagli israeliani. Questa morte ha segnato tutta la mia vita. Mi fu dato il nome di Emanuella in ricordo di questo zio che non avevo conosciuto. In suo onore dovevo essere una brava studentessa, una ragazza carina. Anni più tardi ho sposato un pilota dell’aeronautica militare israeliana. Quattro anni dopo il matrimonio anche lui è stato ucciso dall’aeronautica egiziana che voleva così vendicare l’abbattimento di un aereo egiziano da parte di Israele”.

“Siamo due popoli che hanno pagato un prezzo altissimo. Ognuno di essi ha mille ragioni per accusare l’altro”, ha premesso Ali all’asciutto, ma non per questo meno commosso, resoconto della sua storia. “Ho partecipato negli anni Ottanta alla prima Intifada. Ho trascorso quattro anni in carcere. In seguito sono stato ferito da un colono israeliano e, mentre ero in Arabia Saudita per curarmi, ho appreso la notizia della morte di mio fratello, assassinato da un soldato israeliano. Credevo di non poter più vivere con questo dolore. La parola pace era allora lontanissima dai miei pensieri. Finché un giorno è arrivata nella mia casa un’ebrea israeliana privata dei suoi cari dal conflitto e ho potuto constatare che c’erano tanto dolore e umanità anche dall’altra parte”. Dopo un breve intenso silenzio ha poi continuato con parole rivolte al futuro: “Venendo a Roma da un conflitto così sanguinoso ho visto la grandezza della civiltà, quello che gli uomini possono produrre e ho pensato a quello che ancora possiamo fare del nostro paese, se scegliamo la via della pace”.

Alle sue parole di speranza si è associata Emanuella, che ha aggiunto: “L’esperienza come attivista di Parents’ Circle mi fa sperare in un futuro di pace per i nostri popoli: se le persone che hanno sofferto di più sono capaci di parlarsi, ciò vuol dire che l’opzione del dialogo è ancora possibile”.

Ad un approccio dichiaratamente spirituale si sono richiamate le testimonianze del rabbino Roberto Arbib e dello sheikh sufi Ghassan Manasra, che hanno fondato il gruppo “La via di Abramo”, con l’intento di avvicinare ebrei e musulmani perché imparino a riconoscersi figli dello stesso padre Abramo, intento coraggioso perché non facile in una terra in cui islam ed ebraismo si vedono reciprocamente come nemici. Negli incontri che essi organizzano si approfondisce il tema della mistica presente nel sufismo islamico e nella corrente mistica dell’ebraismo, il chassidismo e la Qabbalah, con lo scopo di far emergere gli elementi comuni alle due tradizioni religiose.

“Fa parte del mio essere religioso, oggi, in Israele—ha detto il rabbino Roberto Arbib, il cui nonno, anch’egli rabbino, era attivo a Roma nel dialogo ebraico-cristiano—l’idea che Dio ha messo insieme i due popoli perché si conoscano. Credo che ciascuno debba fare proprio il concetto che si possa vivere tutti sotto la tenda di Abramo, tenda simbolicamente aperta su tre lati per poter accogliere chiunque”. Mentre lo sheikh Ghassan Manasra ha sottolineato come “La via di Abramo” si proponga lo scopo di aprire un dialogo anche all’interno della religione islamica e di quella ebraica, per far capire agli ebrei che non tutto l’islam è nemico, ma lo sono solo i movimenti estremisti, e per far capire agli islamici che il discorso religioso quale appare oggi, monopolizzato com’è dai fondamentalisti, non corrisponde al messaggio autentico del Corano. In quest’ambito vengono anche promossi corsi di formazione rivolti agli imam, particolarmente importanti ai fini del recupero degli aspetti fondanti del messaggio coranico; non sempre infatti—come ha spiegato lo sheikh—c’è un rapporto corretto tra quanto viene predicato nelle moschee e quanto è contenuto nel Corano: nella loro predicazione gli imam fanno spesso prevalere posizioni oltranziste che risalgono a interpretazioni medievali del Corano, agevolando in tal modo la deriva fondamentalista.

Tante sono le iniziative di cui i componenti del gruppo hanno poi parlato. La scelta del dialogo, infatti, si concretizza per ciascuno di loro in progetti, attività, interventi nel sociale che vengono rivolti soprattutto a bambini e ragazzi perché nelle loro mani è il futuro di quella terra. “La voce della pace”, una stazione radio israelo-palestinese, e “Attraversare le frontiere”, giornale bimestrale scritto da studenti giordani israeliani e palestinesi, sono—per citarne alcuni—tra i progetti promossi dal Centro per la pace Givat Aviva, qui rappresentato dal direttore Mossi Raz, per facilitare la conoscenza e il dialogo tra israeliani e palestinesi.

La coscienza chiara di una storia del Medio Oriente che è storia di tutti e di ciascuno ha segnato fortemente questo incontro e non solo nel senso di una responsabilità collettiva—a cui si sono richiamati gli ospiti ricordando quanto sia importante il ruolo della comunità internazionale nella soluzione del conflitto—ma anche nel senso che in un mondo globalizzato e interdipendente ciò che accade in una sua parte coinvolge necessariamente le altre parti e rende tutti attori di un medesimo comune destino. Lapidarie ed efficaci, a questo proposito, le parole rivolte al pubblico da Mustafa a conclusione dell’incontro: “Bussate anche voi alla cisterna, perché dentro ci state anche voi”.

Giovanna Caggia

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