Referendum/1: incognite nel centrosinistra
I quattro referendum sulla procreazione medicalmente assistita su cui siamo stati chiamati a votare nel mese di giugno non hanno visto il raggiungimento del quorum. La cosa era ampiamente prevedibile, considerando che da dieci anni non si riesce a portare la maggioranza degli italiani alle urne su un quesito referendario. Quali conseguenze sul panorama politico, specialmente nel campo del centrosinistra?
A ben vedere, se riflettiamo con la sufficiente serenità, il risultato per noi molto deludente dei referendum non può essere considerato un fulmine a ciel sereno.
Il primo dato su cui riflettere è che il quorum non viene raggiunto dal 1995 (referendum sulle Tv private) e che con la stabilizzazione del bipolarismo il suo rendimento è stato progressivamente decrescente. I referendum del 2000 e del 2001 hanno mosso solo un terzo degli elettori (il secondo era senza quorum, ma si trattava della prima consultazione sulla revisione della Costituzione nella storia d’Italia, non era necessario il quorum), quelli del 2003 e di oggi solo un quarto.
A parità di altri fattori (il tema oggetto del referendum, il quesito, la data del voto) gli elettori sembrano vivere il mutamento di significato delle elezioni politiche dopo il passaggio al maggioritario come il momento-chiave della vita politica e sembrano pertanto meno disposti a intervenire in corso di legislatura per correggere singole decisioni del legislatore. La decisione sulla vita politica del paese si fa con le elezioni politiche, eventuali avvertimenti al governo in carica si danno con le amministrative e con le regionali (utilizzando l’elezione diretta di sindaci, presidenti di provincia e di regione), sui temi specifici è l’assemblea parlamentare che deve intervenire e i programmi futuri devono proporre le correzioni. Dal momento che la democrazia rappresentativa è diventata così simile alla democrazia diretta, quest’ultima ha perso l’appeal che aveva negli ultimi anni della prima fase della Repubblica, quando era utilizzata per scelte dirette che la proporzionale pura non garantiva alle elezioni politiche e alle amministrative. È questo che ha capito meglio di tutti il cardinal Ruini, il quale, lungi dall’orientare l’elettorato (cosa ben smentita dalla sconfitta di Storace nelle regionali del Lazio), è in questo caso riuscito a mettersi in sintonia con i suoi orientamenti profondi.
L’entità di questo fenomeno di fine della supplenza della democrazia diretta, che si somma con l’aumento fisiologico dell’astensionismo (dovuto a vari fattori: dall’aumento delle tornate elettorali, al voto degli italiani all’estero, all’invecchiamento della popolazione) e col fatto che l’astensionismo, autorevolmente legittimato da più parti, diventa l’opzione più comoda per mantenere la legge, è tale che nessun referendum è in grado di raggiungere il quorum. L’Istituto Cattaneo ha autorevolmente stimato che se nessuno facesse campagna astensionista e se il tema fosse particolarmente sentito, la percentuale di partenza, facendo il pieno di tutto l’elettorato potenziale, sarebbe oggi solo del 57%. A questo punto dobbiamo pertanto decidere se vogliamo un futuro per l’istituto referendario oppure no. In caso negativo è sufficiente non fare niente e prendere atto della realtà odierna. In caso positivo dobbiamo allora ragionare sulle varie proposte che da alcuni anni cercano di coniugare un innalzamento dei requisiti in entrata (un maggior numero di firme) con un abbassamento di quelli in uscita (un quorum ragionevole che tenga conto dell’astensionismo fisiologico che si ripete in tutte le consultazioni). La Regione Toscana nel suo Statuto ha previsto che per abrogare una legge votata dal Consiglio regionale debba recarsi alle urne la metà più uno dei votanti alle precedenti elezioni regionali: una soglia logica e razionale, che è stata poi elogiata dalla Corte costituzionale nella sentenza che ne ha confermato la costituzionalità. Se le coalizioni vorranno tenerne conto, ecco un punto qualificante nei programmi per la prossima tornata di elezioni politiche.
Un secondo aspetto di interesse giuridico è dato dalle conseguenze del voto sulla legge 40. In questa legislatura il risultato rende politicamente impossibile una modifica parlamentare, anche se pende la spada di Damocle di possibili sentenze di merito della Corte costituzionale, che ben difficilmente potrebbero essere favorevoli ad alcuni aspetti della legge, ma il problema si ripropone anche qui per i programmi delle elezioni politiche. Non per il centrodestra, che in larghissima maggioranza l’ha votata e l’ha difesa nell’astensione, ma per il centrosinistra, che si è fin qui affidato a una libertà di coscienza, che in realtà sottintendeva il rispetto delle appartenenze culturali e religiose di riferimento e i cui elettori hanno comunque in maggioranza votato Sì in questa occasione.
Alle politiche del 2001 il centrosinistra aveva avuto circa 16 milioni e mezzo di voti. In questi referendum, è evidente che larghissima parte dei circa 10 milioni di Sì (di più nei primi tre quesiti, di meno sul quarto) sia venuto dal centrosinistra. È in grado l’Unione di proporre modifiche largamente condivise alla legge 40, oppure vi saranno opposti irrigidimenti di parte della Margherita e dell’Udeur da una parte e di alcuni sostenitori del referendum dall’altra? Un mancato equilibrio su questo punto rischia di danneggiare seriamente il futuro dell’Ulivo e dell’Unione, sia per l’appeal elettorale sia per l’effettiva capacità di prospettare un governo per il paese. Se infatti gli elettori, come si è detto all’inizio, sono più restii a svolgere una supplenza per singoli temi al parlamento, nondimeno essi valutano la capacità complessiva di mixare proposte programmatiche e di realizzare sintesi tra tradizioni culturali e politiche diverse. È probabile che il dibattito sui contenitori (l’Ulivo, la lista della Margherita, l’eventuale lista Prodi, l’eventuale accordo tra Prodi e i Ds) nelle prossime settimane si sviluppi anche a partire da questi temi. Con esiti che sembrano, al momento in cui scrivo, ancor più imprevedibili di quanto non lo fossero prima dell’esito referendario.
Stefano Ceccanti
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