«Sulle frontiere della pace più difficile». Il seminario itinerante di Confronti
Il seminario in Israele e Territori palestinesi (24 giugno-5 luglio) è rivolto a tutti coloro che vogliono approfondire la situazione geo-politica di una terra contesa e la sua storia culturale e religiosa. Si attraverseranno le frontiere di due società per comprendere le cause del conflitto ma anche per ascoltare la voce di coloro che lavorano – su diversi piani – per gettare nuove basi per il dialogo e la pace.
L’approfondimento geo-politico e socio-religioso verrà curato dal giornalista Luigi Sandri (già corrispondente dell’Ansa in Israele), mentre lo staff di Confronti si occuperà dei contatti con le organizzazioni locali, nonché degli aspetti logistici e organizzativi. Il seminario consisterà in visite a luoghi e incontri con esponenti della vita religiosa, politica e culturale, israeliani e palestinesi.
Le iscrizioni sono aperte fino al 26 aprile 2012 (FINO A ESAURIMENTO POSTI)
È necessario essere in possesso di un passaporto con scadenza non inferiore ai sei mesi prima dell’inizio del viaggio.
Per informazioni sulle modalità di iscrizione rivolgersi a:
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Costruire l’Europa per salvare l’Italia
Dopo il diciottennio berlusconiano, l’Italia si trova sommersa dalle macerie: una classe politica screditata, travolta dagli scandali e incapace di indicare vie d’uscita dalla crisi economica e di idee. Di classi dirigenti in grado di farci uscire da questo temporaneo «commissariamento» della politica non c’è traccia e la vecchia classe politica fa di tutto per tentare di auto-conservarsi, alimentando così il qualunquismo dilagante e la cosiddetta «antipolitica».
I partiti godono in Italia di un gradimento popolare attorno al 4 per cento: i partiti attualmente esistenti, oppure le necessarie articolazioni di una democrazia plurale? Non è affatto chiaro. Comici popolari e «di sinistra», senza trascorsi da «estremisti», ottengono grandi consensi sostenendo che si potrebbe tagliare un migliaio di seggi di parlamentari: l’intero Parlamento. Per sostituirlo con che cosa? La «pars destruens» è sempre più facile, popolare, condivisa. Di «pars construens» non c’è ombra, a parte il vagheggiamento di un impossibile ritorno alle apparenti certezze del Novecento, dimenticando che allora si viveva all’ombra dell’equilibrio del terrore.
In Italia, il meritato discredito che sommerge buona parte della classe politica dopo il diciottennio di fango del berlusconismo lascia dietro di sé solo macerie. Il discredito si alimenta delle ruberie e delle malversazioni note e di quelle avvertite come verosimili per i mille indizi che ogni cittadino coglie nei suoi rapporti con le pubbliche amministrazioni, per le notizie che apprende, per il tono complessivo della vita civile. Ma il discredito coinvolge anche le residue forze democratiche, ancora presenti in qualche piega dell’establishment politico o nelle riserve di cui ancora potrebbe disporre la società civile.
La crisi economica si avvita con una non meno grave crisi di idee, di punti di riferimento, di indicazioni di razionali vie d’uscita. Stiamo attraversando una di quelle fasi della storia in cui nessuno è davvero in grado di capire in che direzione si stia andando, che cosa siamo destinati a diventare. Emergono, con ineluttabile chiarezza, solo i bisogni. Che restano insoddisfatti non solo per effetto del malgoverno, ma anche perché, quali che ne siano state le responsabilità, la crisi sta esaurendo le risorse, anche al netto delle iniquità e delle ruberie degli anni e dei decenni passati.
Raramente le crisi economiche sono buone consigliere. Sarebbero necessarie proposte alternative forti, riconoscibili, radicate nelle tradizioni democratiche del costituzionalismo europeo e nelle dure lezioni della storia del Novecento. E sarebbero necessarie classi dirigenti consapevoli delle proprie responsabilità. In Italia più che altrove, e nonostante il temporaneo «commissariamento» in extremis di una politica votata alla distruzione e all’autodistruzione, non si vedono all’orizzonte progetti, proposte e classi dirigenti del genere. Anzi, le proposte di riforma «bipartisan», di cui Pdl e Pd stanno discutendo, sembrano avere il solo scopo di annientare preventivamente ogni concorrenza anche futura, per preservare quel che resta di una gestione parassitaria del potere. Non ci sarebbe molto da stupirsi, in queste condizioni, a veder ricomparire qualche nuovo ciarlatano carismatico capace di essere venduto dalla pubblicità elettorale come la soluzione miracolistica di problemi ormai troppo complessi anche per la parte meno culturalmente svantaggiata dell’elettorato.
Ma l’Italia non è che un caso limite – assieme forse all’Ungheria, ma con l’aggravante di una lunga consuetudine di governo democratico alle spalle, che evidentemente ha insegnato poco – di tendenze e tentazioni comuni a tutta l’Europa. Tempo fa un ministro brasiliano, a Roma per un incontro della Fao, ha detto, rivolto a noi europei, che dovremo rassegnarci a non godere più di un welfare diverso da quello del resto del mondo. Senza una presa di coscienza dell’entità della sfida, è appunto questo il nostro destino: farci dettare il modello sociale dal resto del mondo.
Per poter tornare a decidere del proprio futuro – pur con tutti i limiti dettati da un’interdipendenza globale che resta comunque la migliore difesa contro il ritorno all’equilibrio del terrore – gli europei devono tornare a ragionare, e non per slogan; a confrontarsi con problemi la cui scala è troppo grande per poterli affrontare con gli attuali ridicoli macinini statali e i loro patetici rappresentanti. Dovrebbero dotarsi per prima cosa di una macchina istituzionale adeguata, facendo di un’Europa federale il soggetto politico capace di far valere la loro voce nel mondo globale. Dovrebbero sforzarsi di salvaguardare il loro modello sociale adeguandolo alle sfide di un presente in cui l’Europa e l’Occidente hanno irreversibilmente cessato di essere i padroni del mondo.
Per ora le classi politiche e gli apparati statali non vogliono mollare l’osso, e gli elettori, inconsapevolmente complici, sembrano pateticamente convinti di poter trovare una migliore protezione nel piccolo nido territoriale che è loro familiare, sbattuto dai venti del mondo globale.
Da quali soggetti sociali potrebbe arrivare il risveglio da un sonno così pericoloso? La storia ha sempre più fantasia di chi pensa di poterla prevedere, ma al momento il cammino verso la ricostruzione sembra lontano, le richieste di riaprire i cantieri di un’Europa costituzionale e democratica sono ancora nettamente minoritarie. Ma è la sola alternativa allo spossessamento di ogni capacità di autodeterminazione degli europei.
Felice Mill Colorni
Anche con la Siria due pesi e due misure
I mezzi di informazione occidentali e filo occidentali descrivono la Siria come un regime sanguinario che sta massacrando un popolo pacifico. Ma la realtà è ben più complessa e gli interessi geopolitici in gioco non vengono quasi mai analizzati e spiegati. Bisognerebbe chiedersi perché, nell’affrontare le rivolte arabe, si puntano i riflettori solo su alcune realtà mentre se ne trascurano completamente altre, quali ad esempio il Bahrein, lo Yemen, la Giordania e il Marocco.
Da quando è scoppiata la drammatica crisi in Siria, con i primi focolai di rivolta a Daraa il 15 marzo 2011, giornali e televisioni di mezzo mondo sono pieni di notizie e analisi geopolitiche su Bashar al-Assad e il suo regime.
Persino durante la guerra mediatica che aveva accompagnato l’invasione della Libia da parte della Nato, la crisi siriana è sempre stata ampiamente seguita dai grandi media occidentali che, con un eccesso di zelo, «informavano» minuto per minuto l’opinione pubblica internazionale su quello che stava accadendo. E quasi tutte le «informazioni» provenienti dai media «mainstream» riguardo alla Siria ad oggi hanno come denominatore comune: «Regime sanguinario che sta schiacciando con i carri armati un popolo che manifesta pacificamente». Un mantra simile a quello ripetuto nei confronti del regime libico fino alla morte atroce di Gheddafi.
Nel frattempo gli stessi media da più di un anno tacciono, o riportano notizie flash – forse per mancanza di spazio! – su quello che sta accadendo in Paesi come lo Yemen o il Bahrein. Nello stesso 15 marzo 2011, i carri armati sauditi hanno invaso il Bahrein per aiutare il regime di Al-Khalifa a soffocare nel sangue le manifestazioni pacifiche a Manama. Diversamente da quanto accaduto per la Siria, questa notizia era passata quasi inosservata. Eppure il problema per il popolo siriano (e quello libico) è lo stesso di quello bahreini (e yemenita, giordano, marocchino…): l’assenza della democrazia e dei diritti umani.
Perché allora, nell’affrontare le rivolte arabe, per i grandi media occidentali e filo occidentali prevale la logica dei due pesi e due misure? Se in nome della democrazia e dei diritti umani la rivolta in Siria viene iper-mediatizzata, perché la rivolta per la stessa ragione nel Bahrein viene ignorata?
Anche se lo fanno sembrare, i media «mainstream» non hanno come preoccupazione principale la difesa dei diritti umani e della democrazia, bensì sono uno strumento di propaganda in mano alle grandi potenze mondiali e vengono utilizzati a seconda del contesto per difendere e ampliare i propri interessi geopolitici ed economici. Nel Bahrein, nello Yemen, nella Giordania e nel Marocco, i loro interessi sono già ben tutelati dai regimi che «governano» questi Paesi. Perché quindi accendere i riflettori dell’informazione sulle rivolte popolari contro i regimi allineati?
La Siria fino ad oggi – come era anche la Libia fino a poco fa – non fa parte di questa categoria di Paesi. È sempre stata una spina nel fianco per le potenze occidentali; ed è da anni nel mirino della macchina da guerra Usa/Nato che sta da anni cercando di far cadere il regime di al-Assad per sostituirlo con uno simile a quello bahreini o giordano. Ecco il motivo per cui i grandi media sono così accaniti sulla crisi siriana. Le potenze atlantiste usano tali media per demonizzare il regime, per poter poi giustificare davanti all’opinione pubblica e alla comunità internazionale (da non confondere con i Paesi Nato!) l’uso di qualsiasi tipo di strumento teso a rovesciare il regime nemico: sanzioni economiche e finanziarie; azioni militari anche non convenzionali, in netta violazione del diritto e dei trattati internazionali, come la creazione e il sostegno logistico ed economico di milizie armate anti-governative; e persino il ricorso al servizio dei professionisti del terrorismo internazionale.
Nel caso siriano tutti questi strumenti sono operativi. Le sanzioni economiche sono in vigore da tanti mesi con lo scopo di portare alla povertà estrema non al-Assad, ma la gran parte della popolazione, sperando che quest’ultima, stremata, si rivolti veramente contro il regime (il quale ancora oggi gode del sostegno della maggioranza dei siriani). Affamare un intero popolo per scopi geopolitici: sarebbe questa la difesa dei diritti umani in Siria?
L’esistenza di una milizia armata – composta da uno sparuto numero di militari disertori e da centinaia se non migliaia di ribelli e mercenari provenienti da altri Paesi, arabi e non – è un dato di fatto. Porta il nome di Esercito siriano libero (Esl) e ha come base operativa la Turchia (Paese Nato), che ospita anche il Consiglio nazionale siriano (Cns), creato dai governi occidentali ma che non sembra dare i risultati auspicati (tipo quelli raggiunti dal Cnt libico). Il Cns è controllato dai Fratelli musulmani ed è molto litigioso al suo interno, non gode di nessuna stima né dal parte del popolo siriano né da quella dell’opposizione interna, perché chiede l’intervento militare Nato in Siria. Inoltre il Cns non va tanto d’accordo con l’Esl.
Quanto al ricorso ai professionisti del terrorismo internazionale, i diversi attentati mortali a Damasco e ad Aleppo – le due più grandi città della Siria le cui popolazioni sono in maggioranza pro al-Assad – dimostrano che al Qaeda è ormai scesa in campo e il suo capo al-Zawahiri ha già emesso la sua fatwa contro il regime siriano. Ora Usa e al Qaeda combattono fianco a fianco, come ai vecchi tempi quando il nemico comune era l’Urss. Al riguardo, è utile ricordare che Abdelhakim Belhaj, ex mujahidin membro di al Qaeda, promosso dalla Nato come capo del Consiglio militare di Tripoli, oggi assieme ai suoi uomini collabora attivamente con l’Esl.
Alla fatwa di al-Zawahiri si è aggiunta quella del famoso teologo fondamentalista al-Qaradawi («capo spirituale» del Qatar), il quale ha decretato che uccidere al-Assad – e tutti coloro che lo sostengono, compresi gli alawiti e i cristiani – è «halal»...
Oggi, chi tenta di analizzare la crisi in Siria in maniera diversa da quella che le potenze occidentali presentano all’opinione pubblica internazionale attraverso i loro potenti mezzi di (dis)informazione, viene considerato un sostenitore della «teoria del complotto» contro la Siria o, nel peggiore dei casi, un difensore del regime siriano. Questa accusa, ahimé, oggi è sostenuta anche da una parte non indifferente di donne e uomini nell’ambiente pacifista progressista italiano, che, di fronte al tentativo Usa/Nato di smembrare un Paese intero, stentano a vedere le cose come stanno, ovvero che in Siria non sono in gioco la democrazia e i diritti umani – che pure mancano – ma la sovranità e l’indipendenza politica, sociale, culturale ed economica di un popolo e della sua nazione. Ricordiamo ciò che è accaduto in Iraq e quello che è successo di recente in Libia: forse ciò ci potrebbe rendere più razionali e meno emotivi per meglio interagire con la grave crisi in Siria!
Mostafa El Ayoubi
Marconi a colori. Prima festa della cultura dell’integrazione
dal 27 marzo al 1 aprile nel quartiere Marconi (Roma)
L’Associazione «Amici di Pontediferro», che da anni opera nel quartiere romano Marconi nel campo della cultura, dello sport e dell’impegno sociale, presenta – in collaborazione con «Multimedia 3000» – Marconi a colori, una settimana di incontri culturali, ludico/ricreativi sul tema dell’accoglienza e integrazione, del valore delle diversità e della contaminazione culturale. L’iniziativa, patrocinata dalla Provincia di Roma e dal Municipio Roma XV, vuole essere un proficuo scambio di idee e proposte, oltre che un momento di Festa, da concretizzarsi attraverso varie forme di espressioni artistiche (cinema, musica, letteratura), di attività sportive e di socializzazione, in modo da favorire la creazione di una nuova coesione che faccia delle differenze un’opportunità di sviluppo degli individui.
L’idea nasce dall’esigenza di favorire il clima di equilibrio e coesione sociale e civile tra residenti italiani e le varie componenti culturali, espressioni di differenti e plurali nazionalità d’origine, che ormai da anni sono presenti nel quartiere Marconi. Sono molte, infatti, le comunità di immigrati che vi risiedono stabilmente e ne sono a tutti gli effetti protagoniste della vita quotidiana, che fruiscono di servizi destinati alla collettività e svolgono, esse stesse, attività produttive.
La connotazione multi-etnica del quartiere è evidente soprattutto nella composizione delle classi scolastiche, frequentate da bambine e bambini e da ragazze e ragazzi, spesso nati in Italia, appartenenti a famiglie di origine straniera, e dalla significativa presenza di esercizi soprattutto commerciali (servizi, ristorazione, rivendite di generi alimentari) gestiti da uomini e donne provenienti da altre nazionalità.
Aderiscono al progetto numerose realtà territoriali, quali le scuole di ogni ordine e grado coinvolte anche in un concorso letterario sui temi della cittadinanza per le seconde generazioni, le Associazioni di quartiere, la libreria Mondadori di Viale Marconi, e soprattutto la Biblioteca Comunale Guglielmo Marconi che collabora anche con la preziosa ospitalità offerta negli spazi di dibattito ed espositivi.
Media partner della manifestazione sono nuovo PAESE SERA e Radio Popolare.
WEB: marconiacolori.wordpress.com – E-mail: marconiacolori@libero.it – Pagina facebook: Marconi a Colori
PROGRAMMA:
Martedì 27 marzo, ore 17:00 – 19:00 (Biblioteca G. Marconi, Via Cardano 135)
“MARCONI A COLORI”: 6 giorni di festa e dibattiti sull’integrazione
Introduzione di Rosanna Pilolli (Ass. “Amici di Pontediferro”) e Adolfo Ferranti (Ass. “Multimedia 3000”)
Saluti di Gianni Paris (Pres. Municipio XV), Marco Miccoli (Cons. Provincia di Roma), Marina Girardet (responsabile Biblioteca Marconi), Loredana Termite (Preside Scuola media Via Bagnera)
Interventi di Maurizio Fiasco (Sociologo) e Gabriella Sanna (RomaMultietnica)
Letture ad opera del Laboratorio dei Lettori ad alta voce della Biblioteca Marconi.
Inaugurazione Mostra fotografica “Cultura dell’integrazione nel quartiere Marconi”
Mercoledì 28 marzo, ore 17:00 – 19:30 (Scuola Vincenzo Cuoco, Via Blaserna):
IL RUOLO DELLA SCUOLA NELLE POLITICHE PER L’INTEGRAZIONE – Maria Teresa Capizzi (insegnante scuola primaria V. Cuoco) – Filomena Di Cesare (coordinatrice E.D.A. Comitato locale 7)
-Massimo Guidotti (docente Scuola Il Celio Azzurro)
-Claudio Camilli (Assessore Politiche educative e scolastiche – Municipio Roma XV)
-Paolo Masini (Commissione Scuola Comune di Roma)
Modera: Paola Ghisaura (Presidente Ass. culturale EVA)
Saranno proiettati stralci del film “Sotto il Celio Azzurro” di E. Winspeare
Giovedì 29 marzo, ore 17:30 – 20:30 (Biblioteca G. Marconi, Via Cardano 135):
DONNE MIGRANTI. Il motore dell’integrazione – Elvira Ricotta Adamo (UDU seconde generazioni) – Carla Greco (autrice del libro “Storie Crudeli”) – Carla Valente (insegnante Corso Italiano per Straniere c/o Biblioteca Marconi) – Testimonianze donne migranti del quartiere
Modera: Marguerite Lottin (Ass. interculturale Griot)
Ore 19:00 proiezione gratuita del film “TERRAFERMA” di Emanuele Crialese (88 minuti)
Venerdì 30 marzo, ore 16:30 – 20:00 (Associazione Multimedia 3000, Via Cardano 94):
LE SECONDE GENERAZIONI: nuovi italiani e diritto di cittadinanza – Jean Leonard Touadi (parlamentare) – Khalid Chaouki (Rete Nuovi Italiani) – Maruan Oussaifi (ANOLF CISL Giovani di 2 Generazione) – Fred Kuwornu (regista documentario “18 IUS SOLI”)
Modera: Samia Oursana (conduttrice radiofonica “Italia 2. Le seconde generazioni in onda”)
Ore 18:20 proiezione gratuita del film “LEZIONI DI VOLO” di Francesca Archibugi (106 minuti)
Sabato 31 marzo, ore 16:00 – 20:00 (Associazione Multimedia 3000, Via Cardano 94):
INTEGRAZIONE E PREGIUDIZI NEL QUARTIERE MARCONI – Irma Tobias (pres. KAMPI, Ass. lavoratori filippini in Italia) – Intunda Na Montche (Ass. Sol Mansi Onlus) – Daniela Marisi (segretaria CGIL ROMA Centro Ovest) – Debora Leiva (operatrice Sportello Colf e Badanti) – Massimo Vallati (Calciosociale) – Bice Tanno (formatrice)
Modera: Lara Facondi (giornalista Paese Sera)
Ore 18:20 proiezione gratuita del film “BIANCO E NERO” di Cristina Comencini (100 minuti)
Domenica 1 aprile, ore 11.00 – 18:00 (Ass. Multimedia 3000, Via Cardano 94 /Teatro scuola Via Bagnera):
FESTA A COLORI: MUSICA, ARTIGIANATO ETNICO E BUFFET
Ore 11:00 Lezione gratuita di salsa e bachata con Gianluca Cosimati (maestro di danze caraibiche), Torneo di calcetto multietnico, esposizione di Artigianato etnico
Ore 12:30 Coro Multietnico Romolo Balzani
Ore 13:00 Pranzo etnico a cura di Ivonne Pellizzari (cucina etiope, araba e indiana)
Ore 15:00 FESTA A COLORI di musica, danza e teatro: presenta Emiliano Boschetto
Termini Underground (ballerini hip hop e break dance), Tamburi di Gorée (Percussioni e Danze senegalesi), animazione e canzoni reggae con Nick (cantante e coreografo della Costa d’Avorio).
Ore 16:30 Premiazione Torneo di Calcetto e Concorso Letterario per le Scuole “Nuovi Italiani”
Ore 17:00 Spettacolo teatrale “COCOMERI” a cura di NoiNuvolaRossa
Ore 17:45 Saluti finali
Più di Tremonti ci affossa Monti
«Credevamo, sbagliando, che il governo dei tecnici fosse rispettoso delle regole, invece proprio il governo Monti ci ha colpito alle spalle, con un taglio retroattivo, costringendoci all’estremo atto della liquidazione coatta amministrativa. Senza un intervento di palazzo Chigi, senza un rifinanziamento del Fondo per l’editoria questa volta non ce la possiamo fare».
Rangeri dirige il quotidiano «il manifesto».
Provate a pensare una media azienda di settanta dipendenti, con un’attività quarantennale, orgogliosa della sua specializzazione in prodotti di buona qualità. Un’impresa che organizza il suo bilancio calcolando nelle entrate una quota del 23%. Improvvisamente, qualcuno cancella, sottrae, ruba dai fondi predisposti per chiudere il bilancio proprio quel 23%, azzerando così la continuità aziendale e dunque provocando la chiusura della fabbrica. È quel che sta succedendo al manifesto con il taglio ai fondi dell’editoria, un provvedimento con cui il governo è intervenuto sul nostro bilancio: non su quello dell’anno in corso, non su quello del 2013, ma su quello del 2011, cioè su soldi già spesi.
Credevamo, sbagliando, che il governo dei tecnici fosse rispettoso delle regole, invece proprio il governo Monti ci ha colpito alle spalle, con un taglio retroattivo, costringendoci all’estremo atto della liquidazione coatta amministrativa. Senza un intervento di palazzo Chigi (pubblicamente auspicato dal presidente Napolitano), senza un rifinanziamento del Fondo per l’editoria questa volta non ce la possiamo fare. Naturalmente l’indifferenza del governo verso la libertà d’informazione non è né una stravaganza bocconiana né un fulmine a ciel sereno. Tutto il contrario: Monti prosegue il lavoro di Tremonti e il cielo dell’informazione è oscurato da nubi minacciose. Il giornale è considerato una merce come le altre, l’informazione come un prodotto che nulla ha a che vedere con la democrazia. La legge che deve guidare notizie, inchieste e opinioni è quella del mercato e del profitto. Ma il mercato chi l’ha visto? Siamo in un libero mercato quando la televisione (pubblica e privata) mangia più del 50 per cento della torta pubblicitaria e alla stampa restano le briciole, quando tra tv e giornali in Italia c’è un rapporto esattamente rovesciato rispetto alla distribuzione pubblicitaria negli altri Paesi occidentali?
Oltretutto noi giornali in cooperativa e non profit siamo assimilati ai Lavitola, ai truffatori di denaro pubblico, siamo buttati nello stesso calderone dei Caltagirone, degli Angelucci, foraggiati dal Fondo come specchiati editori. Il vento dell’antipolitica e il dilagare del malaffare ci colpiscono doppiamente e pesantemente in un momento di recessione economica e massima sfiducia nei partiti. Andare controcorrente, spiegare che non siamo editoria assistita è difficilissimo. Eppure tutti i giornali, a cominciare dai grandi come Corriere della sera e Repubblica, godono di finanziamenti pubblici indiretti sotto forma di agevolazioni pur avendo alle spalle gruppi finanziari, industriali e banche che ogni anno ripianano i deficit di bilancio. Ma chi non vuole padroni né vuole speculare o fare profitti sul giornalismo ha, o dovrebbe avere, un editore pubblico che interviene dove il finto mercato non può arrivare. E per questo principio ci siamo battuti, negli anni Ottanta, ottenendo l’istituzione del Fondo.
Il manifesto, come ha sempre fatto in questi quarant’anni, sta già combattendo con tutte le forze quella che potrebbe essere l’ultima battaglia. I lettori ci sono vicini, ci sostengono abbonandosi, sottoscrivendo, dandoci tutto l’ottimismo della volontà di cui abbiamo bisogno per vincere anche questa volta.
Norma Rangeri
Uomini che crocifiggono le donne
La decenza di una donna – sottolinea la pastora battista Rapisarda – riguarda il modo in cui nel privato ella adempie, o trasgredisce, il modello femminile funzionale alla perpetuazione della società patriarcale, con le sue regole di mercato e la sua ideologia. Ecco dunque che la nudità femminile, funzionale alla mercificazione del corpo della donna e al suo declassamento ad oggetto, non suscita indignazione, al contrario: ci siamo tutti/e assuefatti/e».
In Italia il 2012 si è aperto con il tetro record di 13 donne e una bambina uccise dalla violenza maschile nel solo mese di gennaio. Violenza che si consuma non già nella notte buia di un parco, ma tra le mura domestiche. La violenza maschile è ancora la prima causa di morte, nel mondo, per donne tra i 16 e i 44 anni. In Italia ogni anno sono in media 100, nel 2010 sono state 127 le vittime di femminicidio. Cifre da guerra e non da disgrazia occasionale, che non hanno in sé nulla di passionale o di raptus momentaneo. Nella maggior parte dei casi il femminicidio è tragico epilogo di lunghe storie di violenza che non ricevono risposta idonea dalle istituzioni, incapaci di garantire protezione adeguata alle donne che scelgono di denunciare situazioni di violenza, protezione che richiede anche un investimento economico che si è ulteriormente ridotto in nome della crisi attuale. Cifre da guerra che martirizza, ma non crea martiri degni di ricevere funerali di Stato né la partecipazione commossa della società civile, per non parlare dell’attenzione delle Chiese.
Proprio al martirio, e al martirio di Gesù di Nazareth, ha associato la violenza contro le donne un manifesto del 2008 della onlus milanese «Telefono donna» in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Una donna giace su un letto, braccia aperte, capo reclinato, piedi sovrapposti, il corpo nudo, il pube coperto da un drappo su cui si legge: «Chi paga per i peccati dell’uomo?». Forti sono state le reazioni di alcune autorità del Comune di Milano, immediato l’impegno a promuovere la censura del manifesto accusato di essere un’offesa alla tradizione cristiana e al sentimento religioso dei cittadini, di strumentalizzare il simbolo della cristianità e violare il pubblico decoro. Come spesso accade quando si affronta il tema della violenza contro le donne, la donna o la sua denuncia sono poste sotto accusa, giudicate in base a criteri di decenza che non tengono in conto l’indecenza della violenza maschile. L’ipocrisia di tale pensiero mostra il carattere ideologico del concetto di decenza, un carattere ideologico che fa sconti alle pratiche indecenti di chi appartiene alle classi privilegiate e certamente al genere maschile. La decenza di un uomo risiede in tutto ciò che attiene al suo coinvolgimento nella sfera pubblica, il suo privato non è di interesse per la morale né mai metterà a repentaglio la sua rispettabilità. La decenza di una donna riguarda invece il modo in cui nel privato ella adempie, o trasgredisce, il modello femminile funzionale alla perpetuazione della società patriarcale, con le sue regole di mercato e la sua ideologia. Ecco dunque che la nudità femminile, funzionale alla mercificazione del corpo della donna e al suo declassamento ad oggetto, non suscita indignazione, al contrario: ci siamo tutti/e assuefatti/e. Così come non suscita indignazione vedere il simbolo della cristianità trasformato in monile d’oro massiccio ciondolante tra i seni siliconati della soubrette di turno. Associare invece la donna al divino è tutt’altra cosa, soprattutto se sono le stesse donne a farlo. È dura a morire una certa teologia misogina che ha definito la donna causa di tutti i mali; porta che conduce all’inferno; creatura senza imago dei (perché Dio è maschio, si sa), bisognosa della mediazione del sacerdote, maschio come Dio, per poter avere accesso al divino. Del legame tra cultura patriarcale e teologia misogina hanno ampiamente detto le teologie femministe. Ed è questo legame che fa sì che nel segreto del confessionale o della cura pastorale il martirio di Cristo sia utilizzato come esortazione a sopportare, ad essere una brava cristiana ed una brava moglie, in altre parole a pagare come Cristo ha pagato per i peccati dell’uomo, in questo caso però senza suscitare indignazione.
Non mi è dato di sapere se le donne che hanno pensato il manifesto di Telefono donna siano credenti o meno, a dire il vero poco importa. Quel che importa è che hanno saputo cogliere il significato profondo della croce di Cristo e, a me che donna sono, hanno saputo annunciare l’evangelo. Perché è in quel corpo di donna crocifisso che riscopro il carattere liberante della croce di Cristo che, lungi dall’essere esaltazione della sofferenza fine a se stessa, chiamata ad un martirio espiatorio per i peccati altrui, è grido di denuncia che dà voce a chi è stata privata della Parola; è Parola fatta carne che dà visibilità a chi la violenza vuole obliare; è il no di Dio a tutti gli emissari di morte; è il sì di Dio alla possibilità di un nuovo inizio e di una vita nuova in cui le cicatrici del corpo violato non saranno nascoste con vergogna, ma saranno portate con grazia, come anche Cristo ha fatto, segni di vittoria contro una violenza che non ha avuto l’ultima parola. O le Chiese e la società che si dice cristiana sapranno attualizzare la dimensione scandalosa della croce, con una teologia ed una prassi che sovverta lo status quo, o perderanno la possibilità di stare dalla parte di Dio e di essere testimoni della resurrezione.
Silvia Rapisarda
Il femminicidio e l’informazione cieca
È nata «GiULiA», la rete delle Giornaliste unite libere autonome, per dire basta alla cronaca-spettacolo e all’uso del corpo delle donne sui media e per un’informazione finalmente rispettosa delle donne. Quella che l’informazione si limita a descrivere come una serie di omicidi di donne – lamenta la coordinatrice nazionale di GiULiA – è in realtà un fenomeno ben preciso, che si chiama «femminicidio» ed è la prima causa di morte per le donne fra i 16 e i 44 anni in Italia. I media devono liberarsi da un linguaggio che spesso aggiunge altra violenza alle vittime.
Il bel sorriso di Stefania Noce. La foto in cui sventola un foglio con su scritto «Non sono in vendita», alla manifestazione del 13 febbraio di «Se non ora quando» a Catania, ha scandito negli ultimi giorni dell’anno i profili di Facebook con tristezza e sgomento. Un tam tam virtuale di rabbia e di incredulità. Studentessa di Lettere, politicamente attiva, uccisa il 27 dicembre in provincia di Catania dal suo ex fidanzato. L’ennesimo «delitto passionale» di cui sono quotidianamente vittime le donne.
«Ha ancora senso essere femministe?», si chiedeva Stefania in un articolo per il giornalino dell’Università. Da leggere sul sito del Movimento studentesco catanese, che di Stefania mantiene vivo il ricordo.
Di tutto questo non si è saputo nulla se non navigando in internet. Nei giornali i titoli sono: «L’ex confessa: l’amavo più della mia vita». «Stefania uccisa perché donna», corregge Lea Melandri sulla 27esima ora, il blog del Corriere della sera. Un fatto che ha colpito, che ancora fa discutere, trattato dai media come routine e subito dimenticato. Un omicidio di donna oggi, uno domani.
E non è certo per coincidenza che il 2012 si è aperto con la cronaca di un altro omicidio di donna: Antonella Riotino, 21 anni, uccisa in modo brutale a Putignano dal fidanzato diciottenne.
Non sono i grandi «gialli» di Yara, Sara, Melania su cui si intrattiene l’opinione pubblica oltre ogni limite. Sono i soliti omicidi di donne, per mano di partner, mariti, padri, fidanzati. Notizia cotta e mangiata. Avanti il prossimo.
Ma è ormai evidente una saturazione per questo modo di raccontare la realtà. Il movimento delle donne, in Italia, sta esprimendo un protagonismo sociale e politico che rimette tutto in discussione, pretende un cambio di passo su tutto e vuole affermare un’altra visione della società, più umana, libera, giusta. Duale. E l’informazione d’un tratto appare fuori tempo. Colpisce la distanza tra i media ufficiali (stampa e tv) dal sentire dell’opinione pubblica. E quanto più vicina sia l’informazione del web che gli stessi utenti alimentano, quanto più ricca e più utile sia alla formazione dell’opinione pubblica.
Il tappo sta saltando. Cresce l’insofferenza per un’informazione cieca. Quella che vede una serie di omicidi di donne e non coglie, né racconta, il fenomeno del femminicidio, prima causa di morte per le donne fra i 16 e i 44 anni in Italia, e tace l’allarme sociale che dovrebbe invece richiamare.
Categorie come «delitto passionale», «raptus di follia», «non sopportava di essere lasciato», sottendono una scusante. Un tempo si scusava anche il delitto d’onore, fino a che, nel 1981, non furono abrogate le attenuanti previste dal Codice Rocco.
Il modo in cui stampa e tv liquidano questi omicidi non è più tollerabile. Usare questo linguaggio è un’altra forma di violenza alle vittime. E ci offende come donne.
Il cambiamento culturale che serve è radicale e richiederà tempo, perché stratificata nel tempo è la cultura maschile dominante. Fatta anche di sessismo quotidiano, moralmente accettato perché erroneamente ritenuto non nocivo. L’informazione, anziché essere un motore di cambiamento, è lo strumento che questa cultura consolida e legittima.
Anche per questo è nata GiULiA, la rete delle Giornaliste unite libere autonome: perché non sopportiamo più la cattiva informazione e non tolleriamo più l’esclusione del nostro punto di vista.
È bastata un’idea, creare un gruppo, per vedere quanto profondo sia questo bisogno tra le giornaliste: in poco tempo oltre 500 adesioni e ne continuano ad arrivare sul sito internet www.giuliagiornaliste.it che ha scelto di stare in Globalist.it, syndication di siti indipendenti. Freelance, precarie, con lavoro stabile, di ogni regione d’Italia, insieme per difendere la nostra dignità di giornaliste dentro e fuori le redazioni e per cambiare l’informazione. E siamo state ricevute al Quirinale, cui ci eravamo rivolte per presentare il nostro Manifesto d’intenti.
Si deve voltare pagina: basta con la cronaca-spettacolo, con l’uso delle donne come corpo sui media, con l’esclusione sistematica di temi e soggetti sociali nel racconto del mondo e del Paese.
Vogliamo che tutta l’informazione televisiva, della carta stampata, dei siti, dei femminili abbia un racconto rispettoso delle donne e non inquinato da interessi oscuri. Più inchieste e meno gossip. Senza timori reverenziali verso il potere e i poteri. E vogliamo che il servizio pubblico faccia la sua parte. Di più: vogliamo che alla Rai sia assegnata, come negli anni Cinquanta, una nuova missione «storica»: quella di portare le donne e una società nuova nel terzo millennio.
Il cambiamento deve partire da noi e all’interno della professione. Faremo campagne di denuncia e gesti quotidiani. Il sito è la nostra voce, la nostra critica e la nostra informazione alternativa. E faremo questa battaglia per il cambiamento anche con i colleghi che condividono le nostre urgenze e la nostra battaglia di civiltà.
Alessandra Mancuso
Il sangue e i paradossi della Nigeria
Scioperi e proteste, con morti e feriti, si susseguono in un Paese dove le ingiustizie sociali sono sempre più macroscopiche: due terzi dei nigeriani vivono con meno di due dollari al giorno, mentre l’80% delle enormi risorse è in mano all’1% più ricco. E nel nord del Paese un gruppo terroristico islamico compie attentati che fanno strage di cristiani ed animisti.
L’escalation di violenza che sta squassando la Nigeria rischia di polverizzare i piedi d’argilla del gigante d’Africa. Il primo produttore di petrolio del continente (e l’ottavo al mondo) è sempre più stretto nella tenaglia di durissime proteste sociali e furore religioso. Mentre il governo (guidato dal presidente cristiano Goodluck Jonathan) resta distrattamente a guardare applicando inutili e populistiche toppe ad una situazione incandescente, come la proposta di ridurre del 25% lo stipendio dei parlamentari.
Il 65% dei 160 milioni di nigeriani vive con meno di due dollari al giorno, perché quasi l’80% delle enormi risorse del Paese è saldamente concentrato nelle mani di meno dell’1% della popolazione. Una iniqua distribuzione della ricchezza è alla base dello storico malcontento che produce violenza endemica i cui rivoli si diversificano a seconda delle convenienze del regime al potere.
Cinque giorni consecutivi di sciopero generale hanno paralizzato il Paese ad inizio gennaio (lasciando sull’asfalto almeno una quindicina di manifestanti uccisi da esercito e polizia) e convinto il presidente a ripristinare il 30% del sussidio statale per calmierare il prezzo della benzina. Il costo del carburante era infatti raddoppiato dal primo gennaio per decisione unilaterale del governo che ha giustificato la soppressione della sovvenzione statale per ridurre la spesa pubblica ed incoraggiare gli investimenti locali nel settore della raffinazione. Infatti il paradosso della Nigeria è che sebbene l’esportazione di greggio e gas copra il 95% dell’export complessivo, deve poi importare l’85% dei prodotti raffinati per le scarse capacità produttive interne. Un sistema che è andato in cortocircuito e non bastano le promesse dei soliti ricchi di investimenti nella raffinazione in grado di creare anche occupazione e sviluppo.
Ma a gettare benzina sul fuoco dell’instabilità politica si aggiungono le stragi di cristiani ed animisti nel nord-est del Paese (a maggioranza musulmana) ad opera di un gruppo terroristico islamico chiamato Boko Haram, collegato ad Al Qaeda. La situazione è andata peggiorando quando nella notte dello scorso Natale sono esplose contemporaneamente in alcune chiese cattoliche una serie di bombe che hanno provocato 49 vittime tra i fedeli riuniti per le celebrazioni. La violenza si è allargata a macchia d’olio registrando (al 20 gennaio) complessivamente un centinaio di morti.
I leader della comunità cristiana (che costituisce il 40% della popolazione nigeriana) hanno bollato gli eccidi come «una sistematica pulizia etnica e religiosa». Qualcuno di loro ha anche ipotizzato il ricorso all’uso delle armi per proteggere famiglie e proprietà dal piano dei terroristi che mira a cacciare i cristiani dagli stati federali nord-orientali, impadronirsi dei loro beni e instaurare la legge coranica. Ma nonostante le apparenze non ci troviamo al cospetto di una guerra di religione. La chiesa locale ha sempre rintuzzato facili semplificazioni ad uso e consumo dell’occidente abituato a leggere gli avvenimenti africani con occhiali che ne distorcono la reale comprensione per la mancanza di strumenti adeguati di conoscenza reale.
La setta di Boko Haram (che in lingua hausa significa «l’istruzione occidentale è peccato») fu fondata da Mohammed Yusuf, un imam dotato di grande carisma, un oratore leggendario con enormi capacità di convinzione. Le sue predicazioni mettevano alla gogna il sistema scolastico, ovvero l’istruzione occidentale con cui sono stati educati i politici nigeriani. Insomma non le solite intemerate contro il consumo di alcolici, l’ascolto della musica e gli abiti discinti. Ma un modo molto più sottile ed incisivo per criticare preparazione e selezione di una classe politica complessivamente avida, corrotta e inadeguata (o apertamente schiava delle multinazionali del petrolio) incapace di governare il Paese più popolato d’Africa.
Boko Haram crebbe nel consenso popolare in pochissimi anni fino alla svolta del 2009 quando l’esercito di Abuja (che aveva fatto finta fino allora di non vedere quanto stava avvenendo) decise un intervento armato che costò la vita a tremila militanti del gruppo fondamentalista asserragliati in una moschea. Fu il salto di qualità per i reduci per far nascere il braccio armato e guadagnare ulteriori consensi anche tra i musulmani moderati. La nuova fase coincise con la grande abilità dei nuovi leader di Boko Haram nel trasformare le rivalità etniche (che storicamente dividono le popolazioni del nord-est sfociando anche in carneficine) in violentissimi scontri di carattere inter-religioso.
Bisogna tener presente che la Nigeria (composta da 36 stati federali, in 12 dei quali sulla carta vige la sharia, ovvero la legge coranica) è una nazione che proprio per la sua particolare struttura è caratterizzata da profonde diversità etniche, religiose, culturali, linguistiche, in cui i fortissimi squilibri economici e sociali acutizzano le differenze. Nel nord (a maggioranza musulmana) sono stati solo i cristiani a godere dei frutti della modernità, mentre i musulmani hanno sempre rifiutato il progresso. Nel 1992 ci furono analoghe stragi di cristiani organizzate dai fondamentalisti islamici che si opponevano al progresso occidentale: il governo aspettò che la situazione degenerasse per intervenire con inusitata violenza. Del resto l’autorità centrale non si è mai preoccupata della modernizzazione del nord (a fronte di un sud a maggioranza cristiana, più ricco e sviluppato), concedendo anzi ampio potere agli sceicchi locali. Questo atteggiamento ha così favorito la nascita di oligarchie locali in forte competizione tra loro che hanno caratterizzato la gestione clientelare delle risorse petrolifere, la corruzione, ed hanno alimentato a dismisura la povertà nella stragrande maggioranza della popolazione.
Non contribuiscono a rasserenare il clima politico le accuse al presidente cristiano Goodluck Jonathan di aver violato la regola (non scritta ma sempre rispettata) dell’alternanza tra un capo di Stato cristiano ed uno musulmano. Jonathan è salito al potere dopo la morte del presidente Yar’ Aduo (di fede islamica) di cui era vicepresidente, senza quindi svolgere l’intero mandato. Per questo ha potuto far valere il suo diritto alla candidatura. Ma oggi è sempre più un uomo solo al comando: abbandonato dal suo stesso esecutivo e dagli alti vertici del potente esercito. Ed a poco è servita anche la sua denuncia che la setta di Boko Haram gode di complicità e connivenze tra le più alte cariche dello Stato.
Il gigante con i piedi di argilla rischia di disintegrarsi.
Enzo Nucci
Non ci arrendiamo e proviamo a ripartire
Tre mesi fa abbiamo lanciato il grido di allarme e per fortuna molti di voi ci hanno ascoltato. Grazie al vostro aiuto davvero generoso, siamo riusciti a ridurre notevolmente le perdite, colmando il «buco» con cui rischiavamo di chiudere il 2011. Una situazione certamente non florida, quindi, ma che ci consente di andare ancora avanti, affrontando le difficoltà con la speranza che ci deriva dalla vicinanza e dall’affetto di tutti voi, lettori e abbonati.
Andiamo avanti! Possiamo farlo grazie a voi lettori, abbonati, amici. Il sostegno che ci avete dato in questi mesi di grande sofferenza è stato fondamentale: attestati di stima, dimostrazioni di affetto ci sono giunti al di sopra di ogni possibile immaginazione. Per esempio, un socio ha addirittura deciso di devolvere la sua intera pensione di un mese a Confronti. Sì, lo ammettiamo, abbiamo provato imbarazzo, ma questa è stata la sua decisione (si legga la sua bellissima lettera a pag. 46). Altri ancora hanno voluto anticipare l’abbonamento e regalarne uno, o più, ad amici e parenti. Insomma, siete stati davvero in tanti a voler contribuire a salvare la nostra/vostra piccola realtà editoriale: singoli, comunità di fede, associazioni, enti. L’emergenza vissuta dalla nostra rivista, nel suo male, ha fatto da miccia e acceso il detonatore, poi esploso in una rivelazione importante: Confronti è un’esperienza condivisa e apprezzata da molti. E noi, grazie al vostro affetto, ne abbiamo oggi maggior consapevolezza.
Ma cosa è successo a tre mesi dall’allarme lanciato a inizio ottobre? Molte cose emozionanti, la più importante delle quali è stata quella di conoscere e incontrare tanti lettori, anche tra quelli più affezionati che in passato non avevamo mai incontrato. È successo, ad esempio, che alcune amiche musiciste e artiste hanno deciso di suonare e danzare per noi la sera del 6 novembre al teatro Ambra alla Garbatella di Roma, dove molti giornalisti, intellettuali e artisti hanno voluto portare la loro testimonianza di solidarietà. È successo anche che amiche e amici hanno deciso di cucinare piatti ricchi di sapori etnici per una cena di sostegno che il 26 novembre ha visto la Sala metodista di via Firenze piena, con circa 120 persone che hanno condiviso con noi momenti importanti.
Dunque il contributo di tutti voi è stato prezioso e fondamentale e il vostro sostegno non è stato speso invano. Oggi è stato scongiurato il rischio chiusura, ma le difficoltà purtroppo non sono ancora del tutto superate. Avremo ancora bisogno di voi, certamente: il giornale siete voi, siamo una cooperativa di lettori. I tempi si preannunciano sempre più bui per il nostro Paese e per l’editoria, ma se continuerete a seguirci e ad abbonarvi il nostro percorso sarà, prima o poi, in discesa.
Dobbiamo tuttavia rivolgervi delle scuse: siamo in ritardo con i ringraziamenti che vorremmo farvi giungere personalmente, ma che arriveranno ad ognuno di voi. Purtroppo questi mesi sono stati scanditi da giornate frenetiche, difficili e impegnative. Dovete concederci solamente un po’ di tempo per riuscire a testimoniare la nostra riconoscenza per quanto avete fatto. Abbiamo ricevuto molte lettere e mail che ci hanno profondamente emozionati (alcune le abbiamo già pubblicate).
Un grazie sentito vorrei rivolgerlo anche allo staff di Confronti, alla redazione, ai collaboratori che hanno lavorato senza sosta. Soprattutto voglio ringraziarli per uno sforzo significativo, quello di aver destinato lo stipendio di dicembre a copertura deficit per la Cooperativa. Un altro grazie va al Consiglio d’amministrazione (volontario) della cooperativa Com Nuovi Tempi, che ha seguito, sostenuto e dato fiducia alle scelte portate avanti dai soci lavoratori. E infine, ma non ultimo, un grazie doveroso alle nostre famiglie, che ci hanno supportati (e sopportati!) con convinzione in questi tre mesi. Il momento di crisi che attraversa Confronti purtroppo è vissuto con apprensione e paura anche da testate giornalistiche amiche che rischiano la chiusura. La rivista «Noi Donne», fondata nel 1944, che ha accompagnato intere generazioni di donne italiane, oggi è in grave sofferenza. Abbiamo da poco assistito alla battaglia per la sopravvivenza dell’emittente «Radio Beckwith», e anche il settimanale «Riforma», se i fondi per l’editoria verranno tagliati, come previsto dalla recente manovra, dovrà prendere provvedimenti. Voci importanti per il pluralismo del nostro Paese che non devono assolutamente spegnersi. Un «bene comune» da salvaguardare.
Oltre alle nostre difficoltà, abbiamo seguito con inquietudine anche le vicende che il nostro Paese sta attraversando. Oggi ci viene richiesto a gran voce, sia dal nostro governo attuale che dalle istituzioni europee, di fare sacrifici per dare nuovo ossigeno a un’Italia in crisi recessiva. Gli italiani hanno sempre avuto un cuore grande, e sono certo che nessuno ha intenzione di tirarsi indietro, ma c’è un nodo fondamentale che dev’essere prima risolto.
Come sosteneva Vittorio Foa, «il buon esempio dev’essere alla base del lavoro di ogni classe politica». Ahimè, spesso chi ci ha governato non ha tenuto conto di questo indispensabile insegnamento; e ora siamo chiamati a dare, nuovamente, il nostro contributo come cittadini. Desideriamo che altrettanto venga fatto da chi ci impone ulteriori sacrifici, in un momento già difficilissimo per molte famiglie, e chiediamo che si possa arrivare presto a quell’agognata equità fino ad ora poco attuata. L’Italia vive in precario equilibrio e l’assenza di serie politiche per il lavoro e lo sviluppo impoverisce giorno dopo giorno intere fasce di popolazione. Ci auguriamo che chi governa e governerà il nostro Paese possa fare proprio l’insegnamento di Foa, dando il buon esempio.
Gian Mario Gillio