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Afghanistan. «Una caricatura della democrazia»

intervista a Malalai Joya

Presidente della «Organization of promoting afghan women’s capabilities» e parlamentare afghana, da maggio Malalai Joya è stata illegalmente sospesa dalla carica per le sue coraggiose denunce contro i signori della guerra e della droga che siedono in parlamento.

Non ha ancora trent’anni, presiede una delle maggiori Ong afghane (Opawc, Organization of promoting afghan women’s capabilities) che garantisce istruzione e formazione a donne e bambini, è stata eletta prima nella Loya Jirga e poi, con un grande consenso, nella Wolesi Jirga, il parlamento afghano, per rappresentare la provincia di Farah. Eppure dallo scorso maggio Malalai Joya non può più svolgere il suo lavoro: è stata sospesa fino al termine della legislatura per aver detto, durante un’intervista, che il parlamento è «peggio di una stalla». In realtà la sua colpa è stata aver denunciato pubblicamente, sin dal 2003, i signori della guerra e della droga, che numerosi siedono in parlamento. I quali, anziché rappresentare il nuovo volto dell’Afghanistan, continuano a compiere gravi violazioni dei diritti umani e a rendere questa nazione uno dei posti più pericolosi del pianeta. Oltre all’impossibilità di rappresentare gli afghani che l’hanno eletta, Malalai è stata ripetutamente minacciata ed è costretta a spostarsi di continuo. L’abbiamo incontrata a Roma, a margine di un dibattito organizzato a ottobre dalla Fondazione Lelio e Lisli Basso – sezione internazionale.

Può spiegare ai nostri lettori che cosa le è successo negli ultimi mesi, e cosa si aspetta per quando ritornerà in Afghanistan?

Ho tolto la maschera ai fondamentalisti che siedono in parlamento, invece di scendere a compromessi con loro: questo loro non hanno potuto tollerarlo, mi hanno espulsa dal parlamento, l’hanno chiamata «sospensione», ma praticamente mi hanno buttata fuori fino al termine della legislatura. È stato un atto completamente illegale, contrario alla democrazia, alla libertà di espressione e alla stessa Costituzione afghana, che all’articolo 10 dice che nessun parlamentare può essere perseguito nell’esercizio delle proprie funzioni. Oltre a questo, ho ricevuto moltissime minacce, sono costretta a cambiare casa di frequente e a girare con delle guardie del corpo. Ma ora voglio tornare in parlamento, voglio continuare la mia lotta lì, e continuare a smascherare i fondamentalisti che vi siedono, perché in Afghanistan la maggior parte dei parlamentari non lavorano per rappresentare la popolazione, si tratta per l’80% di signori della guerra, criminali, trafficanti, lo ha detto anche Human rights watch. Il parlamento afghano è una caricatura della democrazia, alcuni giornalisti sono stati picchiati ripetutamente e le persone al potere si oppongono al ruolo pubblico delle donne e alla laicità. Hanno detto che io li avrei insultati, ma molte volte loro hanno insultato me in parlamento, mi hanno lanciato bottiglie di acqua e minacciato di violentarmi. E ora hanno detto che io potrei tornare in parlamento, ma solo dopo essermi scusata!

L’intervento in Afghanistan, almeno secondo chi lo ha voluto, avrebbe dovuto portare democrazia e libertà per le donne. Dopo sei anni di guerra, sulla base della sua esperienza, quanto si può dire che questi obiettivi siano stati raggiunti?

Purtroppo la situazione sta peggiorando, specialmente nelle province più povere. Per la maggior parte delle donne la fine del regime dei talebani non ha portato la liberazione. In realtà l’Afghanistan è stato attaccato con il pretesto della liberazione del paese e delle sue donne; ma oggi il problema maggiore che riguarda la popolazione è la mancanza di sicurezza, che è anche più importante della mancanza di cibo e acqua, e anche nella capitale la maggior parte delle donne va in giro con il burka perché così si sente più sicura. Solo in alcune grandi città alcune ragazze possono accedere all’istruzione e al lavoro, ma in molte province la situazione è peggiore che nel periodo talebano. Le donne vengono rapite, violentate, uccise; bambine anche di 11 anni vengono rapite e violentate dai signori della guerra. Molte ragazze vedono il suicidio come l’unica via di uscita, e il tasso di suicidi femminili non è mai stato così alto: nei primi 6 mesi del 2007 ci sono stati almeno 250 casi, come quello di una ragazza diciottenne che si è impiccata per non essere venduta a un sessantenne. Ogni 28 minuti una donna muore di parto, e l’80% dei matrimoni sono forzati. E questo succede ora, non con i talebani ma con i militanti dell’Alleanza del nord, che sono la fotocopia dei talebani, mentalmente e fisicamente. Ed è per questo che dopo sei anni l’Afghanistan, secondo un recente rapporto delle Nazioni unite ha raddoppiato la produzione di oppio. Secondo il Daily mail del 21 luglio 2007 i primi quattro più importanti attori nel business dell’oppio siedono tutti nel governo afghano, mentre la maggioranza della popolazione vive in miseria, il 60% si trova sotto la soglia della povertà, più del 40% non ha un lavoro; la maggior parte degli aiuti finiscono nelle tasche dei signori della guerra e dei trafficanti, mentre solo il 2% della popolazione ha l’elettricità. E la gente non sostiene il governo perché non ha più alcuna speranza.

Come potrebbe la comunità internazionale aiutare meglio la popolazione afghana?

Io sono qui anche per lanciare un messaggio agli italiani, che hanno le loro truppe in Afghanistan, dove alcuni hanno anche perso i loro cari. Voglio chiedere agli italiani di non seguire la politica degli Stati Uniti, che è una caricatura della democrazia e della guerra al terrorismo; devono agire con più indipendenza, sostenendo le persone e i partiti che vogliono veramente la democrazia in Afghanistan, che sono il vero futuro del paese, in modo che possano veramente rappresentare un’alternativa ai signori della guerra. Inoltre bisognerebbe esercitare, con l’Onu, una maggiore pressione su paesi come l’Iran e il Pakistan, che hanno appoggiato sia i talebani, a cui ora offrono rifugio, che l’Alleanza del nord. Ogni volta che c’è un crimine in Afghanistan dicono che i responsabili sono i talebani, ma in realtà sono quelli dell’Alleanza del nord, che sono più pericolosi ancora perché sono al potere. Fino a quando personaggi riconosciuti come criminali anche da organizzazioni per i diritti umani (il rapitore di Clementina Cantoni, Timor Shah, appartiene all’Alleanza del nord ed è ancora libero) resteranno al potere, non ci sarà alcuna speranza di liberazione per la popolazione, soprattutto per le donne. Adesso pare che il governo abbia intenzione di reintrodurre un istituto dell’epoca talebana, una sorta di dipartimento per il buon costume. Ma noi non abbiamo problemi con l’islam, la maggioranza degli afghani sono islamici, ma non abbiamo bisogno di qualcuno che ci guidi nell’islam, abbiamo bisogno di cibo, di sicurezza, e loro usano l’islam contro la gente. Ultimamente si è addirittura parlato, sia da parte del governo che degli Stati Uniti, di trattare con i talebani, di riconoscere loro un ruolo maggiore; ma se questo dovesse succedere il circolo dei signori della guerra, dei trafficanti e dei terroristi sarebbe completo.

(intervista a cura di Elisabetta Rovis)

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