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Sollevare il velo sull’apostasia

In molti paesi a maggioranza musulmana cambiare religione è considerato un reato grave, in alcuni casi punibile anche con la pena di morte. Ma per il Corano «non vi è costrizione nella fede» e «chi vuole creda, chi non vuole non creda».

«Per cancellare la voce “islam” dalla sua carta di identità deve rivolgersi al tribunale islamico». Questa è stata la risposta della Corte federale della Malaysia alla quale si è rivolta Lina Joy, una donna di 42 anni convertita dall’islam al cristianesimo; aveva bisogno di modificare i suoi documenti per poter sposare il fidanzato, un cristiano di origine indiana. Qualcuno potrebbe dire che la Joy è comunque fortunata, visto che in Malaysia la sharia prevede il carcere – per la «riabilitazione», come se fossero dei degenti – e multe salate per chi si converte ad altra religione. In realtà, chi, come questa signora, riesce ad evitare condanne penali, comunque subisce una morte sociale perché viene rinnegato dal suo ambiente familiare e dalla società di appartenenza che lo considerano un traditore ed è spesso costretto all’esilio: pare che la Joy, per motivi di sicurezza, viva oggi in Australia.

Peggio ancora, in molti altri paesi a maggioranza musulmana (Arabia Saudita, Afganistan, Iran, Pakistan, Egitto ecc.) l’apostasia è punibile con la pena di morte. Tutti noi ricordiamo la drammatica vicenda, che risale ad un anno fa, di quel cittadino afghano convertitosi al cristianesimo e condannato a morte perché accusato di essere un apostata: Abdoul Rahman oggi vive esiliato in Italia.

La questione della libertà religiosa, in particolare quella legata all’apostasia, è da sempre all’ordine del giorno in molte parti del variegato mondo islamico. Le risposte a tale quesito finora sono deludenti e spesso si nascondono dietro dogmi e teologie che si discostano persino dal Corano, fonte principale del credo islamico.

Il Corano, nella sura II, versetto 256, recita: «Non vi è costrizione nella fede»; nella sura XVIII, versetto 29 dice anche: «Di’: La verità viene dal vostro Signore: chi vuole creda, chi non vuole non creda». Questi versetti ed altri dimostrano che l’islam tiene conto del principio della libertà religiosa. Tuttavia l’islam considera a-riddah (l’apostasia) come un peccato che sarà severamente punito da Dio: «Coloro che hanno barattato la fede con la miscredenza, non potranno nuocere a Dio in nulla e avranno doloroso castigo» (sura III, versetto 177). Il Corano parla quindi di una punizione divina e non temporale affidata all’arbitrio degli esseri umani.

Secondo l’islamologo gesuita Samir Khalil Samir, «il reato di apostasia e la sua sanzione con la morte dell’apostata, che vengono presentati come fondati su una lunga tradizione nell’islam, non hanno in realtà un fondamento islamicamente accettabile. Non trovano fondamento nel Corano e nella sunna, né vi sono hadith che li giustifichino».

Quindi, nonostante i fondamenti teologici a favore della pena di morte per l’apostata siano deboli, gran parte dei dotti islamici continua a far riferimento ad una giurisprudenza che risale all’epoca del primo secolo della nascita dell’islam, quando a-riddah (in arabo significa «tornare indietro») era considerato un grave problema politico: dopo la morte del profeta, vi erano musulmani che ritornavano al paganesimo e si coalizzavano con i nemici dell’allora nascente comunità islamica; questo fu il motivo principale per il quale l’apostata veniva punito con la pena capitale.

Ma ancora oggi, il teologo Yousouf al-Qaradawi lega l’apostasia al reato di alto tradimento nei confronti della Umma (nazione islamica). Qaradawi ritiene che lo Stato islamico – non i singoli individui o i gruppi sociali – debba punire con la pena di morte colui che lascia la religione islamica.

Esistono tuttavia delle voci – anche se di minoranza – che si oppongono alla pena di morte per l’apostata. Tra queste voci spicca quella del sudanese Hassan Al-Tourabi, considerato da molti come uno dei più importanti teorici del fondamentalismo islamico. Al-Tourabi, come altri, pur non risparmiando pesanti anatemi contro chi lascia l’islam per un altro credo, ritiene che vi sia un grosso rischio di abuso da parte di chi, in nome della lotta all’apostasia, reprime ogni forma di opposizione politica. In effetti, vi sono numerosi musulmani accusati di apostasia come gli egiziani Nasr Hamid Abu Zaid e Nawal Al Saadawi e l’intellettuale bengalese Taslima Nazrin, costretti ad esiliare in Occidente.

L’apostasia, inoltre, è connessa ad altre questioni, come l’eresia, la blasfemia, la miscredenza. Oggi, centinaia di migliaia di musulmani non rispettano i dettami del Corano; e se consideriamo le rigide norme religiose risalenti a millequattrocento anni fa, allora questi musulmani sono degli apostati o pronti a varcare la soglia dell’apostasia. Dunque, cosa bisogna fare? Condannarli o lasciarli liberi di aderire o meno ad un credo?

È sconcertante costatare che nell’epoca in cui viviamo – dove i diritti umani e la libertà di coscienza sono diventati valori supremi – si possa discriminare e perseguire uomini e donne per motivi religiosi.

Riconoscere il valore della libertà religiosa è una condizione sine qua non per qualsiasi forma di dialogo e di convivenza pacifica tra gruppi sociali, etnie e popoli. Ad ogni cittadino del mondo deve essere garantito il diritto inviolabile di confessare la religione che vuole e anche di cambiarla. In Italia migliaia di cristiani sono diventati musulmani senza doversi nascondere o scappare via dal paese. Lo stesso non si può dire di coloro che da musulmani sono diventati cristiani, costretti alla clandestinità anche in mezzo ai cristiani per paura di ritorsioni da parte di qualche loro «ex fratello» musulmano.

Musulmani d’Italia, voi che chiedete giustamente maggior libertà religiosa in questo paese, fate sentire la vostra voce per dire un «no» alla discriminazione religiosa perpetuata in diversi paesi musulmani!

Mostafa El Ayoubi

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