60 anni di vita e 40 d’occupazione
Basha è docente di Pedagogia all’università di Betlemme.
Siamo abituati a sentir spesso parlare dello Stato d’Israele in riferimento al conflitto mediorientale, e questo approccio riduce, agli occhi dell’opinione pubblica, lo Stato israeliano a quanto ha da fare o da risolvere con la parte palestinese. La stampa purtroppo non riesce ancora ad essere con chiarezza fedele alla verità di questo conflitto che nasconde uno Stato oggi in crisi dopo 60 anni di vita e 40 d’occupazione dei Territori palestinesi.
Israele appare agli occhi del mondo come l’unico paese moderno nella regione mediorentale, con valori democratici, con libertà di parola e diritti civili universali, ma dimentica di parlare spesso di ciò che lo ostacola nella sua volontà di essere veramente genuino. Si cerca sempre di nascondere la sua impotenza nel trovare una pace duratura, di porre fine all’occupazione dei Territori e alla violenza che, per quanto se ne dica, non godono poi di un così ampio consenso all’interno della stessa società israeliana. Credo che il sessantesimo anniversario sia per tutti noi l’occasione per portare alla luce e a conoscenza dei nostri lettori un altro volto di Israele, ossia l’essere occupante.
Un’altra denominazione di Israele è quella di Stato ebraico, con chiaro contrassegno del credo religioso sul quale fu fondato. Quando invece nelle società moderne e realmente democratiche una tale denominazione appare una stonatura, che però evidenzia come le minoranze ivi presenti non godano degli stessi diritti di chi è di fede ebraica, come l’acquisto di case negli insediamenti o in determinate zone della città vecchia di Gerusalemme e tante altre parti di questa terra. È vero che questo anniversario è un momento ed un evento molto importante per i cittadini israeliani in cui si ricorda la sconfitta del nazismo, ma allo stesso tempo bisogna che il popolo di Israele si svegli e ricordi in nome della giustizia che oggi la sua esistenza e la realizzazione del suo sogno è costato a 700.000 palestinesi la deportazione dalle loro case e lo sradicamento dalla loro terra. In questa occasione il popolo palestinese ha viva la catastrofe e la distruzione di più di 400 villaggi rasi al suolo, ma ricorda anche la lotta continua per l’autodeterminazione e la voglia di creare uno Stato palestinese sovrano composto da Striscia di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme-Est.
Spero che questa faccenda venga compresa attraverso una lingua che è sicuramente universale, la lingua della cultura da cui un popolo oppresso cerca la sua salvezza da un’occupazione che dura oramai da oltre quarant’anni.
Il problema di Israele è che continua a celebrare il giorno dell’indipendenza senza considerare l’etica internazionale e l’etica nei confronti di un popolo vittima di questa festa. Ogni volta che si parla di anniversario dello Stato di Israele risuonano parole come diaspora del popolo ebraico, come Olocausto, ma oggi se di diaspora parliamo è bene associare il termine alla questione palestinese per eccellenza.
Nell’intervista a pagina 16, l’ambasciatore israeliano Gideon Meir dichiara che gli ebrei amano molto fare un esame di coscienza. Spero che veramente il governo israeliano abbia questo coraggio a favore di una pace giusta e duratura, perché se verrà mai la pace è perché Israele la vuole, questo perché esso è la parte più forte in questo conflitto.
Da quando l’organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) ha firmato l’accordo di pace con Israele, essa è automaticamente diventata responsabile di ogni mossa e cambiamento sul territorio. Vale a dire, l’Autorità nazionale palestinese è corresponsabile di ogni scelta e soluzione di questo conflitto. Chissà se oggi lo Stato israeliano coglierebbe l’occasione per far per sempre una scelta duratura e responsabile per le prossime generazioni israeliane e palestinesi. Si tratta di affrontare la realtà e porre fine nel sognare una terra promessa per un popolo in crisi, e di una terra ebraica con un popolo palestinese che continua a viverci dentro.
Spero che questa occasione importante per il nostro caro popolo ebraico possa essere un evento e un momento di crescita di fede e di umanità, e non ripetere lo stesso sbaglio fatto durante i 40 anni nel deserto, in cui non hanno creduto alla presenza di Dio al loro fianco e hanno costruito – come Dio – un vitello d’oro nella speranza che li potesse portare alla salvezza. Oggi la vera terra promessa, e dopo 40 anni di occupazione, è nel credere che la giustizia debba regnare in mezzo a questo popolo dalla cultura e tradizione meravigliose.
Oggi ci troviamo un Abu Mazen pronto a risolvere e a negoziare e a fare delle scelte dolorose con Israele, per creare appunto, accanto a questo Stato, lo Stato di Palestina. Questa è un’occasione d’oro per gli israeliani, e chissà cosa succederà dopo, specialmente se Hamas diventasse più forte e credibile! Ci sono da entrambe le parti voci estremiste che incitano alla lotta inutile, destinata alla sconfitta, ma noi vogliamo dare voce a chi possa veramente promuovere dialogo, pace e riconciliazione dopo 40 anni di lotta, di odio, di rancore e di sangue.
I leader delle chiese cristiane hanno fatto una dichiarazione sull’anniversario dei 60 anni dello Stato di Israele, nel quale hanno espresso una grande preoccupazione per la continua mancanza di giustizia nei confronti dei palestinesi per i loro minimi diritti a vivere nella loro terra natia. Le parole dei leader sono molto forti e giuste in quanto riportano verità e mettono la luce sulla realtà cosi come essa è.
Aggiungo la mia voce a tante altre che invitano Israele a far sì che questa festa del Atsamut (indipendenza) possa fare apparire di nuovo l’arcobaleno e sia per una nuova Alleanza con tutti in questa Terra santa.
Sami Basha
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