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Un sabato «a due piazze» per i diritti

Il 14 gennaio si sono svolte contemporaneamente, a Roma e a Milano, due grandi manifestazioni. Una a sostegno dei Patti civili di solidarietà e della laicità dello Stato, l’altra per difendere la legge 194 sull’interruzione di gravidanza.

Cinque persone erano presenti nello scorso mese di luglio alla Commissione Giustizia della Camera, dove si svolgeva un’indagine conoscitiva in materia di unioni di fatto e di Patto civile di solidarietà (Pacs), tema su cui sono all’esame ben sette proposte di legge. Per l’occasione ebbe luogo un’audizione di Stefano Rodotà, docente di Diritto civile alla Sapienza, studioso di grande prestigio internazionale. Solo cinque persone – così è registrato a verbale – ad ascoltare e discutere un’ampia e ricchissima relazione che si concludeva con due considerazioni: una, che alla luce della direttiva 38/2004 dell’Unione europea (dove si parla del coniuge, ma anche del partner) dovremmo riconoscere che la Comunità accoglie con pari dignità le diverse soluzioni; due, che le proposte di legge all’esame del Parlamento italiano non implicano alcuna parificazione tra la nozione giuridica di famiglia e matrimonio e quella di unione degli affetti, della collaborazione e del rispetto. Nel dibattito, il deputato Franco Grillini, primo firmatario di una delle proposte, radica la sua causa nella Costituzione, il cui art. 29 non sembra affatto precludere il riconoscimento di altre forme di famiglia «rispetto a quelle basate sul matrimonio», perché «laddove la Costituzione intende precludere qualcosa, lo fa esplicitamente». Sia la famiglia tradizionale che l’unione (omo o eterosessuale) sarebbero dunque basate su un patto di libero consenso, riconosciuto dallo Stato, ma avrebbero statuti e pesi diversi. C’è il matrimonio, c’è il Pacs.

Perché allora un ministro della Repubblica definisce il centro-sinistra «prigioniero di forze radicali ed estremiste»? Parole in libertà? Stile pre-elettorale?

Analogo discorso vale per il ritorno in piazza delle donne – e di tanti uomini con loro – in occasione della grande manifestazione di Milano in difesa della legge 194, in collegamento diretto con piazza Farnese a Roma, animata da interventi, striscioni, musica a sostegno dei Pacs e della laicità dello Stato.

Ogni volta che nel nostro paese ci si trovi a discutere della possibilità di offrire un quadro normativo (se possibile leggero, non invasivo) su materie complesse legate alla sessualità, alla procreazione, alla morte, invece di lavorare per porre confini a discriminazioni, accogliere differenze, rendere possibili scelte in libertà di coscienza, ogni volta si esasperano le posizioni e ci si impantana sui massimi sistemi, evocati con tempestività da esponenti della gerarchia cattolica, cui viene di fatto riconosciuta una sorta di esclusiva in etica universale. Dimenticando, tra l’altro, l’esistenza di tanti credenti cattolici e comunità di base che leggono la stessa realtà da un’ottica spesso capovolta rispetto ai vertici ecclesiastici. La Chiesa romana ha il pieno diritto di pronunciarsi su ogni questione, perfino quando fa coincidere la propria proposta etica con una visione definita naturale e perciò non sottoposta a giudizio critico. Il vero problema per il nostro paese è un altro. Problema è la sudditanza dell’intero sistema dei media. Problema è il fatto che tre responsabili istituzionali, tutti di orientamento politico democratico e di sinistra (il presidente della Regione Lazio Marrazzo, quello della Provincia di Roma Gasbarra e il sindaco di Roma Veltroni, ndr), vengono ricevuti dal papa Benedetto XVI, che chiede loro di non ostacolare «il valore e le funzioni della famiglia legittima, dando ad altri impropri riconoscimenti giuridici» ed essi non ritengono di potere o dovere esprimere un pensiero di dissenso! E dire che il Comune di Roma ha organizzato corsi per coppie che intendono sposarsi civilmente e li ha aperti a coppie di fatto, divorziati o single che desiderino ascoltare psicologi, avvocati ed altri esperti in materia di relazioni affettive e convivenze: insomma una laica «università dell’unione» avvertita da alcuni come indebita concorrenza ai corsi prematrimoniali di marca parrocchiale.

La costruzione di una società libera e aperta, solidale e democratica non tollera sudditanze. Non può. Riusciamo ad esercitare il diritto di cittadinanza attiva, solo se la partecipazione «regge» il conflitto e nel libero dibattito ogni voce, fede, cultura può portare un contributo, una sensibilità che non sarà soffocata; perché appunto ogni voce è tutelata dallo Stato laico che crea e garantisce spazi di relazione tra uguali e diversi. E quando legifera, questo Stato, ascolta e consulta le diverse espressioni della società civile, ma ha un unico testo fondante, la Costituzione repubblicana, in cui trovare aperture o paletti.

Il panorama politico attuale sembra lontano da questo schema e da una autentica cultura dei diritti (e dei doveri). Si pensi alla retorica sulla famiglia, così gravemente minacciata da peccaminosi omosessuali che vorrebbero vivere insieme con qualche garanzia e sicurezza. Possibile che chi ha tanto a cuore l’unità della famiglia e la prole numerosa non alza la voce contro la precarietà del lavoro, i contratti a termine, gli impliciti ricatti di diritti non certi?

Poi c’è la ripresa della campagna contro le donne che abortiscono (in numero molto ridotto rispetto al passato, ma questo non interessa, evidentemente). Si tratta oggi in alta percentuale di donne immigrate, che lavorano spesso «in nero» a rischio di licenziamento per molto meno di una gravidanza; si tratta anche di donne già madri e di ragazze vittime di stupri. Il ministro della Sanità parla di «piccoli omicidi» e accusa la legge vigente, a suo tempo voluta e difesa da larga parte della popolazione femminile, grazie al riconoscimento dell’autodeterminazione della donna, elemento per altro scatenante ire e scomuniche. «Piccoli omicidi». In fondo, è vero: nel desiderio represso, nel rancore, nella solitudine, il figlio c’è, anche se ancora informe. Le donne lo sanno. Per questo l’aborto è un dramma, una sconfitta, un corpo lacerato dalla potenzialità di vita e dalla realtà di morte contemporanee, dentro. Una vita possibile contro una vita adulta: di questo le donne sanno. Gli uomini, se possibile, riflettano su quante relazioni violente e abbandoni siano causa di decisioni abortive. Intanto è ripartito un movimento di pressione per il potenziamento dei consultori, con operatori e operatrici competenti, sedi accoglienti e, speriamo, nessun volontario addetto a salvarci l’anima.

Franca Long

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