Bibbia che unisce e insieme divide
Le Sacre Scritture uniscono le Chiese ma, nel contempo, le dividono radicalmente, perché, su punti nodali, come il papato, diversa e perfino antitetica è l’interpretazione che esse ne danno. La «schizofrenia» vaticana. Il Sinodo dei vescovi approfondirà il tema della «gerarchia delle verità» enunciato dal Vaticano II?
Ricca è teologo valdese, professore emerito di Storia del cristianesimo presso la Facoltà valdese di teologia di Roma e professore ospite presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma.
intervista a Paolo Ricca
Professor Ricca, l’«Instrumentum laboris» del prossimo Sinodo dei vescovi afferma: «La Bibbia è oggi il maggior punto di incontro per la preghiera e il dialogo tra le Chiese e le comunità ecclesiali» ed auspica che «gli accenti diversi nell’interpretazione della stessa Parola aiutino a superare le divisioni» (n. 54). Come, e perché, la Bibbia unisce e, insieme, divide le Chiese?
È vero: la Bibbia unisce, nel senso che il suo messaggio complessivo, secondo noi riassunto nella vita e nell’opera di Gesù di Nazaret, è ciò che lega tutti i cristiani, di tutte le Chiese, di tutte le tradizioni, di tutte le generazioni. Nel contempo, divide i cristiani, perché le interpretazioni che noi diamo della stessa realtà di Gesù Cristo, del suo rapporto con il popolo ebraico, con noi, con la Chiesa e con il mondo, sono diverse nelle diverse Chiese, e talora perfino antitetiche, cioè escludentisi a vicenda.
Parlando dell’oggi, possiamo fare qualche esempio concreto della Bibbia che divide?
Gli esempi sono innumerevoli! Basti pensare alle parole di Gesù sul pane e sul vino nell’Ultima Cena, «questo è il mio corpo…»: la dottrina cattolica ufficiale le interpreta come «transustanziazione», mentre la teologia evangelica le considera, in generale, di tipo simbolico e non sostanzialistico. O ricordare la nostra divergente interpretazione del papato, cioè il senso delle parole di Gesù a Pietro nell’evangelo. Altre differenze non sono direttamente riconducibili alla Bibbia perché essa non si pone alcune questioni etiche che ci poniamo noi oggi. Così la posizione cattolica che attribuisce un grande peso alla cosiddetta «etica naturale», è qualcosa che non ritroviamo nel Protestantesimo, dove l’etica, direttamente o indirettamente, è ricondotta alla parola biblica, e non ad una ipotetica «natura» che avrebbe in sé una legge decifrabile ed univoca.
Rispetto al Concilio Vaticano II vi è qualche punto importante nel quale il dialogo ecumenico tra Chiesa cattolica e Chiese della Riforma abbia portato ad un decisivo passo in avanti?
A mia conoscenza vi è stato un solo passo avanti, su un punto decisivo, e cioè proprio sulla dottrina della giustificazione per grazia mediante la fede. Il «consenso differenziato» che, sul tema, è stato raggiunto e poi firmato il 31 ottobre 1999, ad Augusta, in Germania, tra la Chiesa cattolica romana e la Federazione luterana mondiale, rappresenta, a mio parere, un consenso sostanziale su verità fondamentali di tale dottrina. Consenso raggiunto perché ci si è ritrovati nelle affermazioni centrali della Sacra Scrittura, e soprattutto dell’apostolo Paolo, sul tema. Il meglio che possa accadere è proprio quando la Bibbia, l’evidenza del suo messaggio, ed il suo ascolto condiviso, vince sulle varie tradizioni ecclesiastiche sorte lungo i secoli.
Purtroppo però si deve aggiungere che quell’accordo, felicemente raggiunto, non è stato poi operante, non si è tradotto in nessuna modifica concreta dei rapporti tra le due Chiese, in nessuna conseguenza ecclesiologica. Mi domando, allora: è stato un vero accordo? Infatti, almeno dal punto di vista della teologia evangelica, se uno si accorda, sostanzialmente, sulla dottrina della giustificazione per fede, si accorda sul cuore del messaggio cristiano; dunque, dovrebbe essere la base di una vera comunione. Invece tale comunione non è stata espressa in nessun modo, tanto meno nella maniera più prevedibile, ovvia e dovuta, cioè almeno l’ospitalità eucaristica [la possibilità per i cattolici di partecipare alla Santa Cena e comunicarsi, e degli evangelici di partecipare alla messa e comunicarsi in essa]. Ancora più incredibile è che, dopo il grande evento del 1999, l’anno scorso un documento vaticano abbia ribadito che quelle delle Riforma «non sono Chiese in senso proprio» [vedi Confronti 10/2007]. Mi pare che vi sia una schizofrenia ai vertici della Chiesa cattolica: da una parte si firmano documenti belli, dall’altra li si ignora come se non ci fossero mai stati. Così, per citare un’altra clamorosa contraddizione: Benedetto XVI desidera che l’Anno paolino da lui organizzato abbia una forte connotazione ecumenica soprattutto verso la Riforma, e poi in connessione con tale iniziativa concede le indulgenze plenarie. Tema, come tutti sanno, che innescò la protesta di Lutero, e che ancora ci offende.
Che significa «consenso differenziato»?
Significa che vi è accordo sul nucleo centrale della dottrina, mentre permangono diversità su punti non centrali della stessa. Una formulazione utile, nei dialoghi ecumenici: da un lato si registrano le divergenze che permangono, dall’altro i reali progressi, e dunque la comunione nell’essenziale. E questo, in fin dei conti, mi sembra riprendere la grande novità del Vaticano II sulla «gerarchia delle verità», affermata dal decreto conciliare sull’ecumenismo Unitatis redintegratio. Un’affermazione rimasta lettera morta ma, nel caso del 1999, pur senza essere espressamente nominata, mi sembra che sia stata applicata: il consenso è sull’essenza della dottrina della giustificazione, e la differenza riguarda aspetti che hanno il loro peso, ma che non sono decisivi. Insomma, proprio la «gerarchia delle verità». Mi piacerebbe che la prossima Assemblea del Sinodo dei vescovi procedesse ulteriormente su quella scia! Ma non so se sarà così.
(intervista raccolta da Luigi Sandri)
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