Una raffica di menzogne
La popolarità sia di Bush che di Blair è in netto declino. Quanto a quella di Berlusconi era in crisi da tempo. Ognuno ha i suoi problemi, ma ce n’è almeno uno che i tre leader hanno in comune: il castello di bugie costruite intorno al conflitto in Iraq.
C’è un’onda lunga che parte da Washington, passa da Londra e giunge sino a Roma. A poco più di un anno dalla sua brillante rielezione, il presidente Bush sta vivendo il momento più basso della sua popolarità e l’immagine complessiva dell’Amministrazione è appannata da uno scandalo politico che potrebbe avere conseguenze molto gravi. Le cose non sembrano andare meglio a Tony Blair, che all’inizio di novembre ha subito dalla Camera dei Comuni la prima vera sconfitta della sua brillante carriera politica. Quanto a Berlusconi non è difficile cogliere il sentimento di stanchezza – se non di fastidio – che tanti italiani provano di fronte alle troppe promesse non mantenute, all’acrobazia che lo ha trasformato in un fanatico proporzionalista, al «one man show» con il quale promette di ribaltare le previsioni che annunciano una sconfitta della Casa delle libertà in occasione delle prossime elezioni di primavera.
I problemi dei tre leader sono molti e diversi, eppure c’è un tema che li accomuna: la fatica ad uscire onorevolmente dallo scenario iracheno.
A fine ottobre il capo dello staff del vicepresidente Cheney, Lewis Libby, è stato incriminato con un’accusa molto pesante per la quale rischia trent’anni di carcere. L’inchiesta – che oggettivamente sfiora lo stesso Cheney – potrebbe estendersi a Karl Rove, il genio strategico delle vittorie elettorali di George W. Bush, che «resta sotto inchiesta». I fatti sono ormai noti: alti funzionari della Casa Bianca avrebbero rivelato l’identità di un’agente «coperta» della Cia, Valerie Plane, per intimidire suo marito, Joseph Wilson. Ma perché mai uomini di così grande potere si sarebbero impelagati in questa spy story, propria di un romanzo di John Grisham più che di una trama politica nata attorno alla Casa Bianca? L’Iraq, semplicemente l’Iraq. Wilson è stato infatti il diplomatico americano incaricato di verificare l’attendibilità di un dossier che «svelava» un traffico di uranio tra il Niger e l’Iraq di Saddam Hussein. Il sospetto – niente di più che un sospetto o addirittura un’interessata ipotesi – era inquietante: il dittatore di Baghdad si stava preparando a costruire un’atomica con la quale avrebbe minacciato non solo i paesi dell’area del Golfo ma Israele e il mondo intero. Wilson andò in Niger, fece le sue ricerche e verificò la totale inconsistenza del dossier in questione. Saddam restava quello che era – un dittatore criminale – ma non vi erano prove che stesse procedendo alla costruzione dell’arma atomica. Un colpo durissimo per la Casa Bianca e la sua strategia preliminare alla guerra nei confronti dell’Iraq. Ed è qui che interviene Libby: l’idea è semplice e, ci pare, abbastanza meschina. Mettere a tacere Wilson «scoprendo» sua moglie e bruciandola come agente della Cia.
Oggi gli interrogativi sono inquietanti. Libby ha agito per suo conto o su mandato del suo capo, il vicepresidente Cheney? E Rove, l’uomo forte di Bush, sapeva? E se sapeva Rove, sapeva anche Bush?
La crisi della credibilità del presidente Usa cresce con l’aggiungersi di domande su domande. In ballo ci sono questioni grosse: la lealtà, la sincerità, l’autorevolezza della Casa Bianca. Degli americani si possono dire tante cose, ma non che siano indifferenti a questi temi. Mentire è per loro una colpa penale e morale.
Ha radici simili la crisi di Tony Blair. La sua sconfitta si è consumata ai primi di novembre, quando una cinquantina di deputati della sua maggioranza hanno detto di no al progetto teso ad allargare i margini di discrezionalità della polizia nella lotta al terrorismo: i capitoli essenziali del provvedimento prevedevano un ampliamento dei tempi di carcerazione preventiva, maggiore facilità nelle espulsioni, una drastica limitazione del diritto alla difesa. Misure dolorose per una democrazia ma assolutamente necessarie a sconfiggere il terrorismo, secondo il premier. Come alla vigilia della guerra in Iraq, Blair ha chiesto un voto sulla fiducia, il classico «credetemi, è necessario». Ma, questa volta, la Camera bassa gli ha detto no. Solo un regolamento di conti interno al partito laburista? Non crediamo: da mesi anche nel Regno Unito si discute del fatto che la guerra in Iraq è stata combattuta sulla base di informazioni deboli e false. Anche qui c’entra il Niger. Blair infatti aveva «venduto» alla Camera dei Comuni – presentandolo come prova schiacciante dell’imminente pericolo Saddam – un dossier che dimostrava il tentativo del regime iracheno di acquisire un ingente quantitativo di uranio. Col tempo quel dossier si è rivelato la classica patacca, un pacco di carte assemblate ad arte in Italia per dimostrare una tesi falsa. Eppure, allora, Blair lo brandì come la prova della «canna fumante» nelle mani di Saddam. È comprensibile che, memori di questa vicenda, i parlamentari della Camera bassa del Regno Unito siano molto prudenti nei confronti del loro premier.
La crisi di Berlusconi ha radici diverse e assai intricate ma oggi è evidente la sua difficoltà a muoversi sulle sabbie di Baghdad. E infatti prova ad uscirne proclamando la sua contrarietà all’intervento armato nel paese del Golfo. Ci ha provato in tutti i modi, il nostro premier, a convincere quel testone di Bush. Ma si sa, a volte gli americani sono un po’ rigidi e schematici: se serve, si mettono l’elmetto e vanno a combattere senza tante storie; e gli amici, quelli veri, si devono adeguare. Tanto più quando si prevedevano clamorosi effetti collaterali di distensione in tutta la regione.
Ma oggi è evidente che la guerra in Iraq e la fine del regime sanguinario di Saddam non hanno prodotto nessun risultato nei confronti della lotta al terrorismo di Al Qaeda né hanno favorito una distensione nell’area mediorientale. Il Libano non è più pacificato di ieri, tra israeliani e palestinesi non è scoppiata nessuna pace e l’Iran è assai più pericoloso di prima.
Il nuovo ordine regionale che avrebbe dovuto seguire la caduta di Saddam è quanto mai lontano e irrealizzato. Ed è ovvio che chi lo ha promesso, oggi, sia in grande difficoltà. Tanto più se ha mentito.
Paolo Naso
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