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Regionali: votare per i meno raccapriccianti

Le Regioni sono il più potente canale di redistribuzione di risorse pubbliche sottratto a un vero controllo democratico diffuso. Una redistribuzione che tende a funzionare a vantaggio di clienti, postulanti e amici della politica molto più che secondo i virtuosi criteri equitativi fissati dai costituenti nel ’48. Le elezioni del 28 e 29 marzo saranno – come sempre – un test per gli equilibri politici nazionali e nell’Italia dove trionfano il malaffare e una barbarie ormai apertamente razzista non ci si può proprio permettere di essere «schizzinosi»: andare a votare è un triste obbligo morale e civile.

È una pietosa bugia, ripetuta da quando furono istituite con un ritardo più che ventennale le Regioni a statuto ordinario, che il potere politico sia tanto più controllabile dai cittadini quanto più è loro vicino geograficamente. La prossimità della politica non dipende dalla distanza fisica ma dai media. E i media più influenti e potenti si strutturano al più alto livello geografico utile alla politica e consentito dalla raccolta della pubblicità: nel caso italiano, dall’area di diffusione della lingua italiana, ancor oggi miglior veicolo pubblicitario dei vernacoli locali. Non che i media nazionali più diffusi e decisivi – in particolare la televisione, che è il principale canale di informazione politica per l’80 % dei nostri concittadini – siano ormai molto più che protuberanze della politica; ma insomma un minimo di informazione, per quanto in prevalenza deferente e devota, sono pur sempre obbligati a fornirla. E quindi il potere politico nazionale un minimo di visibilità, non sempre al cento per cento idolatrante e sottomessa, è pur sempre obbligato a sopportarla.
Il potere regionale no. Le Regioni sono il più potente canale di redistribuzione di risorse pubbliche sottratto a un vero controllo democratico diffuso. Una redistribuzione delle risorse che, per conseguenza, tende a funzionare all’inverso rispetto alle previsioni costituzionali: a vantaggio di clienti, postulanti e amici della politica molto più che secondo i virtuosi criteri equitativi fissati dai costituenti nel ’48. Se molti sono almeno i cittadini informati su chi li governa a livello nazionale, molto pochi fra i non addetti ai lavori (e fra i non appartenenti a corporazioni e gruppi di potere o di pressione) potrebbero anche solo ricordare i nomi di qualche politico regionale di rilievo, oltre magari a quello del presidente della propria Regione. Semmai, in un paese che da sempre riconosce come dimensione identitaria principale quella campanilistica, un minimo di interesse è ancora capace di suscitarlo la politica municipale.

Per questo è vero che le elezioni regionali sono sempre, molto più delle amministrative, un test per gli equilibri politici nazionali. Un test di quel mistero sempre più doloroso che appare la politica italiana, a patto di guardarla come fa il resto del mondo democratico anziché attraverso il filtro della sua rassicurante rappresentazione televisiva italiana.
Dobbiamo purtroppo riconoscere che, secondo tutti i sondaggi, la maggioranza degli italiani ha accettato l’idea di farsi governare da un tycoon che, chiamato a testimoniare in un processo di mafia, si è avvalso della facoltà di non rispondere; da uno che non solo non pretende, come la legge gli consentirebbe, di difendersi nel merito contro le imputazioni infamanti pendenti sul suo capo, ma che anzi fa di tutto per cavarsela con proscioglimenti per prescrizione: cose che nessun governante occidentale si permetterebbe mai di fare. Di farsi governare da uno che ha assecondato le peggiori inclinazioni della società italiana e imposto mentalità e stili di vita e di governo da basso impero. Pare che ai nostri concittadini non faccia senso.

Naturalmente non è solo colpa loro, ma anche, certamente in misura maggiore, di chi dall’opposizione ha «responsabilmente» accettato questo andazzo, e, persa con le certezze del passato anche ogni bussola per valutare i comportamenti propri e altrui, tratta da anni B come se fosse la versione italiana di Merkel, Sarkozy, Cameron, Rajoy o McCain.

È per questo che i test più significativi saranno quelli delle Regioni in cui ai rappresentanti della maggioranza di governo nazionale non si contrappongono normali politici di partito, ma esponenti di una politica insolita rispetto all’opposizione mainstream. Non a caso è proprio nelle due importanti Regioni in cui la battaglia è più aperta che il Partito democratico, per avere qualche minima chance, ha finito per accettare di sostenere candidati eccentrici.

Il Lazio, innanzitutto. Subìta più che ricercata, la candidatura di Emma Bonino, nella Regione in cui il Pd credeva già di avere perso in partenza e sembrava ritenere solo possibile farsi rappresentare da un cattolico ratzingeriano, potrebbe essere la chiave di volta di un generale e salutare ripensamento. Un ripensamento su chi siano oggi gli elettori cattolici, su che cosa significhi fare i conti con la modernità, su che cosa comporti adottare standard di trasparenza amministrativa finora sconosciuti alle nostre latitudini.

Altrettanto significativo sarà il risultato del tentativo di assalto leghista al Piemonte, la Regione in cui il Pd si presenta forse con il suo volto migliore e più solidamente laico, con serie e buone amministrazioni della Regione e del capoluogo (che non possono essere giudicate solo per la vicenda dell’alta velocità), e la destra con quello più aggressivamente populista della Lega, proprio nella culla della laicità e della modernità italiane. Si spera in una ripetizione del fallimento leghista di qualche anno fa in Friuli.

Tuttora purtroppo scontati, a giudicare dai sondaggi, il radicamento del granducato ciellino in Lombardia e di qualunque destra si presenti in Veneto, sarà interessante misurare l’appannamento del centrosinistra nelle sue Regioni, tradizionalmente rosse o dal Pd conquistabili a intermittenza, a cominciare da quelle in cui sembra intenzionato a presentarsi con i volti, per ragioni in parte diverse assai logori, di Liguria e Calabria: in quest’ultima Regione, sarà significativo indice della volontà di superare lo sfacelo il risultato di Pippo Callipo, sulla carta per ora sostenuto solo da Idv e radicali. E sarà interessante vedere come andrà in Puglia Nichi Vendola, esponente di una sinistra che nel Centro-nord probabilmente sembrerebbe alla maggior parte degli elettori del centrosinistra eccessivamente onirica, ma cui ha conferito credibilità e prestigio l’ostilità manifestata dalla nomenklatura di partito. Di incerta interpretazione, invece, sarà comunque il risultato della Campania, dove Pd e Idv marcano una doverosa rottura di continuità con un passato indecoroso, ma affidandosi ai modi maneschi di un sindaco cui piace atteggiarsi a sceriffo.

In ogni caso, nell’Italia di B non ci si può proprio permettere di essere schizzinosi: davanti al trionfo del malaffare e a una barbarie ormai apertamente razzista, andare a votare comunque è un triste obbligo morale e civile. Se sulla scheda non vi riesce proprio di trovare il male minore, vedete di accontentarvi del meno raccapricciante.

Felice Mill Colorni

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