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Ritiro da Gaza: ma la pace è vicina?

Il ritiro, dopo 38 anni, dei coloni israeliani dalla Striscia di Gaza, rappresenta un fatto importante, ma ambivalente: cammino verso la pace se voluto come un “primo passo” verso un ritiro sostanziale anche dalla Cisgiordania; alla guerra, se con esso il premier Sharon esaurirà di fatto le sue “concessioni”. Ma anche i palestinesi guidati da Abu Mazen debbono ora fare scelte precise per favorire la pace.

Gaza first, or Gaza only? Alcuni analisti politici hanno usato queste parole inglesi (“Gaza per prima, o solo Gaza?”) per riassumere il significato ambivalente – segno di speranza o trappola per la pace – contenuto nella decisione del premier israeliano Ariel Sharon di ritirare completamente dalla Striscia di Gaza, a metà agosto, tutti i circa ottomila coloni abitanti in ventuno insediamenti e, il 12 settembre, l’ultimo reparto dell’esercito che ancora là stazionava.

Questa decisione – approvata dai laburisti, ma avversata da una parte del Likud, il partito del premier, capeggiata dall’ex premier Benyamin Netaniahu – va storicamente situata: la politica degli insediamenti nei Territori (Striscia e Cisgiordania) iniziò dopo la Guerra dei sei giorni del 1967, dapprima in modo quasi informale, e poi favorita da tutti i governi israeliani (di centro, di sinistra, di unità nazionale). Tralasciamo, qui, di parlare di Gerusalemme, perché sarebbe un complesso capitolo a parte: come noto, nel ‘67 Israele occupò anche la parte est della città, cioè quella araba, e subito vi avviò un vasto piano edilizio, chiamando però questi ampli gruppi di palazzi “quartieri ebraici”, e rifiutando di denominarli, come invece fanno i palestinesi, “insediamenti”. Per Gaza e Cisgiordania (West Bank), invece, almeno sul nome vi è accordo: in tutti i patti firmati essi vengono chiamati, in inglese, settlements, abitati dai settlers. L’irriducibile contrasto era, ed è, sulla loro legittimità giuridica (la politica dei settlements è stata condannata dalle Nazioni Unite).

Il ritiro dalla Striscia (e da quattro, minuscoli, insediamenti della West Bank) non è il frutto di un accordo tra Sharon e Yasser Arafat prima, e il suo successore Abu Mazen poi. No, si tratta di una decisione “unilaterale” del premier che ha chiarito che, allo stato dei fatti, per lui non vi è una “altra parte” credibile perché, egli sostiene, il presidente palestinese non fa abbastanza per debellare i gruppi terroristi guidati da Hamas o le brigate di al-Aqsa collegate con al-Fatah, la maggior componente dell’Olp. Per fortuna, comunque, Abu Mazen è riuscito a far sì che la polizia palestinese collaborasse perché il ritiro dei settlers avvenisse senza che Hamas cogliesse l’occasione per effettuare – quando in agosto vi fu – un qualche devastante attentato kamikaze.

La “unilateralità” del ritiro da Gaza (accompagnato dalla completa distruzione dei settlements, costati miliardi di dollari, come molti altri ne costerà la costruzione, al loro posto, di nuove infrastrutture palestinesi) apre uno squarcio sulle intenzioni del premier. Ma, intanto, rimane il fatto che un ritiro dai Territori è stato effettuato. Un ritiro mai promesso da Sharon quando si presentò per le politiche del 2001 e del 2003; anzi, allora egli fu scelto – contro l’avversario laburista – proprio perché aveva assicurato che non avrebbe mai consentito ad un sia pur parzialissimo ritiro dai Territori. Perciò egli è stato definito “traditore” dai coloni e dai gruppi estremisti ebrei israeliani, in quanto ha cambiato le carte in tavola, spinto probabilmente dalle pressioni di George W. Bush che, impantanato in Iraq, doveva in qualche modo dimostrare agli arabi di non essere “anti-arabo”.

Comunque, e a prescindere dall’esito delle probabili elezioni anticipate in Israele, in futuro un altro premier potrebbe citare il ritiro 2005 per effettuare anche un sostanziale ritiro dalla West Bank. Insomma, un tabù è stato infranto; il mito del “Grande Israele” strappato. E questo pesa, e peserà.

Ma, in attesa di questi sviluppi (possibili, ma non garantiti), guardiamo al presente. La Striscia è sì libera dai settlers, ma è davvero libera di autogestirsi? Non è così: i confini della Striscia (363 chilometri quadrati; 1,4 milioni di abitanti – una delle più alte densità di popolazione al mondo) sono controllati da Israele e, da e per lo Stato ebraico, nessun palestinese (o straniero) può entrare o uscire senza il suo permesso. Idem per le merci. A Gaza non c’è porto né aeroporto, distrutti nel 2002 dagli israeliani. L’unica “finestra” teoricamente aperta sul mondo è il confine con l’Egitto. Al momento, però, non è chiaro se questo passaggio sarà libero, e come Il Cairo – d’intesa con Israele – lo regolerà. Allora: la Striscia come embrione di Stato palestinese, o prigione a cielo aperto?

D’altra parte, Sharon ha detto che la totale sovranità israeliana su tutta Gerusalemme (Est compresa) non sarà mai messa in discussione; e che i maggiori insediamenti della Cisgiordania, protetti da un muro nel 2004 dichiarato illegale dalla Corte internazionale dell’Aja, non saranno mai oggetto di trattativa (i settlements nella West Bank sono, oggi, circa 160, con 250mila coloni!). Come sarà allora possibile che nasca un vero Stato palestinese, pur previsto anche dalla Road map avviata tre anni fa da Usa, Onu, Unione europea e Russia? È certo importante che Sharon, parlando il 15 settembre all’Assemblea generale dell’Onu, abbia detto di volere anche lui uno “Stato palestinese”; ma tale Stato promesso rimane un inaccettabile guscio vuoto se, come il premier ha proclamato a New York, non avrà mai la parte Est di Gerusalemme come sua capitale; e se il suo territorio, oltre alla Striscia, comprenderà solamente – ha fatto capire in altre sedi il premier – il 50% della West Bank.

Sul fronte ideale – ma con forti ricadute politiche – importante sarà anche l’esito del dibattito, ora più che mai aperto in Israele, sul rapporto tra “teocrazia” e “democrazia”, tra “legame con la Bibbia” interpretato dai rabbini e “laicità” dello Stato.

Ma anche il fronte palestinese ha i suoi problemi: come presidente legittimo spetta ad Abu Mazen trattare con Israele; a lui stroncare una corruzione diffusa in ampi settori della “nomenklatura”, esasperante per la gente più povera che pure per questo si rivolge ad Hamas, che rappresenta, nei fatti, anche una specie di “protettorato sociale”; a lui governare, e non ai gruppi radicali che intendono mantenere una specie di loro “governo-ombra” che decide come rispondere alla permanente occupazione israeliana della West Bank, e se e quando lanciare “martiri” anche contro obiettivi civili israeliani. Se il raìs non assicurerà la legalità – in tale contesto, non aver protetto le sinagoghe di Gaza, lasciate in piedi (regalo avvelenato) da Sharon che aveva fatto distruggere ogni altro edificio “coloniale”, è stato, oltre ad una insensatezza etica, un vero boomerang politico – e se egli non governerà davvero, il premier avrà su un piatto d’argento le ragioni per sostenere, magari aggiungendo piccole briciole cisgiordane di contorno, Gaza only. Per evitare questo esito disastroso, e foriero di scontri asperrimi, indispensabile è la presenza, la pressione e l’aiuto della Comunità internazionale. Se c’è, questa batta un colpo.

David Gabrielli

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