Attenti al «fattore P»
La ricerca «Italiani tra religiosità e scelte etiche» svolta dall’Eurisko per conto della Chiesa evangelica valdese mette in evidenza alcuni seri problemi metodologici ed importanti osservazioni di contenuto.
Cominciamo dai problemi metodologici, di solito trascurati rispetto a quelli di contenuto, ma come vedremo assai rilevanti: il primo e principale dei quali è la costante sottovalutazione del pluralismo religioso che emerge dalle ricerche di settore, per una serie di motivi. Il primo è in fondo banale ma sorprendentemente ancora non preso in considerazione. Nella quasi totalità delle ricerche infatti, inclusa questa, l’analisi viene svolta su un campione della popolazione adulta italiana. Questo semplice dato esclude a priori quella componente straniera, anche stabilmente residente da molti anni, che rappresenta larga parte della pluralizzazione del «paesaggio religioso» (e a fortiori etico) italiano degli anni recenti: una pluralizzazione che è prodotta meno da autoctoni (le componenti protestanti «storiche», come i valdesi, la presenza ebraica, il fenomeno delle conversioni nel mondo pentecostale e tra i Testimoni di Geova) che da stranieri. Si pensi ai musulmani, agli ortodossi, ai buddhisti, hindu e sikh, ma anche a parte dello stesso mondo protestante (pentecostali, luterani, anglicani, battisti, ed altri, che in percentuali significative non sono cittadini italiani).
Più importante risulta un altro problema. Il metodo prescelto prevede una auto-collocazione degli intervistati, che non lascia spazio alle presenze dubbie, intermittenti, o in vario modo sincretiche e di bricolage religioso, che invece si fanno sempre più strada in particolare tra gli autoctoni, e cominciano ad essere una quota rilevante di quella che potremmo chiamare la condizione religiosa ed etica postmoderna. Né appare quel mondo sempre più ampio di presenze che non è sempre facile definire in chiave «solo» religiosa, ma spesso di importanza rilevante sul piano etico, e che vanno da Scientology al mondo new age, passando per forme di frequentazione, più che di adesione, a pratiche e discipline «orientali».
In questo quadro di sottorappresentazione della pluralità religiosa reale è già quasi una notizia che «solo» l’83% del campione si definisca cattolico (altre ricerche indicano un dato più elevato di 5 punti o più). Significa che c’è già un cospicuo 17% di italiani che, pur in maggioranza battezzato cattolicamente, non si identifica con la confessione dominante. Questa non identificazione è prodotta solo in parte modesta da appartenenti a religioni diverse (1% di testimoni di Geova, 3% di generici cristiani – definizione che verosimilmente potrebbe però includere una quota significativa di cattolici che non si identificano con la loro Chiesa – e 2% di non meglio specificati «altri»), e per il resto riguarda non credenti (8%), con un 2% di persone che non si collocano da nessuna parte.
Ma veniamo ai contenuti della ricerca. La frequenza alla messa almeno una volta alla settimana riguarda il 25% dei cattolici, un dato abbastanza in linea con quelli di altre ricerche, in calo lieve ma costante man mano che viene misurato, cui si aggiunge un altro 17% che vi partecipa almeno una volta al mese. Un dato che si può considerare comunque elevato, se comparato con altri paesi europei. Chi dichiara di non andarci «mai», rifiutando qualsiasi collegamento alla religione, è in fondo solo il 5% della popolazione. Prevedibilmente, prevale tra i frequentanti la componente femminile, e la partecipazione cala man mano che si abbassa la fascia d’età.
Il 69% del campione ha una Bibbia in casa, anche se solo il 4% (il 9% dei praticanti regolari) ne ha una frequentazione quotidiana, mentre quasi un terzo la apre occasionalmente e altrettanti non la aprono mai. A voler essere pignoli, la domanda non tiene conto della possibile presenza di altri testi sacri in casa, dal Corano alle Upanishad, dai Veda ai Ching, né chiede se vengano consultati, essendo impostata su una omogeneità religiosa presunta di default.
Se è vero che i 10 comandamenti costituiscono la base dell’etica cristiana, può apparire sconfortante che solo pochi sappiano andare al di là del «non rubare», del «non uccidere» o del «non desiderare la donna d’altri»: è probabile che a un confronto comparato ci sia più gente capace di enumerare i nomi dei 7 nani rispetto ai contenuti dei 10 comandamenti. Ed è altrettanto sconfortante che solo il 40% circa dei rispondenti sia in grado di collocare in maniera corretta la breve sequenza di personaggi religiosi che è composta nell’ordine da Abramo, Mosé, Gesù e Maometto. Anche se non sapremmo se attribuire la sconfitta all’incapacità della scuola di fornire un minimo di conoscenze storiche o a quella delle agenzie religiose di trasmettere l’abc dei propri contenuti di fede, entrambe ugualmente gravi.
La frequenza alla preghiera, che per un buon 42% del campione è quotidiana, mostra il peso della componente cattolica anche nel significativo numero di coloro che, anziché a Dio (67%), si rivolgono alla Madonna (30), a Gesù (19) e ai santi (8).
Tornando all’etica, solo il 10% dichiara di seguire «molto» i precetti della propria chiesa, il 28 lo fa «abbastanza», il che significa che la maggioranza della popolazione lo fa «poco» (18) o addirittura «per niente» (42), confermando uno scollamento che data dagli anni del boom economico, è stato clamorosamente reso visibile all’epoca dei referendum su divorzio e aborto, e continua a galoppare anche oggi.
Forse è ancora più indicativo che le percentuali non siano elevatissime nemmeno nel segmento, corrispondente a un quarto del campione, dei praticanti regolari: dove il «molto» si attesta al 26%, e il poco impegnativo «abbastanza», che può avere un’estensione assai soggettiva e ampia, raggiunge solo il 36%, prima della franca ammissione di seguirli poco (16%) o addirittura per nulla: ben uno su cinque tra coloro che vanno regolarmente a Messa…
Il tasso di secolarizzazione e di distacco dalle opinioni ufficialmente diffuse all’interno della propria religione di appartenenza si misura del resto nel concreto: nel 67% che pensa che le coppie di fatto dovrebbero avere gli stessi diritti delle coppie sposate (il 58%, cioè una percentuale comunque maggioritaria, tra i praticanti regolari); nel 52% (il 40 tra i praticanti) che si dichiara «aperto» all’omosessualità (un dato che sembra tuttavia in contrasto con ricerche recenti, ad esempio sulle classi medie in Italia, e frutto di risposte ad una domanda parzialmente ambigua); in coloro che si mostrano favorevoli all’eutanasia almeno con l’autorizzazione consapevole del malato (40%, e 30% dei praticanti) o addirittura dei soli parenti (rispettivamente 32 e 25%), mentre il «mai» è mantenuto da uno zoccolo duro del 41% dei praticanti e del 21% del campione, con una differenza più significativa rispetto ad altre domande.
Se dovessimo sintetizzare drasticamente i risultati della ricerca, potremmo dire che sul piano religioso in generale, e sul piano delle scelte etiche in maniera del tutto particolare, appare sempre più evidente, anche nel nostro paese: a) una soggettivizzazione progressiva delle opinioni e, cosa più importante ancora, delle decisioni in campo morale; b) la compresenza, anche all’interno della medesima componente religiosa, di una pluralità di modi di pensiero e di approdi che sempre più viene vista come «normale» (lo mostrano in particolare le diversità di opinioni nel segmento dei praticanti regolari, in questo senso di maggiore interesse).
Perde quindi progressivamente di significato l’identificazione tra appartenenza religiosa e comportamento atteso: la pluralità, insomma (sia esterna che interna: tra religioni e all’interno delle religioni), da patologia, quale era percepita in passato, sta diventando fisiologia, non solo subìta, ma accettata senza particolari difficoltà. Non è più «clandestina», ma appare sempre più considerata lecita, legittima, e quindi praticata alla luce del sole.
Il «fattore P» (pluralizzazione) gioca dunque sia all’esterno che all’interno delle varie componenti religiose, mostrando l’accentuarsi di fenomeni di «fluidità» delle opinioni e delle stesse appartenenze, con manifestazioni sempre più visibili di quelle che potremmo chiamare forme di métissage, di creolizzazione, di sincretismo etico e religioso: che appaiono sempre più inevitabilmente diffuse, una volta assodato il principio della soggettivizzazione e dunque della libertà di giudizio e di scelta, da un lato, e il fatto della progressiva «complessificazione» e pluralizzazione della società, dall’altro.
Non solo: le forme di appartenenza «deboli» o «plurali» si diffondono, e aumenta la loro contraddittorietà intrinseca, che tuttavia – novità importante – appare sempre meno problematica agli occhi degli interessati: anche rispetto a temi e comportamenti particolarmente «dissonanti» dalle opinioni «ufficiali» veicolate dalle istituzioni religiose.
Stefano Allievi