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Tra informazione e realtà

La maggior parte dei lettori di giornali e dei telespettatori di tg non sono in grado di distinguere tra fatto e notizia. Non sono cioè coscienti di recepire non una descrizione del mondo degli eventi, ma una selezione spietata – talvolta arbitraria, spesso influenzata
dai rapporti di potere – delle notizie costruite dalla macchina dell’informazione.
Fracassi è autore di «Sotto la notizia niente» (Editori Riuniti, 2007).

I giornalisti – in Italia, almeno – non sono particolarmente amati. Sono giudicati, in genere con ragione, faziosi, superficiali, manipolatori, servili, bugiardi. Anche per questo ha fatto impressione il coro di autentico dolore (appena incrinato dalle lacrime di coccodrillo di alcuni di coloro che avevano cercato di impedirgli di lavorare) che ha accompagnato e seguito, il mese scorso, la morte di Enzo Biagi.

Forse è stato un estremo segnale di fiducia nell’informazione onesta e pulita.

Tuttavia il traguardo sperato non pare facilmente raggiungibile.

Magari si trattasse soltanto dell’abolizione – ovviamente necessaria – delle censure preventive e degli editti bulgari. Probabilmente è l’intera macchina dell’informazione che deve essere smontata e rimontata. Altrimenti sarà essa a smontare e rimontare noi.

Non c’è tesi più clamorosamente inesatta di quella da molti propagandata in questi anni, secondo cui i mass media hanno in fin dei conti un’influenza marginale, e alla fine «ognuno decide con la propria testa». Sorprende che un’analisi di questo tipo sia stata sostenuta non solo – e comprensibilmente – dai propagandisti di Silvio Berlusconi, ma anche da molti politici o teorici di sinistra.

La realtà è che, nell’era dell’informazione, la nostra conoscenza del mondo e delle cose che ci circondano, e di conseguenza le nostre valutazioni, le nostre paure, i nostri valori, insomma la nostra coscienza, traggono origine prevalentemente, e sempre più, non dalle nostre esperienze – come è invece accaduto da quando l’uomo è comparso sulla terra – ma da ciò che ci viene raccontato dall’informazione. Il nostro cuore e la nostra mente sono coinvolti non nei fatti, ma nelle notizie. Ma i primi accadono nella realtà, mentre le seconde sono frutto esclusivo di una costruzione umana, attraverso un complesso e inevitabile processo di raccolta, selezione, filtraggio, eliminazione.

È la meraviglia della tecnologia che ce lo consente. E meno male: abbiamo finalmente gli strumenti per essere cittadini del mondo.

Ma si pongono due problemi cruciali. Il primo: il lettore o il fruitore di telegiornale è in grado di distinguere tra fatto e notizia? È cosciente cioè di recepire non una descrizione del mondo degli eventi, ma una selezione spietata – talvolta arbitraria, spesso influenzata dai rapporti di potere – delle notizie costruite dalla macchina dell’informazione? Il secondo. La distanza crescente da cui provengono le notizie, e la crescente necessità di smistarle in tempo reale, rendono sempre più difficile l’attività di controllo, di verifica, di contestualizzazione.

Anche per questo l’informazione appare sempre più uniforme. La dialettica dei punti di vista è affidata non al pluralismo delle fonti – che richiede fatica giornalistica, tempo, coscienza professionale – ma al pluralismo delle opinioni, o delle chiacchiere. Tutti ragionano sulle stesse notizie, anche se da punti di vista diversi. Ma quelle notizie, chi le ha fabbricate? E come?

Ha scritto Furio Colombo in un bel libro recente (“Post-giornalismo”, Editori Riuniti) che sempre più la macchina dell’informazione ha bisogno di giornalisti-automi: «quel che serve è il montaggio del materiale e la spalatura delle scorie, ovvero un brulicare di giovane manodopera precaria intercambiabile, simile a quella delle fabbriche elettroniche».

Lo stato delle cose sembrerebbe spingere dunque al pessimismo.

Servirebbero migliaia di Enzo Biagi. Ma la logica e i meccanismi del mondo dell’informazione spingono con decisione in un altro senso.

Si può tuttavia porre un interrogativo, cui è collegata anche una speranza: poiché di un’era nuova si tratta, di un trapasso antropologico, è possibile che la famiglia umana (ridotta ad opinione pubblica, se non semplicemente a «pubblico») non trovi alla lunga al suo interno le energie non per spegnere l’informazione – il che sarebbe una stupidaggine – ma per cominciare a distinguerla dalla realtà?

Claudio Fracassi

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