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Vogliamo la luna: la politica e la laicità

Un tema di fondo che i partiti, vecchi e nuovi, dovrebbero affrontare in vista delle elezioni del 13 e 14 aprile, e soprattutto dopo, ci sembra essere quello della laicità. È pretendere la luna chiedere all’(ex) centrosinistra, e soprattutto al Partito democratico, di rifiutare l’idea che sui temi «caldi» delle bio-tecnologie, o delle unioni di fatto (etero o omosessuali), il nuovo parlamento debba orientarsi solo da ciò che il magistero della Chiesa cattolica stabilisce come giusto e vero?

Dimmi come intendi, e come vivi, la laicità, e ti dirò chi sei. In vista delle elezioni politiche del 13-14 aprile, vorremmo attualizzare così l’antico detto della saggezza popolare (dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei). In effetti, il tema della laicità a noi sembra particolarmente importante, non solo in questa vigilia elettorale ma, soprattutto, in prospettiva: come, i partiti che si candidano a governare l’Italia, e dunque a guidare il prossimo governo, intendono la laicità?

Per ora il tema è in sordina nei dibattiti della campagna elettorale, piuttosto occupati da altri pur importanti argomenti: quali i possibili scenari del dopo-voto? E – ma con minor insistenza – quali ricette per sanare la situazione economica e aiutare soprattutto le classi più deboli? Quali idee per la lotta alla criminalità organizzata? Quali ipotesi per risolvere alla radice il problema dei rifiuti urbani e industriali, affinché non si ripeta lo scempio di Napoli? Quali prospettive per la scuola e la ricerca? Quali proposte per lavoro (e per i giovani che si affacciano al mondo del lavoro), sicurezza, migrazioni? Quali scelte in politica estera, dal contrasto israelo-palestinese all’Iraq, dall’Iran all’Afghanistan? Nodi che arriveranno subito al pettine del nuovo governo, anche perché ciascuno di essi, in vario modo, ha un costo finanziario che va dunque correlato con l’insieme della spesa pubblica.

Il vantaggio della laicità è che essa, di per sé, è a costo zero; dunque, in teoria, dovrebbe essere facilissimo farne una stella polare dell’azione del governo e del parlamento, in quanto non appesantirebbe il bilancio dello Stato. Invece così non è, perché il concetto di laicità è il punto di approdo di tutta una visione della realtà, e dei possibili rapporti tra Stato/Chiese/religioni in Italia. Un paese dove – experientia docet – è estremamente difficile (per quanto non impossibile) che i partiti politici siano rigorosi sacerdoti della laicità, tanto grande è per essi la tentazione di scegliere non in base alle esigenze di uno Stato laico, ma alla convenienza (un presunto consenso e, dunque, vantaggio elettorale presso i «moderati») che deriverebbe dal tradurre in leggi civili le indicazioni etiche della gerarchia cattolica sui temi sensibili, che oggi sono soprattutto quelli legati alle bio-tecnologie e all’aborto (e non, purtroppo, alla pace). Quale convenienza? Quella di essere ritenuti «affidabili» e «punti di riferimento sicuri» da parte dei vertici della Chiesa romana e della Conferenza episcopale italiana (Cei).

Perché rapporti Chiesa-Stato, in Italia, significa soprattutto rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica romana, maggioritaria nel paese: rapporti regolati dall’articolo 7 della Costituzione e poi dal «nuovo» Concordato del 1984 e successive applicazioni, piene di riguardi per tale Chiesa. La quale non esaurisce, né in linea di fatto né in linea di diritto (esiste, infatti, anche l’articolo 8 della Costituzione, che prevede Intese con le Confessioni diverse dalla cattolica), il concetto di Chiesa o di religione; ma è a questa Chiesa che quasi tutti – salvo preziose eccezioni – guardano; è verso la freccia indicata dal Vaticano e dalla dirigenza della Cei che troppi partiti e parlamentari – in un paese formalmente laico e democratico – si orientano per stabilire il loro sì o il loro no a leggi che toccano, appunto, temi bio-tecnologici o di etica sessuale, dalla fecondazione assistita al testamento biologico, dalle unioni di fatto (etero e omosessuali) all’eutanasia.

Il presupposto di tale anomala situazione (anomala in tutto l’Occidente, e tanto più negli United States ai quali, pure, non si sa se ignare o ciniche, guardano come al paese-guida le destre nostrane guidate dal patron di Mediaset) è che, per molti partiti italiani, e per tutti gli «atei devoti», solo la gerarchia della Chiesa cattolica romana può dare l’interpretazione vera ed autentica della «legge naturale»; solo essa – dicono – difende i «valori». Perciò, i sì e i niet che il papa e la Cei, autoproclamatisi vindici della «retta ragione», danno sui temi bio-etici, vengono automaticamente ritenuti non un punto di vista etico, ma l’etica; perciò, ancora, si ritiene che l’assenso o il dissenso delle gerarchie ecclesiastiche – di volta in volta, sui singoli e diversi temi – rappresenti la sola ed unica scelta «razionale» e veramente «umana». Quei laici che così non pensino, i credenti di altre religioni che non accettino questa visione e, peggio, quei cattolici che così non concordino vanno contrastati: tale l’opinione di molti partiti e di molti aspiranti parlamentari teo-dem, teo-con, o semplicemente codini ed opportunisti.

Ci rendiamo ben conto di chiedere la luna, domandando a tutti, senza eccezione, di respingere queste tesi. Infatti le ipotesi o proposte di legge sui Pacs (Patto civile di solidarietà), sui Dico (Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi), sui Cus (Contratti di unione solidale) sono via via naufragate, stante il governo Prodi, perché Cei e Vaticano non le volevano, e perché tali niet sono stati fatti propri dalla gran maggioranza dei parlamentari, e non solo di destra. E, tuttavia, insistiamo nel chiedere la luna, in Italia, perché parliamo di normative che sono state varate in quasi tutti i paesi occidentali, seppure governati dal centrodestra. E vogliamo chiederla, questa luna, a tutti i partiti, vecchi e nuovissimi, senza distinzioni, iniziando ovviamente dall’ex centrosinistra, a cominciare dal Pd, ed auspicando che mantengano saldamente la loro laicità gli altri partiti di quel cartello (Udeur esclusa!), o i nuovi che nasceranno dalle loro confluenze.

Ci si critica, a volte, che volendo noi la luna, siamo fuori della realtà: il Vaticano è potente e, ci ricordano, la Cei è ancora dominata dal governo-ombra del cardinale Camillo Ruini, al quale Casini telefona per sapere se gli convenga, o no, puntellare il leader del centrodestra. Dunque, insistono i nostri critici, realpolitik è tener conto di tutto questo.

A tali obiezioni la nostra risposta è: un grande partito politico (il Pd, nel caso) che, in Italia, garantisca la laicità dello Stato – casa di tutti, non nido privilegiato della Chiesa romana – guadagna voti, non li perde, se fa leggi che risolvono problemi reali nel campo della bio-tecnologia o delle unioni civili, anche se tali leggi non piacessero alle gerarchie ecclesiastiche. Occorre forse ricordare le vittorie nei referendum sulle leggi sul divorzio (1974) e sull’aborto (1981)? È vero, si è perso il referendum del 2005 sulla fecondazione assistita, ma lo si è perso per mancanza di chiarezza, e di grinta, nel sostenere le proprie ragioni.

Infine, noi riteniamo che tanti guasti nei rapporti Chiesa-Stato in Italia derivino dal fatto che molti cattolici, uomini e donne, in disaccordo con l’interpretazione che della «legge naturale», e della missione della Chiesa, danno il papa ed i vescovi italiani, se ne stanno silenti. È tempo, invece, che si aprano dibattiti corali, aperti ed audaci, che mettano in evidenza le contraddizioni teologiche delle tesi ufficiali, e che rivendichino la libertà di coscienza – come cattolici, oltre che come cittadini – anche nei temi della bio-etica. Senza questo passaggio e questa maturità, non si spezzerà mai il circolo vizioso che nella Chiesa cattolica italiana impedisce un reale pluralismo, e si finisce per far coincidere «Chiesa» con «gerarchia». Il che è quanto di più lontano vi sia dall’evangelo.

Questa dolorosa tensione è, ovviamente, questione interna alla Chiesa romana, e non riguarda lo Stato. Ma averne consapevolezza forse aiuta anche i politici «laici» a capire, se ancora non l’avessero appresa, la lezione dalla storia: i cattolici possono essere tali non solo quando obbediscono alle gerarchie ecclesiastiche, ma anche quando le contestano. D’altronde, questo pluralismo benevolo è già in atto: in Vaticano non si turbano il sonno se tutti i maggiori leader del centrodestra uscente sono separati, oppure divorziati, o mariti di divorziate, eppure tutti e quattro si ritengono, mai smentiti dalle Loro Eminenze, fieri difensori della civiltà cristiana, delle radici cristiane dell’Europa, e dell’unità della famiglia (degli altri). Ma noi sosteniamo la laicità in Italia – e cioè la non imponibilità, nel paese, dei princìpi del Diritto canonico – anche per difendere il diritto di questi signori di essere quello che sono: facce di bronzo.

la redazione

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