Urge una «politica religiosa»
La crisi della Consulta islamica, istituita dal ministro Pisanu e confermata da Amato, rivela un problema politico e giuridico serio per il governo in carica: quale rapporto con le comunità di fede diverse dalla cattolica? La strada è obbligata e passa per un intervento coraggioso della Presidenza del Consiglio nel solco delle norme costituzionali.
La religione e il governo Prodi sembrano in rotta di collisione. L’islam si profila sempre più problematico, quello italiano della scuola islamica di via Ventura non meno di quello che attende i nostri soldati in Libano. Ma non scherzano neppure le minoranze religiose, frustrate da Intese troppo a lungo congelate, e la stessa Chiesa cattolica che ha celebrato a Verona l’orgoglio della testimonianza e della partecipazione, preparandosi ad incalzare il governo sulla sua agenda simbolica (crocefissi e preghiere a scuola) e reale (dalla bioetica ai Pacs).
In tempi di crisi degli strumenti (le Intese previste dall’articolo 8 della Costituzione sono difficili da stipulare e potenzialmente innumerevoli) e dei contenuti (la laicità scotta) vale l’istinto di qualsiasi governo: stare alla larga dalla religione e tenere un profilo più basso possibile. Ed ecco l’ennesimo ritocco al progetto di legge sulla libertà religiosa, le promesse sull’approdo parlamentare delle Intese, i prefetti zelanti su uscite di sicurezza e scale antincendio, i nuovi organismi consultivi.
Le vicissitudini della Consulta per l’islam italiano sono paradigmatiche della sofferenza dell’esecutivo e dei limiti di un approccio difensivo di basso profilo nella congiuntura presente.
Ereditata dai pasticci del governo Berlusconi, la Consulta è stata tenuta in vita da un Giuliano Amato incline a fare di necessità – la propria competenza sui «culti» unita all’inerzia complessiva del governo – virtù: esaltare le proprie doti su uno dei nodi più intricati della trasformazione multiculturale della società italiana.
Complice un quadro generale sempre più teso, il ministro dell’Interno ha trovato pane per i suoi denti. Lo statuto di esperti e non di rappresentanti non ha affatto reso i membri della Consulta più indipendenti, disinteressati e maneggevoli. Al contrario, il vincolo con comunità e gruppi di riferimento è tenacissimo. Prevale un lobbying serrato che polverizza l’interlocuzione e impedisce un lavoro di gruppo sui problemi concreti. Anche la natura di organismo ministeriale (e non dell’intero governo) si trasforma in un boomerang: scelta obbligata per un Pisanu stretto dal veto di Castelli e Pera contro un’iniziativa della presidenza Berlusconi, si sperava consentisse una migliore manovrabilità e un più preciso focus sulle questioni. Si rivela invece un limite pesante ogniqualvolta – cioè sempre – altre competenze governative entrano in gioco (basta pensare alle politiche giovanili e sociali o alla dimensione internazionale).
Ma il maggiore limite resta quello intrinseco di un organismo proprio e soltanto per l’islam. Sul piano politico l’identità islamica del problema e della Consulta preposta ad affrontarlo apparentemente funziona. Rassicura le ansie dell’opinione pubblica – è proprio l’islam il problema, ma non preoccupatevi, il governo sa prendere il toro per le corna – e legittima quegli interlocutori musulmani che proprio sull’identificazione problema-islam contano per accreditarsi verso le rispettive comunità. I due interessi – quello dell’opinione pubblica e quello dei leader musulmani – confliggono però inevitabilmente quando la Consulta – proprio perché islamica – tenta di fare qualcosa sull’islam. Qualcosa che sarà inevitabilmente troppo poco per appagare un’opinione pubblica eccitata e troppo per leader religiosi sufficientemente informati per non agitare lo spettro della discriminazione. È questo il limite politico intrinseco della Consulta, come insegna la storia della Carta dei valori. Troppo eterogenea la Consulta per scriversene una da sé. Troppo esigente l’opinione pubblica per accontentarsi di qualche innocua generalità. Troppo in pericolo di credibilità i leader islamici per collaborare.
Come ha spiegato il presidente emerito della Corte costituzionale Valerio Onida, per la scuola di via Ventura la questione è anche giuridica. Se già una politica ad hoc per l’islam presenta le ambiguità e i rischi ricordati, la formalizzazione di quella politica in atti, stante il quadro costituzionale e legislativo, cade facilmente nell’illegittimità. Qui si fa tenue il confine tra la problematicità politica e l’incongruità giuridica.
La prontezza con cui Giuliano Amato ha risposto all’insidia conferma che nessuno più di lui ha presente il rischio. La via adombrata di una Carta dei valori che «dovrà riguardare tutti coloro che vogliono vivere stabilmente in Italia», coinvolgendosi nella consultazione «associazioni ed esponenti delle diverse comunità religiose ed etniche presenti in Italia» (comunicato del Ministero dell’Interno del 3 ottobre 2006), è tuttavia la conferma dell’_impasse_. Si soffoca in Consulta e per trovare aria – spazio di manovra politica e giuridica – è necessario allargare l’orizzonte.
La lezione vale in generale per un governo Prodi fin qui timido e difensivo. La congiuntura obbliga, in Italia come altrove, ad uscire allo scoperto. Meglio farlo presto e di propria iniziativa che troppo tardi perché costretti dall’Ucoii, dagli Hezbollah o dal successore di Ruini. Prodi lo ha ulteriormente sperimentato durante la sua visita in Vaticano: una politica religiosa frontale, chiara, lineare è possibile. E può addirittura essere un asso nella manica non meno delle liberalizzazioni di Bersani.
Due condizioni sono tuttavia necessarie. Anzitutto un chiaro disegno delle competenze e dell’azione complessiva del governo in cui la Presidenza del Consiglio abbia la centralità che la storia dei rapporti tra Stato e Chiese in Italia le ha ritagliato nel tempo. Centralità non soltanto tattica – per contrastare spinte ministeriali centrifughe – ma logica: perché la dimensione religiosa è per sua natura non riducibile ad alcuna specifica competenza di dicastero. La seconda condizione è che si resti saldamente nel solco della storia costituzionale del paese e dei principi dell’ordinamento, recuperando all’agenda l’eguale libertà delle confessioni religiose e il principio di eguaglianza senza distinzione di etnie e religioni. Pur a portata di mano, la legge generale sulla libertà religiosa e l’approvazione parlamentare delle Intese congelate sembrano oscurate da una questione islamica (o da una questione bioetica) che sembrano appartenere ad un altro mondo – ad un’altra storia costituzionale. Invece tutto si tiene. Inquadrata nel patrimonio di relazioni Stato-Chiesa, la stessa Consulta per l’islam non è soffocata e privata di vitalità: è al contrario liberata e protetta. Tra il ritenere la questione islamica un unicum isolato dalla storia del paese e il contestualizzarla nel quadro costituzionale vi può essere la differenza tra una politica religiosa miope e inefficace e una politica religiosa lungimirante e decisiva.
Non è inevitabile rassegnarsi ad un governo difensivo ed impacciato delle sfide religiose. L’esecutivo ha risorse e uomini per una politica religiosa d’iniziativa. Ma serve un chiaro disegno delle competenze. E una creatività alleata – non nemica – della nostra storia costituzionale.
Marco Ventura
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