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Referendum/2: sconfitto l’ecumenismo

I vertici della Conferenza episcopale italiana hanno evitato ogni dialogo sulla legge 40/2004 con le altre Chiese e le altre religioni, partendo dal presupposto che solo la Chiesa romana ha una «etica», e che solo essa sa quale sia il vero bene dell’uomo. Il futuro dirà se quella del card. Ruini è stata una grande vittoria per far tornare cattolica l’Italia, o solo una grande illusione. «Noi, sconfitti ma non rassegnati, per difendere la laicità dello Stato».

Tra gli sconfitti, per il fallimento del referendum, vi è un convitato di pietra: l’ecumenismo e il dialogo inter-religioso. E questa sconfitta è ancora più grave di quella subita da chi, tra noi, si era opposto al pressantissimo invito della dirigenza della Conferenza episcopale italiana (Cei), guidata dal card. Camillo Ruini, a far fallire il quorum nel referendum sulla legge 40/2004.

È di tutta evidenza che – salvo rarissime eccezioni – il «dialogo» tra la Chiesa cattolica e le altre Chiese e religioni non può risolvere i contrasti teologici, o addirittura dogmatici, tra esse; perciò si cerca piuttosto di impegnarsi insieme per la pace, la giustizia, la salvaguardia del creato, e per debellare la guerra, almeno quella «in nome di Dio».

In tale quadro, ci sembra, va visto quello che non ha fatto la dirigenza della Cei. La quale non ha proposto che teologi ed esperti cattolici si incontrassero con «colleghi» di Chiese altre (dai valdesi ai battisti), e poi di altre fedi, dagli ebrei ai musulmani, per dibattere sui grandi temi etici sottesi alla 40/2004 e, insieme, «difendere la vita».

Tale rifiuto ha una premessa implicita, occultata ovviamente quando si dialoga su temi generalissimi non incidenti nel concreto: la dirigenza della Cei (in questo supportata da un nugolo di «atei devoti», che si rassicurano nelle loro incertezze riconoscendo la Chiesa romana come la vera rappresentante di Dio, che essi però ritengono non esistere) crede che solo la Chiesa cattolica abbia un’etica, e solo essa sappia quale sia il vero bene dell’uomo. Ebrei e protestanti che – nel pieno rispetto di chi, tra loro e nel paese, la pensava diversamente – si sono espressi per invitare a votare e, anche, per votare «sì», erano considerati negatori della «vita». Certo, non si poteva proclamare in tv una simile pretesa; era bene lasciarla inespressa, ma operante.

Quest’autunno molti convegni celebreranno i quarant’anni dalla conclusione del Vaticano II; e allora si sprecheranno le lodi per la «svolta» che, quel Concilio, impresse alla Chiesa cattolica che, da fortezza arroccata, si sarebbe aperta al dialogo al suo interno, e poi con le Chiese non cattoliche, e con le religioni non cristiane, cominciando con l’ebraismo. E, tuttavia, in questo stesso anno del quarantesimo di quel grande evento, la dirigenza della Cei, di fronte ai nodi raggrumati nel referendum sulla 40/2004, non ha aperto nessun dialogo ampio e libero all’interno della propria comunità ecclesiale; e lo ha evitato poi con il mondo non cattolico e non cristiano, ben sapendo che quest’area avrebbe respinto la tesi dei vescovi di avere essi, e solo essi, una etica (anzi: la etica) da proporre alla polis.

«Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza». Così Manzoni su Napoleone. Mutatis mutandis, la domanda si può porre sulla vittoria del card. Ruini che si vede su un piatto d’argento la «obbedienza» di tre quarti degli italiani (è infatti arduo distinguere, negli astenuti, i «cattolici-doc», gli indifferenti, i pigri, i convinti, i furbi, gli opportunisti). Fi-nalmente è stata lavata l’onta di un paese «cattolico» che, disobbedendo ai vescovi, nel ‘74 aveva confermato la legge sul divorzio, e nel ‘81 quella sul-l’a-borto; l’Italia è tornata all’ovile, è tornata «cattolica». La dirigenza della Cei – rassicurata, da una parte, da un vantaggiosissimo Concordato e, dall’altra, dall’opinione pubblica – può fare perfino il profeta, quando lo voglia (non lo ha voluto e non lo vuole, però, nella condanna senza appello della oc-cupazione anglo-americana, con contorno italiano, dell’Iraq; perchè ciò metterebbe in crisi l’amico governo in carica, appoggiato da un partito «cristiano»).

Quanti tra noi si oppongono ad uno «Stato etico» che impone una ideologia (cattolica, nel caso; ma, domani – anzi, oggi, in altre parti del mondo – perché non… coranica?) invece di ricercare una mediazione alta tra sensibilità culturali e religiose differenti; e quanti ritengono la «laicità» un valore essenziale proprio per garantire a ciascuno il diritto a vivere liberamente secondo la sua coscienza, senza imporre ad altri il proprio credo… quanti di noi così pensano, dal 12-13 giugno hanno appreso, una volta di più, quanto sia in salita il cammino che ci sta di fronte. Noi, sconfitti ma non rassegnati; e confortati da dieci milioni di «sì».

David Gabrielli

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