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Rubrica "La nota stonata". Il neoliberismo è nudo

I problemi legati al mondo del lavoro e alla povertà fanno notizia solo per pochi giorni, in occasione di qualche evento straordinario, ma poi tornano subito in fondo all’agenda della politica e dell’informazione. Se il papa condanna il lavoro instabile che «mina le basi della società» o il governatore della Banca d’Italia afferma che i salari italiani sono troppo bassi, tutti approvano, ma nessuno si muove per far cambiare davvero le cose.

Il villaggio globale ci ha abituato a considerare quale oro colato qualsiasi notizia ci piombi in casa via etere o sia urlata sulle prime pagine di un quotidiano. E una volta venuti a conoscenza degli ultimi accadimenti, in quel preciso momento, si sa anche se sia meglio schierarsi fra i contenti o gli indignati. Oppure se sia meglio, ancora una volta, abbandonarsi alla corrente. I più moderni navigano su internet in cerca delle stesse istruzioni. Anche loro scoprono che in questo periodo vanno di moda l’indifferenza e lo stupore. La prima quando a portare in piazza i problemi sono i diretti interessati, la seconda se a spiegarceli sono altri e più importanti personaggi. Così si prova indifferenza e fastidio se il pubblico impiego sciopera per ricordare a un governo impegni non mantenuti. La stessa indifferenza, e anche un po’ di fastidio, si riserva per i metalmeccanici tornati in piazza a reclamare un rinnovo contrattuale in tempi rapidi e salari finalmente dignitosi. L’eco della grande manifestazione contro la precarietà del 20 ottobre non si è ancora spenta ma si è già passati oltre. Tutto è tornato alla normalità. Di mondo del lavoro e di stabilizzazioni contrattuali si parla meno. Ancora meno si parla di tutti quei cittadini costretti a contare i centesimi per legare i fili di un bilancio familiare in affanno. Raccontare il lavoro, prendere atto e fare la cronaca dei tanti problemi che oggi ci azzannano più di ieri non è facile. Ancora più difficile è trovare chi ancora possa vantare un posto di lavoro stabile, non a rischio e giustamente retribuito. Se poi ci si addentra nella realtà quotidiana delle migliaia che ancora si aggrappano alla speranza di un lavoro a tempo si è costretti a rimasticare il già detto.
Trovare parole nuove per descrivere situazioni sempre uguali è cosa da scrittori di talento. Loro invece, Palazzo e padroni, non sembrano avere difficoltà a coniare vocaboli sempre nuovi pur di non affrontare il vero nodo della questione: il declassamento subito dal lavoro inteso come valore. Ma riescono a dimostrare sincero stupore quando piovono esternazioni che hanno il sapore della scoperta dell’acqua calda. «Il precariato è un’emergenza sociale ed etica, il lavoro instabile mina le basi della società», dichiara Benedetto XVI il 18 ottobre. Buona parte del mondo politico risponde con un sorpreso «oh!». Poi passa oltre e torna a cincischiarsi con le dichiarazioni dell’appena eletto segretario del Pd. Passano pochi giorni e una nuova ondata di stupore guadagna le prime pagine: il governatore della Banca d’Italia Draghi afferma che i salari italiani sono troppo bassi. È il 27 di ottobre e tutti prendiamo atto di ciò che si va ripetendo da tempo. «Finalmente, era ora che qualcuno lo dicesse!», si pensa, in attesa di stupirci quando finalmente si profilerà una qualche decisione risolutiva.

A tanto clamore dovrebbe seguire una presa di posizione e invece regna il silenzio. Al posto del bambino pronto a smascherare l’arroganza del Palazzo gridando che «il re è nudo» spunta il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, che si associa all’appello di Draghi e afferma: «C’è una grande sintonia di cultura di fondo. Bisogna restituire le tasse a chi le paga». In altre parole, se i salari sono bassi è colpa di un esoso prelievo fiscale su quegli stessi salari. Una volta sgravati di tanto peso potrebbero finalmente spiccare il volo verso nuovi consumi. E da dove si dovrebbero tirare fuori i soldi per una simile operazione continuando a garantire i servizi basilari di uno Stato che si vorrebbe ancora civile e democratico? Non si sa. Certamente non dalle tasche di chi ha guadagnato e continua a lucrare sulla deregolamentazione del mercato del lavoro. Questo potrebbe stupire, ma anche la voglia di stupore ha un limite. E infatti di ridurre i profitti per aumentare i salari non si parla mai. Meglio non turbare i sonni dei tanti imprenditori liberisti convinti, ma sempre pronti a riscoprire i benefici di uno Stato assistenziale ogni volta che all’orizzonte si profila un periodo di vacche magre.

Paolo Odello

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