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Voglia di votare saltaci addosso!

Non è una provocazione, né un invito al qualunquismo o all’astensione: votare resta, nonostante tutto, un diritto importante (nonché «dovere civico», come ci ricorda la Costituzione) a cui è meglio non rinunciare. Viene da chiedersi però quanto il nostro voto possa veramente contare, con un sistema elettorale come quello attuale.

Siamo ormai alla vigilia di elezioni politiche che tutti ci assicurano essere molto importanti, ma la sensazione diffusa in gran parte degli elettori è che il loro voto inciderà pochissimo sui risultati. Innanzitutto perché questa legge elettorale, come tutti lamentano (compresi, curiosamente, molti di quelli che l’hanno votata), non permette all’elettore di scegliere veramente il candidato preferito. Come è noto, si vota su liste bloccate, con i nomi decisi dai vertici dei partiti in un ordine prestabilito. Si sa già, cioè, che alcuni candidati saranno sicuramente eletti e altri inesorabilmente esclusi, indipendentemente dai voti che prenderà la lista a cui appartengono. Insomma, 945 parlamentari in gran parte «nominati» da pochi leader, che naturalmente hanno interesse a far eleggere persone di loro fiducia, deputati e senatori che non gli creino mai problemi. In tutte le liste abbondano infatti portaborse e «yes man», mentre le persone «scomode», quelle che vogliono esercitare il proprio senso critico prima di decidere cosa votare, difficilmente vengono candidate. Se le Camere non servono più a niente, se i parlamentari non devono più parlare né pensare troppo (perché il processo di leaderizzazione della politica prevede che in ogni partito la linea sia solo quella dettata dal capo), allora tanto vale eleggere un parlamento bonsai di una decina di leader e attribuire a ciascuno di loro un certo numero di «millesimi» (come in un condominio), in proporzione ai voti ricevuti: i leader alzano la mano e ciascuno dei loro voti conta – poniamo – il 7, il 12 o il 34%, in base appunto ai consensi ottenuti alle elezioni. Si eviterebbero così inutili spese e perdite di tempo, ma soprattutto sarebbe molto meno ipocrita.

Nel mondo anglosassone – dove i partiti sono due o al massimo tre e i leader contano moltissimo – la personalizzazione della politica è però anche «orizzontale», nel senso che i parlamentari hanno un rapporto preferenziale con gli elettori del collegio uninominale dove vengono eletti. Un leader di partito ci pensa due volte prima di decidere di non ricandidare un deputato che magari non sia perfettamente allineato ma abbia un grande consenso nel territorio del suo collegio. In Italia, invece, abbiamo preso solo gli aspetti peggiori della personalizzazione, senza almeno prendere quelli positivi. Così come, con la legge elettorale attuale, siamo riusciti a prendere il peggio del sistema proporzionale e contemporaneamente il peggio di quello maggioritario. Il premio di maggioranza della Camera (54% dei seggi a chi prende un voto in più degli altri, addirittura anche solo con il 20%) opera una forzatura che spinge molti elettori, anche se non sono convinti, a votare per uno dei due partiti o coalizioni maggiori.

I due principali leader, con la complicità dei grandi mezzi di comunicazione, sono riusciti a far passare l’idea che si tratti quasi di elezioni presidenziali all’americana, a turno unico, in cui la logica del «voto utile» prevede che o si vota per uno dei due candidati principali o il voto viene di fatto disperso. Ma in realtà l’unico voto disperso è quello dato a liste che poi alla Camera non riescono a raggiungere la soglia di sbarramento del 4% (se sono collegate ad una coalizione che supera il 10%, è sufficiente il 2% o anche meno), perché in quel caso non eleggeranno neanche un deputato. Il voto dato ai partiti che superano quella soglia, invece, contribuisce comunque a far eleggere un certo numero di deputati di quel partito. Anche qui vale il discorso di prima: se la rappresentanza non ha alcun valore e conta solo la governabilità, allora tanto vale votare solo per eleggere un primo ministro, senza l’inutile complicazione del parlamento.

Mentre il premio di maggioranza della Camera consegnerà il 54% dei deputati o alla coalizione Popolo della libertà+Lega o a quella Partito democratico+Italia dei valori, con un vincitore certo, al Senato la faccenda è più complicata, perché il premio di maggioranza è assegnato su base regionale. In ogni regione, il partito o la coalizione vincente prende il 55% dei seggi; ciascuna regione fa storia a sé. Questo significa che in generale il risultato è molto meno prevedibile e, soprattutto, che una vittoria netta è difficile da ottenere, perché – per come è storicamente distribuito il voto in Italia – sarà dura per Veltroni vincere in Lombardia, Veneto o Sicilia, così come sarà improbabile una vittoria di Berlusconi in Emilia-Romagna, Umbria o Toscana.

Quindi, verosimilmente, nessuno riuscirà ad ottenere una maggioranza solida in Senato. Il centro-destra è ancora favorito per il premio di maggioranza alla Camera, ma per poter governare con tranquillità avrà bisogno anche dell’altro ramo del Parlamento, dove a meno di una clamorosa «Canossa» del leader dell’Udc Casini (ancora più clamorosa di quella di Fini, che dopo aver detto «peste e corna» di Berlusconi si è improvvisamente accucciato ai suoi piedi appena ha intravisto la possibilità di diventare un giorno il suo successore) la coalizione Pdl+Lega non dovrebbe avere i numeri per governare da sola.

Per Veltroni la partita è ancora più difficile. Avendo rifiutato qualsiasi accordo – anche solo tecnico, per evitare di regalare troppi seggi del Senato al centro-destra – con la Sinistra arcobaleno, le probabilità di ottenere la maggioranza dei senatori sono veramente scarsissime. Quindi, anche in caso di vittoria alla Camera, Veltroni non riuscirebbe comunque a governare da solo, perché la scalata del Senato si presenta praticamente impossibile. L’ipotesi di un governo di grande coalizione – giusto per varare una riforma elettorale ultra-maggioritaria, che elimini completamente dal panorama le altre forze politiche, e poi tornare a votare – appare quindi tutt’altro che inverosimile.

Adriano Gizzi

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