Ue: buone domande e cattive risposte
Il referendum francese sulla Costituzione europea ha aperto la strada a una crisi da cui l’Unione europea potrebbe uscire con grandi difficoltà. Colpa delle scelte di un elettorato e di una sinistra drammaticamente miopi. Ma colpa anche di un progetto diventato impopolare. Di cui qualcuno sta già approfittando…
Hanno sbagliato bersaglio. I francesi che hanno bocciato la Costituzione europea al referendum di ratifica che si è tenuto lo scorso 29 maggio (54,87% di «no», 45,13% di «sì») volevano più Europa e hanno colpito l’unico strumento disponibile per ottenerla. Lo testimonia un sondaggio d’opinione realizzato lo stesso 29 maggio dall’istituto Ipsos, secondo cui il 72% dei francesi è andato alle urne «favorevole al perseguimento della costruzione europea». Seguito due giorni dopo da un altro schiaffo europeo, quello del referendum olandese (62,5% di «no» e 27,5% di «sì»), poi confermato dalla decisione del governo britannico di congelare il referendum nel Regno Unito e del Consiglio europeo che, il 16 e 17 giugno, ha sancito una «pausa di riflessione» nel processo delle ratifiche, il risultato francese ha tutta l’aria di essere stato lo smottamento che ha provocato la valanga che rischia di travolgere il processo di integrazione europea. Proprio ora. Ora che gli europei assaggiano i frutti più amari della globalizzazione. Ora che le t-shirt e i calzini cinesi invadono i negozi di tutto il mondo e fanno chiudere i battenti a tante imprese tessili europee, nonché a tante fabbriche dei paesi in via di sviluppo le cui economie dipendono prevalentemente dalle esportazioni in Europa. Ora che i paesi europei avrebbero bisogno di serrare i ranghi per avere maggior peso specifico in un mercato mondiale sempre più sregolato e tempestoso. Ora che anche l’unilaterale presidente degli Stati Uniti George W. Bush riconosce per la prima volta l’esistenza dell’Unione europea e si reca in visita – la prima del secondo mandato – non a Londra, Parigi o Berlino, ma a Bruxelles. Ora che le cancellerie europee parlano all’unisono e riescono a ridurre a più miti consigli le ambizioni nucleari dell’Iran, dimostrando di saper influenzare un ordine mondiale sempre più disordinato. Ora che l’economia del Vecchio continente langue, che bisognerebbe completare l’opera iniziata con la creazione dell’euro e decidere di comune accordo anche le politiche di bilancio. Ora che si dovrebbero affrontare di conserva i problemi strutturali che affliggono tutti i paesi Ue, dall’invecchiamento della popolazione alla disoccupazione. Ora che gli europei si sentono così fragili ed esposti alle ondate globali – ebbene, proprio ora hanno alzato un muro all’integrazione continentale – l’unica in grado di proteggerli – e hanno restituito la parola ai piccoli, striminziti governi nazionali. La domanda, legittima, di protezione si è avvitata su se stessa e ha centrato la risposta sbagliata. È un paradosso. Miope, drammatico, stupido.
Tanto più stupido perché il rifiuto del trattato costituzionale Ue è allignato tra le fila della sinistra, che della difesa dei deboli dovrebbe fare la sua bandiera. La sinistra d’Oltralpe, tradizionalmente missionaria, non ha capito l’ampio respiro del progetto europeo ed ha emesso un «no» sfiatato. Una visione provinciale e ombelicale, senz’altro. Eppure la storia del referendum francese è anche un’altra. A votare contro la Costituzione Ue non è stata un’élite radical chic incurante dei problemi reali. Hanno votato «no» operai (79%), agricoltori (70%) e impiegati (67%). Il principale motivo del loro rifiuto è stato non un rigurgito nazionalista, ma la preoccupazione per la disoccupazione che vivono sulla pelle. A votare «sì» sono stati liberi professionisti e manager (65%). Il dato non può lasciare indifferenti. L’Europa – va detto – non è popolare.
Troppo facile, allora, scaricare tutta la colpa del voto francese sulle spalle di chi ha votato. Bisogna allargare lo sguardo e rendersi conto che il malessere europeo non nasce nelle pieghe profonde del dipartimento di Pas-de-Calais (69,50% di «no»), ma ha motivazioni molto più complesse. In un recente saggio (La democratie-monde. Pour une autre gouvernance globale, edizioni Seuil), il neodirettore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), Pascal Lamy, offre una chiave di lettura. Socialista, europeista convinto, commissario Ue al Commercio nella squadra di Romano Prodi, Lamy afferma che «oggi i segni di uno sfasamento tra le aspettative degli europei e ciò che l’Unione europea fa sono sempre più evidenti. Ad esempio, gli europei sono a stragrande maggioranza in favore di un’integrazione più spinta in materia di politica estera e di difesa, ma i governi manifestano sempre altrettanta reticenza a condividere la loro sovranità in questo campo». La conseguenza è semplice: «Meno dibattiti e più piccoli passi; meno grandi ambizioni politiche e più norme tecniche; meno autonomia d’azione e più procedure. La “gouvernance”, che riposa essenzialmente sulle regole, ha preso il sopravvento sul “governo” che riposa su scelte discrezionali», sostiene l’ex commissario europeo.
Se la sinistra non si fa carico di ribaltare questa situazione, lascia il campo libero a chi vuole che l’integrazione europea venga schiantata dalle piccole patrie che ancora ribollono nel Vecchio continente.
«Lo spazio europeo oggi è uno spazio senza incantesimo democratico», scrive Lamy: «La macchina è lì, ma non è animata». In giro per l’Europa e per l’Italia c’è chi è pronto a riempire questo vuoto chiedendo che l’Europa esponga la sua anima e le sue radici cristiane. C’è chi è pronto ad imbastire una campagna elettorale nazionale prendendo in ostaggio l’Europa. Hanno già cominciato. La Lega «ha dato il la», con il ministro Roberto Maroni che ha chiesto di abbandonare l’euro e tornare alla lira e con Umberto Bossi che, dai prati di Pontida, ha tuonato «contro questa Europa, che voleva legalizzare la pedofilia». I contorni dell’offensiva si sono chiariti quando la maggioranza ha attaccato il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi (padre nobile dell’euro) e, soprattutto, il leader dell’opposizione, «l’eurocrate» Romano Prodi. Nei giorni in cui la Commissione europea ha aperto contro l’Italia la procedura di infrazione per deficit eccessivo, poi, il quadro si è chiarito del tutto. «A Bruxelles c’è troppa burocrazia», va ripetendo con insistenza il premier Silvio Berlusconi. Capace di usare il «no» francese come un piede di porco con cui smantellare le istituzioni Ue. Capace di prendere a pretesto la panne europea per sottrarsi agli obblighi di una gestione sana delle finanze pubbliche. Capace di puntare il dito contro l’Europa dei banchieri e delle regole e, intanto, colpire duro il progetto europeo e la credibilità internazionale dell’Italia.
Iacopo Scaramuzzi
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